Vai alla Home Page  OSSERVATORIO DI CULTURA DIGITALE The Next Media! .
 
 

ANIMAZIONE

Robots
Di Joon Steenkamp
«Qualunque sia la materia di cui è composto, un robot può risplendere di luce propria»

E’ noto sotto il nome di sincretismo quel comportamento collettivo che guida nella fusione e rielaborazione di elementi e temi in una forma nuova: il termine è di solito utilizzato con riferimento alla sfera religiosa, filosofica e mitologica e talvolta allude in modo spregiativo alla scarsa coerenza di alcune soluzioni nate dalla conciliazione arbitraria degli elementi originari. Tuttavia mi pare un termine che ben potrebbe riepilogare la storia delle forme di adattamento umano (talvolta quasi inconsapevole o involontario) nei confronti delle tecnologie che la nostra stessa specie ha concepito e realizzato. Abbiamo fatto scorrere chilometri e chilometri di cavi come tributo alle straordinarie invenzioni di Edison e di Meucci; abbiamo snodato un nastro interminabile di asfalto che, fatte salve poche interruzioni obbligate, consente di collegare su ruote l’intero pianeta; abbiamo modificato la struttura delle nostre abitazioni per fare spazio alle autovetture; abbiamo invaso l’“etere” (metafora di qualcosa che sappiamo non esistere, ma alla quale è troppo difficile rinunciare), puntato antenne metalliche contro il cielo e fatto spazio nei nostri salotti al monocolo trasmittente che abbiamo eletto a patrono del più grande incubo secolare: il Grande Fratello. E adesso, ovviamente, ci appressiamo a trovare nuovi spazi nelle nostre abitazioni ed a modificare i nostri sempre meno variegati costumi per far posto alla robotica. Qualcosa ci risulterà del tutto trasparente (basti pensare ai mille controlli elettronici che in nome della sicurezza ci hanno privato del completo controllo della guida delle nostre autovetture senza che neanche ce ne accorgessimo), altre influiranno (o meglio stanno già influendo) in modo determinante sui nostri comportamenti privati e sociali.
No, non temete: non vi voglio vendere l’ennesimo incubo apocalittico! Solo mi piace pensare che vi è chi di tutto questo ha saputo scovare il registro divertente e farne metafora sociale: ed ancor più mi piace se questi aspetti del quotidiano vivere divengono racconto animato che all’insegna del divertimento e della ricreazione riesce ad unire l’immaginario di grandi e piccini secondo una formula magica già ampiamente collaudata in L’era glaciale.
Ecco perché ho atteso con piacere la comparsa sugli schermi della nuova favola di Chris Wedge e dei Blue Sky Studios. Ho trovato molto divertente il modo colorato e pieno di sentimento che, al di fuori dei comuni canoni di tanta letteratura e cinematografia dedicata agli androidi meccanici, non è in alcuna maniera abitato ed influenzato dall’uomo.
Alla radice ci sono, certo, le nostre insicurezze, le nostre paure, proiettate su esseri che rappresentano l’efficace sintesi della nostra immaginazione antropomorfizzata con i macchinari degli anni 50 e 60 (vero e proprio cult dell’american way of life), ma quanto siamo lontani dalle brillanti quanto sterili leggi di Asimov!
E’ una storia che mescola toni adolescenziali con incertezza esistenziale nei confronti di un futuro ad alto rischio di obsolescenza. Ma è – come potrebbe essere altrimenti? – una storia positiva, fatta di amicizia, avventura e forza. Una storia solare, dove anche l’icona metropolitana di Robot City presenta tratti che la fanno assomigliare più ad un orologio svizzero che ad un parto mostruoso dell’immaginazione in stile Matrix; dove i soffusi scintilli metallici dei corpi dei protagonisti non sono l’ostentazione del culto hi-tech, dove anche i rumori metropolitani non hanno l’inquieto pulsare dell’efficienza ad ogni costo.
Qualche mese prima dell’uscita del film ho conosciuto il simpatico Jerry Davis che mi ha illustrato alcuni tratti salienti del percorso che ha condotto all’ideazione ed alla realizzazione di Robots, con tutto il portato metaforico che ogni storia come questa ha e deve avere: «Il gap tecnologico o la paura della nostra inadeguatezza nei confronti dei progressi sociali riuniscono gran parte di noi che, come i protagonisti del lungometraggio, a volte sentiamo che gli “altri” sono portati a giudicare un libro solo dalla copertina, un oggetto dalla sua brillantezza e novità».
Naturalmente il confronto con tematiche del genere ha richiesto al momento della sceneggiatura e del design dei personaggi e delle scene una particolare sensibilità per non rischiare di sembrare chi «si vuole mettere in cattedra per impartire la propria moralistica visione».
Proprio per far fronte a questo elevato rischio «abbiamo voluto raccontare una storia che non sottolinea unicamente l’obsolescenza come tema dominante della condizione esistenziale, ma strizza l’occhio ai mille eroi che – come Robin Hood ed i Tre Moschettieri – hanno fatto della lotta contro la corruzione e l’oppressione il proprio vessillo. Queste sono state le nostre principali fonti di ispirazione, in quanto i racconti sui robot sono tutti troppo incentrati sul loro rapporto con gli umani per risultare utili come riferimenti alla concezione della storia che abbiamo voluto raccontare».
Seguendo la formula tradizionale che già aveva decretato il successo de L’era glaciale, anche in questo lungometraggio gli animatori non hanno fatto alcun ricorso a tecniche di motion capture o ad altre tipologie di references esterne, anche se in questo caso sarebbe stato certamente più facile dato l’elevato grado di antropomorfizzazione di quasi tutti i protagonisti.
Nel campo della tecnologia di produzione, Jerry ha sottolineato come le evoluzioni rispetto al precedente lungometraggio non siano state poi così incisive in quanto non si è avvertita una reale esigenza di “rivoluzionare” la formula stilistica precedente: «abbiamo utilizzato, come sempre Maya, a cui abbiamo aggiunto un certo numero di plugin proprietarie, concepite per semplificare la vita agli animatori e per migliorare lighting e texturing delle scene».
Vincente si è rivelata soprattutto la scelta del character design dei personaggi che assomigliamo in modo impressionante alle vecchie automobili ed elettrodomesitici degli anni 50. Sono fatti essenzialmente di metallo e non vi è traccia di plastica nelle loro membra; non sono esseri tecnologicamente avanzati; non sono il parto della fantasia sfrenata ed hi tech di un designer funzionalista. «Rodney – il nostro eroe – ad esempio è ispirato ad un vecchio motore delle barche che apparteneva al padre di un membro del team e che ci ha convinto immediatamente per l’“amichevolezza” e la “simpatia” che ispirava in tutti noi. Per quanto poi riguarda la palette cromatica dei vari personaggi, essa cita direttamente i colori utilizzati per i primi maggiolini dalla Volkswagen».
Si tratta certamente di un modo per sottolineare l’aspetto umano della storia, proprio grazie al calore che rievocano nella nostra fantasia quelle che Guido Gozzano avrebbe identificato come «le buone cose di pessimo gusto».

 



Robot City

Rodney ed i suoi amici

Una scena del film

I robots in festa

Rodney in primo piano

torna <<