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Performing Media – Le nuove forme del media-attivismo

27 Luglio, 2009 By: admin2 Category: Senza categoria

Di Carlo Infante

Sottoveglianza, per il controllo sociale e creativo dei sistemi della telesorveglianza

Le parole nuove sono cose nuove, azioni nuove. Sottoveglianza è una di queste parole.

Riguarda una pratica creativa di perfoming media tesa ad esprimere un controllo sociale della sorveglianza imposto dalla rete sempre più fitta di telecamere per la sicurezza.

E’ intorno a questa nuova pratica che si è svolta a Torino, il 13 Febbraio, al Gruppo Abele di Don Ciotti, un seminario pubblico promosso da Libera e Acmos. L’iniziativa promuove un patto collaborativo e creativo sulla sicurezza a Torino, basato su un controllo sociale della telesorveglianza dal basso.

Sottoveglianza, appunto.

L’incontro ha anticipato di un giorno un’azione dimostrativa che per la festa di S. Valentino, ha visto alcuni ragazzi baciarsi ed abbracciarsi sotto alcune telecamere di sorveglianza della città.

Queste effusioni amorose, e militanti allo stesso tempo, sono progettate dal Performing Media Lab (www.performingmedia.org/lab/pie) per essere poi rilanciate in un progetto di format cross-mediale che prevede l’utilizzo delle riprese delle webcam stesse. Su questo progetto futuro si prevede di andare ad una negoziazione con le istituzioni (dal Prefetto al Teatro Stabile di Torino) sulla base di un’attività che il Performing Media Lab, con Libera-Associazione contro le Mafie, sta portando avanti per l’educazione alla cittadinanza. Ed è proprio in questo contesto che è stata affidata al Performing Media Lab (in particolare all’associazione teatron.org che con Acmos è promotrice di questo laboratorio per l’uso sociale e creativo dei nuovi media) una sede, presso un’immobile confiscato alla Camorra.

Questo tipo di azioni tendono a svolgersi secondo le dinamiche delle smart mob (le azioni improvvise organizzate on line, secondo la definizione data da Howard Rheingold).

Questo è il media-attivismo che c’interessa di più. Estendere le reti nell’azione territoriale.

E’ opportuno, a questo punto, precisare che i tumulti di Seattle contro il WTO nel 1999, quelli che hanno avviato il movimento no-global, debbono quasi tutto a quel metodo di mobilitazione sostenuta dai media interattivi e mobili.

L’uso delle reti (via email, via sms o via twitter, un sistema di messaggi istantanei connessi ai social networking) può, infatti, rilanciare le forme di auto-organizzazione per le azioni nello spazio pubblico.

E’ su queste dinamiche che è decisivo porre attenzione per progettare le nuove forme della politica e tradurre le opportunità della comunicazione interattiva in pratiche creative di interazione sociale.

Parliamo di azioni poetiche o di azioni politiche?

Sì, lo ammetto c’è qualcosa che tende ad uscire dalla consuetudine della cultura e della politica, per come sono state concepite fino ad oggi. Ed è forse proprio di questo di cui abbiamo bisogno se vogliamo coniugare le più vive istanze d’innovazione con una maggiore consapevolezza sociale. Soprattutto per riuscire ad intercettare quella nuova generazione che sta crescendo in una Società dell’Informazione che non può essere interpretata con i vecchi schemi.

Un concetto come quello di performing media si sta sviluppando proprio in questa direzione, intervenendo anche in ambito universitario, dove sta crescendo quella generazione che spesso si trova spiazzata tra un’attitudine compulsava ad usare i sistemi digitali ed un impianto culturale che non le offre le chiavi per esprimerne la progettualità creativa.

Uno degli aspetti più intriganti dell’avanzamento tecnologico riguarda la capacità creativa degli utenti di generare sia contenuti sia comportamenti. Le condizioni della partecipazione (proprie del web 2.0) riguardano, infatti, non solo i dispositivi interattivi delle piattaforme ma la disponibilità ad interagire, tanto più se l’interazione riguarda la rete con il territorio.

Si tratta di individuare i valori d’uso creativo delle soluzioni digitali che, una volta applicate in contesti extra-standard, rivelano funzionalità non previste. Giocando, ad esempio, su un ribaltamento del punto di vista, secondo la prassi del multi-stakeholder, per cui le prese di posizione di una pluralità di interessi, da angolazioni diverse, esprimono una più ampia prospettiva funzionale.

Ecco perché “sottoveglianza”: per ottimizzare i sistemi di sicurezza attraverso uno guardo dal basso, da sotto le telecamere, sulla base di un principio di convivenza civile e non di coercizione.

Se c’è la sorveglianza delle webcam che innervano i sistemi di sicurezza urbani, è opportuno che ci sia anche una sottoveglianza che proponga un controllo sociale di questi sistemi. Solo sulla base di una consapevolezza e di una massima trasparenza delle politiche per la sicurezza e il controllo dei flussi urbani sarà possibile rendere sicuro e vivibile al miglior grado lo spazio pubblico.

Un’azione ludica, certo, ma che rappresenta una tensione creativa che rientra in una tradizione dell’avanguardia. Un’azione di performing media che fa , infatti, riferimento ad alcune esperienze apripista, come quelle dei Surveillance Camera Players che, già nel 1996 a New York, utilizzarono il sistema delle telecamere di sorveglianza per mettere in onda degli interventi situazionisti ispirati all’Ubu Re di Alfred Jarry.

Sono solo performance? Sì. Ma non dimentichiamo che il teatro è nato non per intrattenere ma per contribuire a creare una mente pubblica. E’ stato determinate al tempo della polis greca nel definire i termini di ciò che potesse essere lo spazio pubblico, al di là della dimensione rituale.

La rete è oggi il nuovo spazio pubblico ed ha bisogno di essere messa in relazione con la mente pubblica e le azioni nel territorio: con quelle azioni pubbliche che proprio grazie alla comunicazione interattiva possono raggiungere forme più compiute di organizzazione. E’ questo uno dei modi possibili per fare politica nella Società dell’Informazione, declinandola sulla base dei nostri bisogni e desideri ed emancipandola dal predominio dei grandi network globali, producendo nel web delle esperienze glocal, dove l’azione locale s’afferma nel contesto globale. E’ in questo senso che si può uscire fuori dalla condizione di attoniti spettatori dei grandi giochi, come quelli di Google o di Microsoft (che con la sua bramosia di Yahoo tenta il grande salto nel social web). E’ invece possibile fare della rete uno spazio pubblico dove estendere le pratiche virtuose delle comunità e allo stesso tempo intraprendere una via di sviluppo post-industriale. Questo è possibile perché le dinamiche del web 2.0, basato sui contenuti (e le dinamiche di relazione sociale) generati dagli utenti, lo può permettere. Ma non è scontato, è una scommessa antropologica che va giocata.

Può apparire un dato sovrastrutturale, ma potrebbe sollecitare uno sguardo più attento valutare come sia invece un aspetto cardine del conflitto politico-economico in atto, anche se in Italia l’industria culturale rimane impantanata nel modello televisivo che si morde la coda. Basterebbe contare i miliardi di dollari che vengono messi sul piatto in quei grandi giochi nel web e nel social networking (pensate a You Tube o a MySpace, l’ultimo grande acquisto di Murdoch, quello di Sky).

Il cuore della questione, se ci proiettiamo strategicamente sullo sviluppo potenziale del rapporto tra reti (si pensi al mobile e al wi fi) e territorio, è in ciò che è definito, appunto, il social networking.

La società civile, o perlomeno le sue componenti più avvertite, giovani e creative, inventano continui modi di fare ed interagire. Si tratta di alzare le antenne e rilevarli. Interpretandoli e sostenendoli con la creazione di ambienti web in cui far coniugare la cultura (secondo una sua ridefinizione basata non solo sulla conservazione dei valori ma sulla loro trasformazione) con gli ambiti della nuova comunicazione. Perché lasciare questa opportunità ad altri?

Le condizioni della partecipazione riguardano non solo i dispositivi interattivi delle piattaforme tecnologiche ma la disponibilità dei cittadini della Società dell’Informazione ad inventare le modalità dell’interazione. Ad inventare nuove forme di cittadinanza. E’ qui che c’è da operare.

In questo quadro può essere considerata emblematica quella particolare azione creativa della Sottoveglianza, capace di esprimere attraverso il media-attivismo non tanto una nuova forma di conflitto, bensì una negoziazione dei termini di convivenza civile in una società che rischia di blindarsi all’interno dei sistemi di sicurezza della telesorveglianza. E’ solo un piccolo atto, ma può essere considerato indicativo di una ricerca che può forse rimettere in gioco le pulsioni ludico-partecipative verso un futuro digitale che rischia di compiersi solo all’interno degli assetti tecnocratici.

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