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Il design dell’inte[g]razione
Di Nadia Andreini

«Guardando le cose dal punto di vista dell’utente si ricava una visione unica ed impressionante, che apre nuove opportunità per il design creativo. Questo è il nucleo della progettazione guidata dagli obiettivi.»
                         Alan Cooper, Il disagio tecnologico
Incentrare la progettazione sui principi di accessibilità ed usabilità delle informazioni dovrebbe significare non limitarsi a seguire principi e formulazioni generali. La progettazione universale consiste di un approccio integrato che se da un lato non può trascurare specifiche e linee guida, va ben aldilà dell’aspetto tecnico/normativo legato ai requisiti globalmente validi. Il design for all, soprattutto nell’ambito dell’informazione e della comunicazione, non può prescindere da quel goal-directed approach suggerito da Alan Cooper (intervista per uidesign.net -2000 - www.uidesign.net/2000/interviews/cooper1.html): una metodologia fondata sull’ascolto e la comprensione delle esigenze dell’utente e dei suoi obiettivi.
Il design dell’interazione non è una questione stilistica, di colori e forme. Non bisogna confondere il termine interazione con interfaccia. Il design dell’interazione serve a definire la struttura, l’“architettura” del progetto, le sue funzioni, come il prodotto/servizio interagisce con l’utente, che cosa gli comunica.
Per fare un esempio concreto, ricostruiamo mentalmente la home-page di un classico portale generalista, densa di informazioni e link disposti in una pluralità di riquadri che si avvicendano in modo aggressivo e ridondante sullo schermo. Anche una volta assicurata, attraverso la stretta osservanza delle più efficaci linee guida, l’accessibilità dei vari componenti che compongono la pagina, è il disegno di insieme che rimane di difficile comprensione, soprattutto per chi, come un disabile della vista, si trova a percepire una sequenza praticamente interminabile di frasi ed oggetti più o meno interattivi che come minimo metteranno a dura prova la propria capacità mnemonica..


Accessibilità
ed usabilità sono principi chiave che ci dovrebbero indurre in primo luogo a pensare cosa veramente riveste un valore informativo, ma anche e soprattutto comportamentale, per l’utente.
Nel momento in cui l’accesso all’informazione assume un aspetto interattivo è opportuno non sottovalutare come dovrebbero funzionare le varie componenti: e non si tratta semplicemente di un problema di interfaccia.
Proviamo adesso ad immaginare, a titolo esemplificativo, un comune chiosco per servizi Bancomat: una volta arricchito di un sistema di output vocale e di un sistema univoco di identificazione dei pulsanti numerici e di navigazione, avremmo certamente ottenuto un sistema sufficientemente accessibile. Tuttavia sarebbe arduo sostenere che il sistema risponda efficacemente alle più semplici esigenze ed obiettivi di un utente medio, il quale al momento di decidere la somma da prelevare sarebbe certo più interessato ad avere indicazione del saldo del proprio conto, piuttosto che non l’indicazione della disponibilità giornaliera. Si tratta di un tipico problema di usabilità che siamo così abituati a “subire” da arrivare a giustificarne persino la strategia economica che ne sta alla base: infatti il Bancomat mette anche a disposizione quell’informazione, ma attraverso una diversa selezione che introduce una clausola di pagamento del servizio.
Si tratta di una sorta di stratificazione antropologica del disservizio che sovente è (inconsapevolmente? in modo rassegnato?) alla base di azioni e procedure del vivere quotidiano che solo una opportuna opera di sensibilizzazione potrebbe consentire di modificare.
Il dossier che propongo– presentando strategie operative, comunicative ed esperienze dirette – intende offrirsi in qualità di contributo a carattere disseminativo su questi argomenti.

 

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