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ARTE

L’arte contemporanea a Siena
Di Joon Steenkamp
Tra ostentazione e occultamento

Dopo un lungo e travolgente percorso, dispiegato in tre diverse sedi espositive, nel quale vengo proiettato davanti a diverse strategie di rappresentazione ed interpretazione del consumo, fa proprio un curioso effetto trovarsi nelle sale apparentemente spoglie del secondo piano delle Papesse, intento nel tentativo di dialogare con opere che non si palesano immediatamente al visitatore: costretto a scavare nelle possibilità volutamente poco documentate di interazione con le opere, finisco per sentirmi partecipe del curioso destino della protagonista dell’installazione del Caveau… Ma procediamo con ordine.
Siena, ospitale come sempre, in una fredda giornata d’inverno offre, fino al 9 Gennaio, la possibilità di un incontro diretto con l’arte contemporanea articolato in tre diversi percorsi espositivi: la mostra antologica Ipermercati dell’arte curata da Omar Calabrese, la performatività interattiva delle opere proposte da Emanuele Quinz in Invisibile ed il paesaggio audiovisivo proposto da Petulia Mattioli e Russel Mills come interpretazione della project room del Caveau, la stanza più “intima” di Palazzo delle Papesse.
Ipermercati dell’arte
Il consumo visto con gli occhi dell’artista può essere rappresentato (Palazzo Pubblico), ironizzato (Santa Maria della Scala) oppure apertamente contestato (Palazzo delle Papesse): è questa la proposta del percorso espositivo ideato da Omar Calabrese per recuperare le «tracce dell’eterno conflitto tra il banale e l’estetico nell’arte contemporanea»: una proposta che ripercorre le tendenze fondamentali dalle avanguardie storiche alla net art nell’ambito delle suggestioni che, a seguito di una intuizione di Oliviero Toscani, sono state riepilogate nello slogan Ipermercati dell’arte.
«Una delle tendenze fondamentali dell’arte contemporanea, – leggo nell’introduzione di Omar Calabrese al catalogo edito da Silvana Editorialefin dai tempi delle prime avanguardie storiche, è stata quella di tenere in conto la nascente, e sempre più aggressiva, cultura di massa, e soprattutto i suoi elementi più caratteristici, cioè gli oggetti di consumo. Ecco, allora, che: da un lato le merci vengono rappresentate, anche con mezzi espressivi tradizionali come la pittura o la scultura, ma dall’altro vengono inserite nell’opera d’arte esse stesse come materiale espressivo. L’intero cammino dell’arte dell’ultimo secolo è così contrassegnato – ciclicamente s’intende – dal difficile, variegato, complesso talora polemico rapporto con gli oggetti del mondo industriale, con la loro natura seriale-industriale, con il loro consumo di massa».
E se nel “consumo di massa” facciamo figurare le inusitate quotidiane violenze che passano sugli schermi domestici (come quelle perpetrate ad integrazione delle notizie nei telegiornali) o nei maxischermi cinematografici (che fin troppo spesso trovano nel sangue una ragione privilegiata di ispirazione) non saremo poi tanto sorpresi se, come si trattasse di un corredo/commento del percorso espositivo, siamo chiamati ad imbatterci nell’installazione fotografica di Oliviero Toscani dedicata ai reclusi nei bracci della morte delle carceri americane. Un brivido freddo percorre la schiena ed il pensiero corre alle evocative parole di Georges Bataille, scandite sul pavimento di una delle sedi espositive: «Il mondo della produzione, l’ordine delle cose, ha raggiunto il punto di sviluppo in cui non si sa più che fare dei suoi prodotti. La prima condizione rende la distruzione possibile, la seconda la rende necessaria».
E’ una condizione alla quale possiamo trovare vie di fuga attraverso l’ironia o l’aperta contestazione, come ben evidenziano le opere proposte nelle altre due sezioni della mostra. Resta però impalpabile, eterea ma ben precisa la sensazione che l’immagine è la quintessenza della nostra era. Aleggia nelle sale il monito di Jean Baudrillard che fa capolino dal muro di un’altra sede espositiva: «Nella reduplicazione minuziosa del reale, di preferenza a partire da un altro medium riproduttivo – pubblicità, foto ecc. – di medium in medium il reale si volatilizza, diventa allegoria della morte, ma si rafforza anche con la sua stessa distruzione, diventa il reale per il reale, feticismo dell’oggetto perduto – non più oggetto di rappresentazione, ma estasi di negazione e della propria sterminazione rituale: iperreale».



Una foresta di Arbre Magique per contestare i trend del consumo contemporaneo
In questa deriva dell’immagine e dell’immaginazione, pungolato dalla gelida aria invernale, accolgo con piacere il salto del tempo che viene suggerito dalla visita al Caveau di Palazzo delle Papesse, incidentalmente al termine del percorso espositivo degli Ipermercati dell’arte.
Hold
Grandi videomassi cadono aritmicamente in fondo alle scale che portano alla project room ambientale del Centro d’Arte Contemporanea senese: preludono alla sala blindata dove una giovane vestita unicamente di una bianca benda si affanna a scavare nella sabbia per riportare alla luce reliquie di un tempo immemore e indeterminato: oggetti sparuti e desueti, finalmente sottratti alle logiche di mercato, forse inconoscibili, se vogliamo seguire uno dei possibili sottintesi dell’essere bendati; né frivoli, né essenziali.
L’ambiente sonoro, per certi versi leggero ma pur sempre ritmato dall’eco della caduta dei massi nel corridoio appena superato, così come il senso affannoso di quella ricerca al buio sembrano contrapporsi alla memoria degli oggetti che riaffiorano, e che forse in parte sono stati messi in salvo, concrete icone del tempo, dietro le grate di protezione del Caveau.
Può l’effimero contrapporsi al consumo?
Invisibile
E se lo facesse esibendosi come vuoto, come la vacuità che solo l’interazione può portare ad esistenza che pare essere la proposta più ambita di molta arte elettronica e digitale?
Salgo qualche rampa di scale e mi ritrovo al cospetto di stanze apparentemente vuote, costellate di piedistalli, giochi di luce ed impalpabili interventi che invocano la mia attiva presenza.
Nel prologo del catalogo edito da Gli Ori per la splendida mostra curata da Emanuele Quinz posso leggere parole rivelatrici: «Lo spazio ascolta i tuoi passi, percepisce la tua presenza, sente il tuo movimento, conserva una memoria dei tuoi gesti. Non solo, risponde. Si attiva, ti provoca, cerca di attirare la tua attenzione, cerca una scusa per trattenerti. […]
In assenza dell’oggetto, emerge un’estetica dell’esperienza, L’opera diviene l’installazione, l’allestimento di uno spazio-tempo di sperimentazione, di esperienza
».
Precipito così in un mondo del tutto alieno dalle istruzioni per l’uso: tocco, solletico, redarguisco le opere fino a quando queste non si accorgono della mia presenza. Non parlano il linguaggio delle tecnologie: non esibiscono mouse o tastiere… celano il loro modo di mettersi in contatto, di percepirmi. Con il loro silenzio impassibile reclamano le mie cure e poi si disgelano aprendo scenari onirici ed illusionistici a chi, finalmente è riuscito a togliersi la “benda” che gli impediva la vista, a chi ha trovato il modo di uscire dalla platonica caverna (o dall’angusto Caveau?).
Nello svelamento si racchiude la loro intima essenza e si concede quel senso di sollievo a lungo cercato nella visita senese che ben è ricapitolato dalle parole di un’altra perla rinvenuta nelle sale degli Ipermercati dell’arte: «Sono per un’arte che prende le sue forme dalla vita e si contorce e si estende impassibilmente e accumula e sputa e sgocciola ed è dolce e stupida proprio come la vita» (Claes Oldenburg).

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