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Osservatorio di Cultura Digitale
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Bayon

27 Luglio, 2009 By: admin2 Category: Senza categoria

Di Fabrizio Pecori

Il problema della privacy attanaglia sempre più la società contemporanea. È un problema ormai pluriennale, che però non accenna a perdere i propri connotati di urgenza, serietà e pervasività. Non è certo un caso se Goodbye Privacy è stato il profondamente discusso titolo e tema dell’ultimo Ars Electronica. La riflessione si fa sempre più matura e le soluzioni paiono ancora ben lontane dal profilarsi all’orizzonte. Anche in ambito artistico – da molti anni caratterizzato dall’attivismo sociale e dalla sperimentazione soprattutto in ambito elettronico e digitale – essenzialmente la tendenza è quella ad affinare strategie di denuncia e di provocazione, piuttosto che indicare effettive e concrete proposte di soluzione.

Del resto la sindrome dell’essere spiati è probabilmente vecchia almeno quanto l’umanità. Se oggi viviamo l’inquietudine delle videocamere sparse (per i più disparati motivi, e quasi sempre in nome di una presunta “sicurezza”) praticamente ovunque, al pari di quella di essere “tracciati” nei nostri percorsi on line ecc…, non possiamo dimenticare che gli albori della sindrome in senso moderno hanno avuto origine molto tempo prima dell’avvento della telematica, ed hanno trovato la loro più inquietante espressione in 1984 di Orwell.

Visitando i templi di Angkor – in Cambogia – e soprattutto il ben noto Bayon si ha come l’impressione che la consapevolezza dell’inquietudine da sguardo indagatore sia stata percepita, e fin troppo efficacemente evocata, già da Jayavarman VII nel tredicesimo secolo, il cui sguardo di pietra replicato infinitamente dai mille volti affacciati su ognuna delle torri nelle quattro direzioni cardinali scrutano impassibili mettendo a disagio il visitatore.

Il turbamento che se ne ricava è talmente forte che alcuni osservatori e studiosi hanno offerto una diversa chiave interpretativa rispetto all’identità dei volti, che potrebbero essere ricondotti alla rappresentazione di Avalokitesvara, figura illuminata del buddhismo il cui nome può significare Occhi amorevoli o Signore dallo sguardo rivolto in basso.

Maurice Glaize, un sovrintendente di Angkor della metà del ventesimo secolo, scrisse che «sul terrazzo superiore regna il mistero. Dovunque uno si volti, i visi di Lokesvara ti seguono e dominano con la loro presenza multipla, sempre controbilanciati dalla massa travolgente del cuore centrale».

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