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Di chi è questo bambino?
Di Fabrizio Pecori

Io l’ho incontrato su un alpeggio di alta montagna in Kirghizstan, dove vive per oltre sei mesi l’anno in una yurta – la tradizionale tenda circolare, tipica abitazione mobile dei popoli seminomadi delle steppe dell’Asia centrale - insieme a genitori e parenti.

Dubito che lui od i suoi amici sappiano, come del resto non lo sapevo io, che circa il 20% dei suoi geni (oltre 4.000 di quelli scoperti dal progetto Genoma Umano, che assimila il nostro DNA alle altre tipologie di informazione che consumiamo abitualmente) è ormai di proprietà delle multinazionali farmaceutiche, degli istituti di ricerca, delle università e/o di singoli ricercatori intraprendenti.

E’ quanto emerge da uno studio condotto da Kyle Jensen e Fiona Murray del MIT di Cambridge e recentemente pubblicato su Science, dalla quale si evince ancora che il 63% dei brevetti appartiene ad aziende e il 28% ad atenei.

Sui numerosi forum dedicati all’argomento c'è un acceso dibattito sulla questione della “brevettabilità dei geni”: i partecipanti sono suddivisi tra ferventi sostenitori che queste proprietà possono rallentare la ricerca e rendere più caro l’accesso a mezzi diagnostici e nuovi farmaci e coloro che invece sono a favore dei brevetti perché li ritengono una condizione risolutiva per garantire investimenti e incentivare nuove ricerche e formule.

Rimane a mio avviso risoluta l’impressione che nella società dell’informazione e della conoscenza la tipica “assenza di peso” dei bit abbia sia diventata una sorta di “paradigma dematerializzante”, secondo il quale tutto è riconducibile o facilmente assimilabile ad informazione e come tale tutto può


Bimbo kirghizo davanti ad una yurta

essere soggetto alla logica arbitraria del “diritto d’autore”, che sembra tra l’altro essere diventata una sorta di ossessione internazionale; basti pensare che nel corso di questo solo anno Microsoft ha registrato circa 3.000 brevetti, contro i 5 richiesti nel 1990.

Non credo, in questo contesto, che si possano annoverare ad accesso di moralismo alcune perplessità sui risvolti etici di una vicenda che è destinata a farsi sempre più pressante.

Una sua possibile soluzione potrebbe essere rintracciata nella proposta di Juan Carlos De Martin, fondatore di Creative Commons Italia, secondo la quale «chi propone un ulteriore ampliamento dei diritti brevettuali o di copyright sia tenuto a dimostrarne il beneficio pubblico».

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