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Laboratorio Europa

06 Luglio, 2009 By: admin2 Category: Senza categoria

Di Fabrizio Pecori

L’identità del bacino del Mediterraneo può essere portata avanti soprattutto attraverso la pratica programmatica ed attiva dei “laboratori del confronto e dell’azione”

Lo so, lo so: è un’asserzione forte. Ma la trovo fin troppo centrale nel settore delle arti e della creatività. Mi verrebbe da dire che la pratica di un laboratorio ibridato, del melting pot possa essere per molti versi la risposta più coerente a fronte dell’avanzata della cultura di lingua anglosassone.

I laboratori creativi fondati sul dialogo interculturale in un settore non certo marginale come quello della danza contemporanea proposto da Fabbrica Europa a Firenze tramite i due progetti speciali Dialogue e Danse l’Afrique Danse di Culturesfrance mi sono sembrati in questo contesto uno degli “strumenti analogici” più efficaci per promuovere il confronto e la mediazione culturale nel bacino del Mediterraneo.

Quindici danzatori coreografi europei ed africani si incontrano per un periodo di studio congiunto in una residenza artistica di Lucignano curata dall’associazione Sosta Palmizi. Ne risulta un percorso di arricchimento e ibridazione al contempo comune ed individuale che sfocia in una rappresentazione di due diverse serate tematiche in cui gli artisti si avvicendano, si alternano, si congiungono e si fondono sul magico sipario di quella che, ricordando la celebre lezione goldoniana, non tarderei a definire “danza dell’improvvisazione sostenuta dal canovaccio”.

Gli artisti partecipanti: Virpi Pahkinen (Finlandia), Vincenzo Carta (Italia), Snjezana Premus (Slovenia), Raffaella Galdi (Italia/Germania), Benjamin Vandewalle (Belgio), Ebru Cansiz (Turchia), Ayman Al Fayat (Egitto), Liz Lea (UK), Silvia Bugno (Italia), Moustapha Gueye (Senegal), Jean Tamba (Senegal), Prince Dethmer Nzaba (Congo), Michel Kouakou (Costa d’Avorio), Pape Ibrahima N’Diaye (Senegal), Maria Helena Pinto (Mozambico) hanno dato vita ad una kermesse adrenalinica che li ha visti ballare/improvvisare da soli ed in gruppo, senza dimenticare di coinvolgere il pubblico in una dimensione gestuale e prossemica di efficace suggestione.

Intersezioni, labirinti, sentieri interrotti, feste di piazza e d’atmosfera nel ritmo accalorato di una danza accompagnata da strumenti di fortuna: bidoni, sacchetti di plastica, un basso, una chitarra inedite percussioni ed improbabili strumenti a fiato; sono queste le suggestioni meditative ed apotropaiche che rappresentano al contempo l’eredità e l’evoluzione di uno dei bacini demografici e culturali più ricchi al mondo.

Vedere questi ballerini muoversi negli spazi difficili e suggestivi di una ex-stazione merci fiorentina rappresenta una suggestione che riesco a descrivere unicamente prendendo a prestito le parole del grande Ray Charles: «L’anima è come l’elettricità: non sappiamo che cosa sia, ma può illuminare una stanza».

Ma è l’intersezione, la commistione, l’ibridazione delle anime che nel ritmo ipnotico e sinuoso della danza può riservare sorprese senza pari. E’ come una corda che si dipana e si interseca proponendo trame e tele in cui il “piacere” ci viene donato tanto nell’atto della costruzione che in quello della decostruzione. Come Penelope ci sentiamo chiamati a tessere e ritessere quel filo (melodioso e duttile) che si dispiega nel ritmo e nel tempo, come “attesa” e “partecipazione”. Quel filo è gioco, avventura, magia, disperazione e redenzione, con Ulisse potremmo lasciarci prendere nel giro tra i Lotofagi, con Circe, con Nausicaa apprendendo – con piacere – che il godimento spesso non è solo piacere; ci può anche capitare di farne “filo forte” come una corda, per saltarla o mettersi “in cordata”, o per tirarla fino a trovarsi legati mani e piedi, o persino lanciarsi da grande altezza confidando nel sostegno legato alla caviglia, o farne molte altre cose ancora.

Carlo Michelstaedeter, dopo avere puntigliosamente analizzato il mondo sotto le specî de La Persuasione e la Rettorica, trasse le sue conclusioni e credette bene di suicidarsi.

Ma, evitando i fatalismi, come potrebbe mai essere concepibile l’idea di rimanere “saldi” ed “ancorati” quando siamo posti di fronte all’arabesco delle culture e delle coreografie?

E’ una tela improbabile e meravigliosa come Le città invisibili di Italo Calvino o Il tappeto da preghiera di carne di Li Yü; una trama avvincente e misteriosa, capace di coinvolgere (sia pure in varia misura ognuno); un intreccio indubbiamente degno del motto che don Juan avrebbe avuto modo di donare a Carlos Castaneda: «L’uomo, lungo il suo cammino, crede a tutto, non crede a niente, deve credere qualcosa».

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