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 EDITORIALE

Le mani e lo chador
Di Fabrizio Pecori

«In un Paese in cui il corpo viene nascosto in pubblico, in cui il più piccolo ritaglio di pelle nuda esprime una carica sensuale, mostrare le mani è un atto che assume un forte carattere di seduzione» scrive Lilli Gruber a proposito della recente campagna politica iraniana nel suo Chador edito da Rizzoli.
Trovo facile traslare l’osservazione sul contrasto tra le mani finemente tatuate ed il nero chador indossato dalle donne in Yemen.
Chador e hijàb (abito e velo, neri coprenti) inseguono il mito di ricondurre qualsiasi comunicazione fisica del perturbante femminino al suo ipotetico grado 0. Ma bastano pochi giorni di soggiorno in una Repubblica Islamica perché anche un occidentale cominci ad assaporare la seduzione degli scintillanti occhi neri - la cui attrazione è resa più marcata dalla cornice dell’hijàb - e delle sinuose mani - non di rado impreziosite dall’henna.
Per un periodico che si interessa di informazione digitale e che sovente è assillato dallo spettro della globalizzazione imperante, certe forme di espressione non veicolate attraverso il linguaggio rappresentano una forma di antidoto decisamente gradita. Sì perché, non dimentichiamolo, oltre all’economia sono proprio le lingue del mondo ad essere messe a rischio - pur senza una volontà specifica a riguardo - dalla Rete mondiale.
Recenti studi indicano che tra le 6912 lingue parlate nel globo - registrate da Ethnologue (www.ethnologue.com), il catalogo nato nel 1951 come guida per i missionari cristiani - molte sono a maggior rischio di estinzione di uccelli e mammiferi: oltre il 95% degli idiomi del mondo sono conosciuti da meno di un milione di persone (www.terralingua.org). E naturalmente pressoché ad ogni lingua corrisponde una cultura, parimenti votata all’estinzione.
A mio avviso la miglior sacca di resistenza all’anglicizzazione delle culture è oggi fornita proprio dagli usi e dai costumi che non hanno prioritario carattere linguistico. E certo è a queste forme di espressione che sarà affidata la preservazione del carattere culturale e sociale dei popoli. Non me ne vogliano i responsabili del progetto dell’Università di Stanford che ambiscono a realizzare





Una mano dipinta di henna

una stele di Rosetta del XXI Secolo (www.rosettaproject.org), mediante la quale ipotizzano di riuscire a salvare (in codice digitale) quanti più possibili tra gli idiomi esistenti.
Si tratta certo di un progetto eticamente corretto, ma non molto lungimirante: latino e greco antico, solo per fare un esempio, sono certo lingue che destano poche perplessità di interpretazione, ma chi si sognerebbe di dirle “vive”?
Solo a fronte di lingue e culture fiorenti e rigogliose la storia degli uomini saprà aggiungervi la propria passione. E proprio contraddizioni così palesi come quella che ho avuto modo di osservare in Yemen sono portatrici di quell’irrinunciabile dinamismo che fa la storia: non è forse vero che essa nasce dalla distanza tra ciò che l’uomo è e ciò che vuole essere?

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