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 EDITORIALE

Il pluralismo culturale dell’India
Di Fabrizio Pecori

Di ritorno da un recentissimo viaggio nei luoghi e nelle atmosfere più sacre dell’India mi sono trovato, mio malgrado, ad esercitare un forte training cognitivo per cercare di trovare un senso a quelle “anime” apparente incongrue che solo là paiono ai nostri occhi riuscire a trovare una sintesi.
Accanto alle grandi capitali dell’outsourcing (approvvigionamento esterno di risorse a basso costo da parte di società occidentali) informaticoBangalore, Mumbai, Delhi, Calcutta… (che impiegano attualmente circa 800.000 persone con una tendenza al rialzo) – si trovano realtà e scelte di vita indirizzate ad una spiritualità che comporta l’abbandono incondizionato di ogni possesso, considerato contingente e superfluo.
Venendo in contatto diretto con la vita emotivamente ed empaticamente intensa dei pellegrini e dei sadhu (santoni) giunti a milioni nei campi tendati di Allahabad per l’evento considerato più sacro dell’induismo (il Khumbh Mela, che ha luogo una volta ogni dodici anni in funzione di una particolare congiunzione astrale) pare di percepire uno iato incolmabile tra chi – come i naga, abitanti delle foreste e vestiti di sola cenere – ha scelto la via dell’ascesi e chi – come i grandi esponenti dell’impero del software – sta continuando ad indirizzare il proprio operato all’insegna della crescita economica di una nazione ricca di contraddizioni culturali quanto povera di infrastrutture.
A tutta prima quando capita di incontrare un sadhu riccamente abbigliato che riceve una fedele mentre è al contempo occupato in una doppia conversazione di carattere economico su altrettanti telefonini di ultima generazione, viene immediata la tentazione di fare ricorso al sopraffino sincretismo indiano.
Poi a ben pensarci, la spiegazione appare fin troppo semplicistica e in larga misura “stonata”. Riflettendoci, i “modelli di sviluppo economico”, al pari delle categorie dettate dalla “psicologia sociale”, sono dei costrutti inadeguati a spiegare il mondo così come la personalità degli individui; e spesso si rivelano essere la fonte primaria di irrigidimenti e fraintendimenti di quanti troppa fiducia conferiscono alla propria “prospettiva”.

Trovo illuminante in questo senso la riflessione del Premio Nobel indiano per l’Economia Amartya K. Sen: «Nella nostra vita quotidiana noi ci consideriamo membri di una serie di gruppi: facciamo parte di tutti questi gruppi. La stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, progressista, donna, vegetariana, maratoneta, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, musicista jazz e profondamente convinta che esistano essere intelligenti nello spazio con cui dobbiamo cercare di comunicare al più presto (preferibilmente in inglese). Ognuna di queste collettività, a cui questa persona appartiene simultaneamente le conferisce una determinata identità. Nessuna di esse può essere considerata l’unica identità o l’unica categoria di appartenenza della persona. L’inaggirabile natura plurale delle nostre identità ci costringe a prendere delle decisioni sull’importanza relativa delle nostre diverse associazioni e affiliazioni in ogni contesto specifico.

Un naga

Un sadhu

Un ruolo centrale nella vita di un essere umano, quindi, è occupato dalle responsabilità legate alle scelte razionali. Per contro, a promuovere la violenza è la coltivazione di un sentimento di inevitabilità riguardo a una qualche presunta identità unica - spesso belligerante - che noi possederemmo e che apparentemente pretende molto da noi (spesso cose del genere più sgradevole). L’imposizione di una presunta identità unica è spesso una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari». (Identità e violenza Laterza).


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