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Dove le mucche indossano gli orecchini

novembre 09, 2009 By: admin2 Category: Articoli

mucca

Di Fabrizio Pecori 

Il  Tibet è un paese strano, ricco di tradizioni e culti millenari, praticamente incastonato in costituende megalopoli cinesi dal gusto inappropriato ed eccessivo di una multiluminosa e confusionaria Las Vegas.

Attraversandolo noti – con curiosità – di riuscire a non perdere mai il segnale cellulare ed incontri monaci, pellegrini e nomadi sempre attaccati ai propri telefonini non di ultima generazione, ma perfettamente in grado di offrire accurato servizio anche sulla vetta dei passi che superano i 5000 m. come il Campo Base dell’Everest.

Se la cultura “mobile” si è profondamente radicata, non altrettanto possiamo dire degli aspetti legati al social network.

In Filippine già nel Gennaio 2001 (vedi l’editoriale di My Media N. 01) il presidente Joseph Estrada venne deposto a seguito di una mobilitazione pacifica coordinata attraverso l’oculato invio di messaggi SMS, mentre in una nazione che sta pagando il risultato di un obbligato riconoscimento della propria sudditanza ad un regime totalitario con il soggiorno forzato del proprio capo spirituale – il Dalai Lama – in India, nei posti pubblici dove si può consultare Internet sono dislocati cartelli bilingue (cinese ed inglese) di questo tenore: «Religious, political and pornographic content are not allowed on cafè computer», che suggeriscono associazioni di idee piuttosto forzate.

La mancata traduzione del sibillino messaggio in lingua tibetana non deve troppo stupire proprio in funzione di quella inefficace cultura del social networking e delle possibilità, non ancora totalmente comprese, che una rete mondiale sia pure “epurata ed emendata”, come da antica tradizione cinese, mette a disposizione di quanti riescono a farne un uso consapevole.

Cospargendo qua e là articoli di Legge e maxi emendamenti come quello contenuto nel discusso e discutibile Decreto Alfano, che vorrebbe assimilare i blogger alle testate giornalistiche nell’obbligo di rettifica di quanto di eventualmente giudicato lesivo o inesatto entro le 48 ore, lo Stato Italiano pare avviarsi verso una strada che renda poco praticabile ed irta l’evoluzione del social networking. Con sanzioni improbabili da rispettare a livello continuativo (i blogger, per essere pronti alle rettifiche, non potrebbero permettersi neppure le ferie) ed impossibili da sostenere economicamente (si indica un range che va da 15 ai 25 milioni di vecchie lire) per i privati cittadini, quello che si ottiene è unicamente un enorme restringimento della libertà di espressione, in quanto la responsabilità di ciò che si asserisce o si riporta è già ben regolata in altre leggi e codici editoriali di indubbia efficacia e di maggior sostenibilità.

 

P.S.: Utilizzando la macchinetta fotografica concessa in usufrutto ad una amica che aveva smarrito la propria avevo provveduto a “documentare” [non troppo debitamente] la foto del divieto telematico, ma il nostro corrispondente locale (“seppur” o forse “proprio perché”  tibetano) – incuriosito dalle sue foto – ha immediatamente provveduto a cancellarla di propria mano perché altamente preoccupato delle possibili ripercussioni da parte dei militari cinesi. Posso però garantire la perfetta aderenza del testo all’originale, trascritto direttamente da un compagno di viaggio. Sono quasi certo che operando con poche semplici accortezze avrei potuto recuperare la foto, ma ho preferito pensare che l’incompiutezza in certi casi sia congenita al valore della testimonianza.

Il problema in casi di questo tipo non riguarda più la domanda lecita su “chi controlla i controllori?”, quanto sul come si possano generare e diramare istanze dagli effetti molto più capillari di autocontrollo preventivo. Per dirla con le parole del giornalista Alberto Giovannini: «La libertà […] è un bene che molti regimi promettono ma che nessun regime è in grado di garantire compiutamente; è quindi un bene che ogni uomo conquista più o meno compiutamente, a seconda del “prezzo” che è disposto a pagare

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