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EDITORIALE
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Di Fabrizio Pecori

Dal 3 Maggio di quest’anno il codice morse, forma ante litteram di comunicazione digitale sviluppata da Alfred Vail durante la sua collaborazione con Samuel Morse tra il 1835 ed il 1838, si è arricchito di una nuova “lettera”: la @, la cui codifica compone il titolo di questo contributo. Fino ad oggi i radioamatori avevano scelto di rappresentarla attraverso la traduzione inglese “at”, ma data la sua frequente confusione con la consonante “w”, hanno ritenuto necessario ampliare la codifica del codice.
Rintraccio un ricordo nostalgico ed inutile di quando lanciavo codifiche morse attraverso i piccoli apparecchi walkie talkie od i fasci luminosi delle torce da campeggio. Nel gioco immaginifico ed allegorico della fantasia di adolescente quel codice si confondeva con le istanze criptografiche della comunicazione delle spie.
La recente notizia del suo aggiornamento rimanda ora la mia attenzione ai complicati procedimenti di ritraduzione degli orizzonti simbolici e rappresentativi che vengono scandagliati come processi di mediamorfosi, e che rappresentano in larga misura anche il contesto di questo periodico.
Colgo nel neonato collegamento tra il codice digitale binario dell’informatica con quello a 5 stati (punto, linea, intervallo breve, intervallo medio, intervallo lungo) dell’alfabeto morse l’ennesima figurazione di quella “insolenza dell’ibrido” cui il paradigma scientifico-tecnologico contemporaneo ci ha ormai abituato. Tuttavia l’insistenza sulla discontinuità nel cambiamento, sul ripensamento radicale connesso alla necessità di ri-media(ti)zione sociale non deve lasciare indulgere il pensiero nell’ambito degli scenari pessimistici di tanta allegoria fantapolitica. E’ piuttosto opportuno, con François Jullien, riflettere sul fatto che «il mondo umano non è come un “vaso” che si possa tenere fra le mani: è fatto di visibile e di invisibile insieme, in esso tutto appare e scompare volta a volta, niente è fermo»: è nella progettualità insita nel nostro modo di “abitare” le tecnologie che dobbiamo cogliere le opportunità di uno sviluppo mediatico sostenibile.



 

 




Propongo questa chiave di lettura per i numerosi contributi di questo nuovo numero di My MEDIA.

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