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I’m on the net, therefore I exist

Di Carmen Lorenzetti

Diaro di bordo da Ars Electronica 2005

Il tema del festival Ars Electronica di Linz (1-6 Settembre, www.aec.at/hybrid) quest’anno è stato “HYBRID. Living in paradox”, l’ibrido, ossia, secondo il vocabolario, quella nuova entità che scaturisce dall’unione o mescolanza di due elementi diversi e/o incongrui ed il suo paradosso. La domanda sottesa al titolo “vivendo nel paradosso” tradurrebbe il concetto di ibrido in una condizione esistenziale ambigua e provocatrice di tensioni. Di fatto la parola non definisce una condizione di unione pacifica, bensì problematica e, secondo le origini mitiche del termine, addirittura “mostruosa”. Il termine “ibrido” contiene l’elemento dell’hybris, della sfida, dell’osare qualcosa che va oltre i limiti, che l’uomo doveva rispettare per non sostituirsi a Dio, peccando di superbia. Questo elemento è riconosciuto dai detrattori del senso imposto dalla pratica totalizzante dell’ibrido ovvero dell’artificiale riportato a sistema del vivere odierno e la risposta sta nel fanatismo e nell’intolleranza, che rifiuta il modello occidentale. O dal mondo, che escluso dall’accesso a questa pratica, ma non da questo modello, rivendica la propria volontà di determinazione, il Ministro del turismo e della cultura del Mali, Aminata Traoré, ne era la portavoce al convegno. Il suo intervento però è rimasto del tutto isolato ed è caduto nel vuoto. Non è già questo paradossale o intollerante? Non denuncia quindi una condizione di accettazione e di omologazione, che non si pone problemi di senso ovvero di direzione della storia futura, non rischia di costituire infine la cartina di tornasole di un mondo privo di progettualità e quindi cieco e invadente? Insomma togliendo l’aspetto “paradossale” dal termine non si rischia di normalizzare, ossia di naturalizzare una condizione che non lo è affatto e che implode nelle proprie contraddizioni? Sembra un’altalena o una empasse più che terminologica: siamo ibridi e viviamo questa condizione come paradossale o “normale”? Dalle tassonomie proposte durante il simposio dedicato al tema, si propendeva per la seconda ipotesi, senza risolvere però o esplicitare le componenti del contenzioso, che sembravano ribollire sotto alla coltre omologante e pacificatoria del “mondo elettro-festivaliero”. Di fatto siamo ibridi dal punto di vista genetico, lo siamo dal punto di vista tecnico-tecnologico, dacché l’uomo ha scoperto il “cotto” o ha inventato la ruota, lo siamo anche dal punto di vista culturale (anche se in questo caso sarebbe meglio parlare di sincretismo, parola che veniva spesso confusa con quella di ibrido), grazie all’incontro-scontro tra diverse popolazioni. E la metafora azzeccata dell’ibrido insita nell’opera di Daniel Lee, Origin, che era anche il logo del festival (www.daniellee.com), recupera lo spessore del termine nell’implicito richiamo alla storia evolutiva dell’umanità, ma anche nella terribilità della figura del teriomorfo (inestricabile coabitazione di animale ed umano). Ma questa immersione totale non rischia di scordarsi oltre che del diverso, del non “ancora” omologabile, anche dell’invasività con cui le nuove tecnologie destrutturano o ristrutturano la nostra identità? Le nuove tecnologie insomma non sono uno strumento neutrale, che aiuta semplicemente l’uomo a migliorare le proprie condizioni fisiche o che attualizza nuove possibilità di conoscenza (e di democrazia?) connettiva-collettiva… Di qui non può emergere altro che un paradigma conoscitivo generico, che è quello proposto al simposio da David Weimberger. Non esistendo più una struttura piramidale di conoscenza, basata sullo sguardo e sulla eterodirezionalità dei voleri, ci troviamo immersi – appunto – in una condizione di con-fusione, in un mondo tattile quindi, in cui non esiste un ordine strutturato, bensì una miscellanea, che ricompone random le volontà. Non ci imbattiamo così però nell’utopia dell’a-topia? E tanto più pericolosa, quanto maggiormente cela la realtà dell’esistenza di un mercato, di necessità economiche, che sanno bene come modellare e pre-figurare le volontà. Qualcuno se n’è accorto e durante l’intervento dell’ultimo giorno del curatore dei Simposi Derrick de Kerckhove - dedicato a McLuhan - la performance di un gruppo austriaco faceva scivolare sulle pareti dell’aula i logos delle majors, unitamente a quello di Ars Electronica. Insomma siamo poi sicuri che nell’epoca della multi-sensorialità, ci si trovi potenziati e non defraudati di senso-rialità o di senso-attorialità? Non è che per caso depositare “fuori” (seguendo il paradosso di una non-sinergia sinestetica) il sensibile, privi l’uomo della volontà e del desiderio? E se l’arte non ri-attualizza la componente dello stupore e la dimensione estetica allora si abdica alla dimensione emotiva dell’uomo, ovvero alla sua volontà.

Una bestia da spiaggia di Theo Jansen
L’arte a Linz sembra avere perso – al di là dei giochini astratti “code-generated” – l’incanto, che fino all’anno scorso punteggiava (a volte) il percorso attraverso le mostre. Due (un po’ pochi), in effetti, sono stati i momenti di punta del Festival, quelli con maggiore adesione del pubblico. Strandbeesten (animali da spiaggia) – che ha vinto un premio speciale della giuria per l’arte interattiva - dell’olandese Theo Jansen (www.strandbeest.com), grandi, fantastici scheletri composti da tubi elettrici color crema, fatti per camminare sulla spiaggia, mossi dal vento sembrerebbero macchine uscite dalla mente d’un ingegnere del rinascimento come Leonardo. Non servono a nulla però questi, se non a giocare (i bambini erano quelli che si divertivano di più insieme a Theo, sgambettando nella sabbia trasportata in Hauptplatz a Linz) e sono interamente progettati al computer. Un altro successo è stato la presentazione dell’opera Tenori-On (che tradotto dal giapponese è: qualcosa nelle tue mani) da parte del creatore Toshio Iwai (www.global.yamaha.com/design/tenori-on). Si tratta di uno strumento musicale digitale, composto da una tavoletta/interfaccia con 16x16 bottoni, che generano anche forme luminose, facilissimo e piacevolissimo da usare. Ci auguriamo che il prototipo, finanziato dalla Yamaha, si trovi a breve sul mercato. Anche Electroplankton, un gioco della Nintendo, in cui la musica viene generata dal coloratissimo digi-plancton è di Iwai (ns05.jamas.ac.jp/~iwai_main.html), un artista, s’é visto dalla presentazione delle sue opere: performances e/o giochi interattivi in cui la musica crea in modo magico e ludico (leggi interattivo) luce e colori. Due esempi di differente grado d’uso della tecnologia (da poco a moltissimo), ma di alto tenore estetico. Per il resto? Il Golden Nika più apprezzato è andato al polacco Tamek Baginski, prodotto e coadiuvato da Platige Image, che hanno vinto con il corto Fallen Art nella categoria di Computer Animation-Visual Effects (www.fallen-art.com). Si tratta di una storia di militari bizzarri e dementi, perduti in un’isola del Pacifico, che si divertono a fare arte giocando con la morte dei sottoposti, humor nero a go-go e in ogni caso interessante l’uso dell’animazione al computer notevolmente temperato dalla pittura manuale. Quello forse meno capito, ma anche meno coinvolgente, è quello avuto da MILKproject (milkproject.net) per l’Arte Interattiva di Ieva Auzina ed Esther Polac. Il lavoro, iniziato da tre anni, consiste nel seguire la “strada del latte”, che dal luogo di produzione in Lettonia giunge al consumatore in Olanda, attraverso lo strumento del GPS, distribuito per un giorno alle persone coinvolte nel percorso. Tutto è testimoniato da video, foto e suoni d’ambiente e naturalmente da una carta geografica, che unifica visivamente la storia. Si trattava di un’opera di carattere antropologico, un “social statement” direbbe Bruce Sterling, di qualcosa che “non emoziona come un quadro di Picasso”. Constatazioni di fatti e interessanti hacker-azioni, sono i lavori di Ubermorgen.com, (V)ote-Auction (www.vote-auction.net) , Award of Distinction per la Net Art, opera però nata nel 2000, Life: A User’s Manual di Michelle Teran, un lavoro che usa ancora l’idea della telecamera di sorveglianza, ma in nome d’una pratica diffusa di morbosità visiva generalizzata (Honorary Mention per l’Arte Interattiva) e Translator II: Grower di Sabrina Raaf: un rilevatore d’inquinamento collegato ad un dispositivo che visualizza il grado di CO2, disegnando della “finta erba” sul muro. Da ultimo un’opera che faceva provare il fremito della sinestesia….un’opera ibrida finalmente: ELF-Electronic life forms di Pascal Glissman e Martina Hoefflin, un vero e lussureggiante giardino ospita strani grilletti macchinici sonori: l’impressione è quella di un’estate in campagna!

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