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Quando il fotografo abbandona la macchina
Di Giulia Bertini

Ho conosciuto Wolfgang Tillmans come tutti, associandolo forse in modo un po' stereotipo al fotografo innovativo e scomodo che molta stampa ha cercato e contribuito a delineare.
In virtù dei i suoi ritratti spregiudicati della cultura pop ed alternativa, con quello stile crudo e disinibito capace di registrare in modo insolente la non conformità senza fermarsi di fronte ai tabù sociali, sessuali, psicologici, lo ho sempre associato ai molti che hanno proposto e propongono estetiche al di là degli schemi.
La curiosità mi ha spinto fino al Castello di Rivoli per vedere il "nuovo" Tillmans "pittore di luce": in una personale che dopo Amburgo e Rivoli, è ormai di stanza a Parigi e giungerà ad Ottobre a Humlebæk.
In questa sua Veduta dall'alto la miscela di tecniche fotografiche e parafotografiche rende evidente l'instaurarsi di una nuova fase del lavoro dell'artista, caratterizzata da una predilezione per immagini e segni astratti che paiono convivere o scorrere paralleli rispetto al rigoroso descrittivismo fotografico. Molte tra le opere presentate sono state realizzate senza la macchina fotografica oppure affiancando il lavoro dell'obiettivo con l'impressione diretta della carta fotosensibile che ha permesso una complessa tecnica di manipolazione della luce.

All'emulsione fotografica si affiancano lavori realizzati con la stampa a getto di inchiostro, ma la tensione verso l'innovazione formale e la predilezione per le grandi superfici dense di valori cromatici e tonali che con varie tecniche tinteggia l'astratto rappresenta il carattere pervasivo del nuovo Tillmans, che così descrive il proprio lavoro: "E' un'azione, nel senso che si tratta di un processo di estrazione, che devo approfondire. Non voglio renderlo troppo romantico, ma si tratta di una specie di processo intuitivo, e ho bisogno, in un certo qual senso, di creare un legame con il materiale che uso; infatti nel tempo ho affinato una sensibilità su come, per esempio, ottenere con il filtro il colore che voglio, come calcolare il tempo esatto di esposizione, o come fare un gesto abbastanza veloce per evitare che la carta diventi troppo scura, e in effetti tutto ciò è molto simile all'operato di un pittore.

E' una questione molto fisica; e io amo questo foglio di carta in sé, questa cosa sensuale e nitida.

Un pezzo di carta fotosensibile possiede una sua eleganza, il modo in cui si piega quando la tieni appesa per una mano o con tutte e due e la manipoli, la esponi alla luce; sì credo proprio che si tratti di qualcosa di gestuale. […] Ma io non voglio imitare la pittura ed è fondamentale che i miei lavori siano percepiti come fotografie, infatti non hanno nulla di diverso, e cioè registrano la luce.

Le mie opere sono intrinsecamente fotografiche e si discostano dalla pittura. Non forzano il processo fotografico a fare altro e proprio per questo sono veritiere come può esserlo qualsiasi foto. Lo ripeto, bisogna lasciarle essere quello che sono".