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MEDIAMORPHOSIS
Lo Spettacolo della Conoscenza
Di Carlo Infante

Dai Teatri della Memoria alla multimedialità interattiva dei possibili Musei Virtuali
Entrare in un Museo può essere concepito come partecipare ad uno "Spettacolo della Conoscenza". Perché ciò accada va ricreata quella sinestesia che sta alla base della messinscena teatrale: la compresenza di linguaggi diversi, simultaneamente. L’occhio e il cervello dello spettatore selezioneranno, ricreando, attraverso la dinamizzazione della propria percezione e del conseguente processo cognitivo di elaborazione delle informazioni raccolte, un proprio campo di rappresentazione, un Teatro della Memoria. Questa linea di sviluppo è possibile se si vuole cercare di coniugare il principio che sta alla base di un Parco Tematico intelligente e divertente con quello di un Museo che accanto alla propria vocazione sacrosanta di conservazione contempli un percorso innervato di soluzioni interattive ad alto valore culturale. Inscritte nel progetto museale possono quindi trovare luogo installazioni multimediali che “in presenza” vengono pilotate dallo stesso utente espandendo la pista tematica in oggetto. Si apre, e si chiude qui, un riferimento ai cosiddetti Musei Virtuali che, dalle applicazioni affascinanti di Realtà Virtuale, ai prodotti editoriali in Cd-Rom fino al florilegio di siti Internet (dalle funzioni meramente pubblicitarie di locandina elettronica ai portali ad alta tematizzazione), rischia di apparire solo come un mero gadget tecnologico per chi non sa coniugare cultura e comunicazione.

Ogni tanto è opportuno ricordare che il teatro, il libro, il museo sono delle tecnologie, almeno secondo l'accezione antropologica che intende per “tecnologia” la totalità dei modi che le popolazioni esprimono per interagire con il mondo. Un approccio che si attesta al di sopra delle parti, quella umanista e quella scientifica, con cui noi, in occidente discriminiamo il rapporto con i saperi, con la cultura. Le tecnologie sono in fondo estensioni delle nostre funzioni verso l’esterno. Ci sorreggono in compiti che né mano né mente possono assolvere in modo compiuto da sole.
La parola “tecnologia” non nasce con l’era della Meccanica ma trova la sua origine nelle risposte alle domande più antiche, ovvero nella ricerca di soluzioni al rapporto uomo-mondo. In questo senso riflettere su come il museo abbia espanso la nostra coscienza culturale e come possa oggi rilanciarsi in un mondo così mediatizzato e affollato di indizi, immagini e informazioni, può farci superare qualche superstizione. In primo luogo quella per cui cultura e comunicazione non possano agire sullo stesso piano.
Dicevamo che in fondo il museo può essere concepito come una tecnologia, anzi meglio come una tecnologia cognitiva. Cosa significa? Come un libro o un enciclopedia il museo ci pone di fronte al fatto che decentrare funzioni complesse, come quelle dell’organizzazione mnemonica e della sistematizzazione delle informazioni, è stato fondamentale per la nostra evoluzione. Dare nome alle cose e poi esporre quelle cose con quei nomi insieme in un luogo deputato ha contribuito in modo determinante allo sviluppo del linguaggio. Come per le tavole sinottiche dell’Enciclopedia il museo ha dato non solo forma ma sostanza a quella strategia di denominazione a cui la cultura umanista deve quasi tutto. Il principio fondante dell’idea museo va infatti assolutamente oltre quella di una collezione (più o meno privata) di oggetti-feticcio. Si dà così luogo ad una esposizione complessa, e tendenzialmente gerarchizzata, di nomi e cose che sviluppano campi cognitivi. Ma c’è una considerazione che è opportuno immettere subito in campo. Riguarda la capacità propria del linguaggio di esistere solo in quanto condiviso. E’ il fattore per cui l’alfabetizzazione è stata considerata il primo problema da assolvere per quelle società definite civili. Ragionando su questo possiamo trovare nella continua interazione dei diversi media, l’attitudine da sempre a sfumare la contraddizione delle competenze specifiche ed esclusive per attuare una comprensione sempre più ampia. Se si pensa poi che il teatro rappresenta la prima grande tecnologia di rappresentazione ci si introduce ad un discorso che può sollecitare un’attenzione più viva e meno diffidente nei confronti dei nuovi media interattivi e la loro evoluzione nell’ambito dei Beni Culturali. Perché tirare fuori qui questo discorso sul teatro? Perché rappresenta la prima grande tecnologia cognitiva che fa della comunicazione il principio cardine della trasmissione culturale.
Senza il teatro, e la sua capacità di rappresentare in quei grandi straordinari bacini di utenza che erano i teatri dell'antichità greca, il linguaggio alfabetico non si sarebbe mai diffuso con tale velocità. Non sarebbe forse mai diventato un vero medium di comunicazione ma solo l'espressione esoterica di una esclusiva casta di rapsodi. Il fatto stesso di associare a parole sconosciute , perlomeno ai più, delle azioni fisiche che supportassero il significato recitato, e quindi creare attraverso la mimesi partecipata un senso elaborato dallo sguardo dello spettatore ha sicuramente contribuito non poco a far nascere la nostra civiltà occidentale. A farci capire l’uno con l’altro. A un medium di comunicazione nuovo come quello alfabetico s’integrava così uno molto più consolidato come quello della gestualità e proprio grazie a questa interazione si veniva a compiere il senso condiviso.
Ai modi di comunicazione originaria, propri della gestualità (competenza filogenetica affinata in milioni di anni d’evoluzione) s’innestava la nuova competenza alfabetica come poi a questa si è combinata la scrittura che sancì il primo grande strappo culturale, separandosi dalla civiltà orale. Eppure sappiamo che la scrittura non fa perdere la memoria, come sostenevano i grandi filosofi dell’antichità. E che il libro non ha ucciso il valore dei portali di marmo di Notre Dame come temeva l’arcidiacono Frollo ideato da Victor Hugo. Una cosa però è certa: il principio simbolico ed astratto della scrittura oggi non può più essere considerato come l’unico medium per trasmettere conoscenza, anzi è decisamente indebolito rispetto al principio percettivo che sta alla base dell’efficacia e di conseguenza dell’egemonia audiovisiva.
E’ nel quadro di questa considerazione che è necessario trattare, inventare, trovare delle soluzioni possibili per una relazione qualificante tra i sistemi della comunicazione e le politiche culturali che, tra editoria e museologia, cercano di riconquistare il terreno perso.
Prima di procedere nel ragionamento bisogna riflettere su questo: non si può più tenere separata la cultura dalla comunicazione; o meglio, come ci hanno dimostrato tutte le tecnologie cognitive nella storia dell’Uomo, non si può prescindere dal fatto che l’evoluzione comporti uno spostamento generale delle sensibilità e delle predisposizioni all’apprendimento. E questo spostamento è dato dalla qualità di trasmissione della cultura. Questo è il significato che varrebbe la pena dare alla parola comunicazione ma questo non è accaduto in primo luogo per la struttura aristocratica della cultura umanista, che ha imposto di fatto una politica classista ed elitaria di accesso alla conoscenza. Oggi le cose vanno diversamente; anzi con la società e la scolarizzazione di massa, si è creato un andamento opposto, con altre contraddizioni, come conferma il dissesto che in questi ultimi decenni di dominio del massmedia televisivo è stato prodotto, squilibrando il valore stesso del rapporto possibile tra cultura e comunicazione. In questo quadro concepire una politica per i Beni Culturali centrata sull’esclusività e sulla selezione intellettuale sarebbe miope. Come d'altronde sarebbe banale tentare di spettacolarizzare l’offerta culturale secondo modalità para-televisive e marketing oriented.
Vale la pena centrare l’obiettivo, che si cela dietro la facciata del problema, ponendoci delle domande semplici e circostanziate.

 

 

Home page del sito de La città della scienza a Parigi

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Una simulazione dal sito del Museo della Scienza di Firenze

Una simulazione dal sito del Museo della Scienza di Firenze

Cosa chiediamo ad un museo?
Certamente non solo il fatto di conservare ma di esporre i beni culturali in oggetto. E’ del carattere di questa esposizione che vale la pena trattare riflettendo in primo luogo su un dato: per quanto sia importante e degna di tutto il rispetto opportuno la museologia concepita come una sequenza di teche più o meno ricche di contenuti qualificanti non è sufficiente a trasmettere cultura. L’impostazione del deposito gerarchizzato, proprio secondo i principi dell'archivio, è purtroppo quella che passa come forma-museo per eccellenza.Questo adagiamento su formule inadeguate non dà spazio allo sviluppo di una progettualità che può invece inventare forme più avanzate.
«(…) non si comunicano oggetti, e nemmeno collezioni di oggetti: questi semmai si posseggono, si scambiano,si rubano, si ordinano e si classificano, ecc. ma non si comunicano. Così nella struttura linguistica, comunicano le frasi, non i nomi: designare non è comunicare; ne è solo il presupposto.» Così scrive Francesco Antinucci (su Sistemi Intelligenti - Rivista di scienze cognitive, Il Mulino, Agosto 1998), in un lucido saggio su Musei e Nuove Tecnologie, elaborato sulla base di una doppia esperienza: la ricerca sulle modalità d’apprendimento interattivo all'interno dell’Istituto di Psicologia del CNR e la progettualità nelle applicazioni di Realtà Virtuale per i Beni Culturali con Infobyte (solo due esempi sono sufficienti per cogliere il calibro delle operazioni: la ricostruzione della Tomba di Nefertari in Egitto e quella dell’affresco di Giotto nella Cattedrale di San Francesco ad Assisi). E’ seguendo la sua pista teorica che giungiamo ad affermare con la dovuta convinzione che non basta più concepire il grande repertorio di reperti di un museo, magari organizzato per “generi e specie”, come un’enciclopedia fisica, un ampio “dizionario” di oggetti e nomi; è necessario andare oltre. Dobbiamo prenderli quei nomi e comporli in frasi, meglio in racconti o in visioni evocative. Creare, magari inventare, temi. Sappiamo quanta ricchezza creativa possa sorgere dalle filologie e dalla ricerca storica, dalla comparazione tra culture diverse e lontane (alla scoperta di possibili sincretismi) e nella complessa e immaginifica tematizzazione delle risorse culturali. Ma qui sembra insorgere la contraddizione che c’è tra l’idea di mostra e quella di museo. E proprio qui emerge la straordinaria potenzialità del virtuale, o ancora meglio (data la facilità e l’economicità delle applicazioni) della multimedialità e della telematica. In un percorso espositivo si possono concepire postazioni (l’ideale è mimetizzare il computer, incastonandolo nella scenografia del museo) che amplifichino il senso dei reperti, espandendolo magari in comparazioni tematiche e/o iconiche. Il dato cardine risiede, più che nella complessità delle informazioni e degli indizi, nell’interattività, ovvero in quella qualità di trasmissione delle conoscenze che permette all’utente di operare delle scelte. E’ a partire da questa qualità che è possibile arrivare ad intuire quanto possa essere coinvolgente la frequentazione di un museo che sappia utilizzare in modo dinamico e intelligente le tecnologie digitali.
Il fulcro è nell’informazione comunicata, o meglio: nella comunicazione efficace del contenuto viene a rivelarsi il gioco che può rendere un museo capace di intervenire nell’immaginario dell’utente finalmente spettatore di un progetto espositivo di nuova generazione. Già il fatto di usare la parola “spettatore” dovrebbe far riflettere.Si percepisce però la reazione automatica e indispettita di chi non crede in questa ibridazione tra spettacolo e cultura. Per non parlare poi di sviluppare la questione, accogliendo in questo contesto i media interattivi. Va sgombrato il campo da un equivoco: non si tratta di spettacolarizzare e tanto meno di mediatizzare l’approccio con i Beni Culturali bensì di potenziare la partecipazione attiva, sia sensoriale che cognitiva, dell’utente.
Avete presente l’idea che sta alla base di ciò che viene spesso definito Parco Tematico? Non pensate però a Disneyland ma alla Citè des Sciences de La Villette. Perché non coniugare il principio che sta alla base di un Parco Tematico intelligente e divertente con quello di un Museo che accanto alla propria vocazione sacrosanta di conservazione contempli un percorso innervato di soluzioni interattive ad alto valore culturale?
E’ possibile, certo che è possibile, ma solo se si accetta il fatto che tra comunicazione e cultura si dissolva quella dicotomia che alcuni,romanticamente, antepongono all’attenzione diffusa nei confronti dei beni culturali.
Concepire l’utente di un museo come uno spettatore può essere quindi il primo passo per superare lo scoglio epistemologico che purtroppo impedisce un rapporto fluido con i media elettronici in campo artistico. Entrare in un museo può infatti essere concepito come partecipare ad uno “Spettacolo della Conoscenza” ma bisogna far accadere qualcosa, non tanto fuori ma dentro la mente dello spettatore. Va cioè ricreata quella sinestesia che sta alla base della messinscena teatrale: la compresenza di linguaggi diversi, simultaneamente. L’occhio e il cervello dello spettatore selezioneranno, ricreando, attraverso la dinamizzazione della propria percezione e del conseguente processo cognitivo di elaborazione delle informazioni raccolte, un proprio campo di rappresentazione, un Teatro della Memoria.
In questo senso ciò che amiamo definire Spettacolo della Conoscenza può articolarsi come un vero e proprio percorso esperienziale, dove lo spettatore si fa in qualche modo “autore di senso e di memoria”, colmando con la propria disponibilità i vari passaggi logici e analogici che fanno parte di un progetto espositivo. Si tratta insomma di concepire a tutti gli effetti le esposizioni museali come delle avventure percettive e cognitive al contempo che possano lasciare l’utente-spettatore, giunto alla fine del percorso, soddisfatto e coinvolto in un vero e proprio evento interattivo.
Lo Spettacolo della Conoscenza viene così a emergere nella memoria dello spettatore, finalmente autore del suo percorso esperienziale e del senso che ha compiuto nell’interazione con lo spazio, i nomi e le cose in esposizione.
L’idea che misurarsi con la memoria sia come abitare uno spazio è quindi decisiva per capire cosa si possa intendere per Teatri della Memoria. In uno spazio si agisce: le nostre percezioni, quindi, tendono ad essere dinamiche. I percorsi della memoria non possono essere solo lineari e sequenziali ma analogici, combinatori, organizzati in modo reticolare per associazioni continue secondo l’automatica neurotrasmissione delle sinapsi, l’approccio filogenetico all’apprendimento. Il teatro lo sa: si fonda sulla sinestesia dei linguaggi, sull’azione simultanea di diversi elementi visivi o sonori, procede quindi per montaggi analogici che sviluppano la scena libera dalle costrizioni logico-consequenziali. Lo spettatore sta al gioco e trae un piacere psicologico da questa mobilità in cui, tendenzialmente, si coniugano percezioni e processi cognitivi. La domanda a questo punto è: come poter ricreare tutta questa esperienza in un ambiente culturale?
Una prima risposta sta nel fatto che oggi le tecnologie digitali hanno messo in campo l’opportunità di simulare al di fuori della nostra mente le procedure sinaptiche attraverso la forma dell’ipertesto sui quali si basa tutta la multimedialità interattiva, si tratta dello sviluppo di un’intuizione che l’arte della mnemonica, dagli antichi Egizi al Rinascimento di Giordano Bruno, conosce da tempo: spazializzare la memoria, organizzandola per toponimi, ambiti tematici e successivamente per “emblemi”, immagini sensibili ed efficaci che colpiscano l’attenzione. Proprio come “hot-spot”, i punti caldi di un ipermedia, i pulsanti (parole o simboli) su cui cliccare per articolare il processo ipertestuale. Un percorso di memoria potrà invitarci a fare esperienza, a fare un’azione, anche se simulata psicologicamente attraverso la navigazione in un ambiente interattivo.
In un’opera multimediale il nostro approccio cognitivo tende ad essere di carattere immersivo, ovvero teso a sollecitare le percezioni, un approccio molto meno astratto di quello stabilito con un libro da decodificare esclusivamente attraverso le nostre competenze alfabetiche. Si può quindi accettare di essere “dentro” un ambiente che possiamo così concepire come una scena della memoria, uno spazio informatico da “abitare” (immaginate che il cursore-simulacro del mouse siate voi...). Il fatto stesso di agire cliccando sulle immagini (agire nella visione!) ci stimola ad attraversare quello scenario come un territorio, un ambiente digitale, simulato, da interpretare come un teatro d’informazioni.
In L’arte della memoria Frances A.Yates nella sua straordinaria ricognizione scientifica ed esoterica rileva gli esempi più alti dell’arte mnemonica e sviluppa proprio questo concetto di spazializzazione della memoria. Analizza i grandi progetti utopisti ideati da Giulio Camillo, il grande maestro rinascimentale, e quello di Robert Fludd, il filosofo ermetico che nel Cinquecento inglese, influenzato da Giordano Bruno, seguì da vicino il teatro di Shakespeare. E’ proprio il Globe Theatre, il mitico teatro shakespeariano distrutto da un incendio, ad essere preso come modello di un ideale “teatro della memoria”.
Riportare tutto questo nell’economia di un museo è possibile secondo tantissime procedure di allestimento in cui singoli nodi tematici possano svilupparsi con ampie proiezioni, o anche piccoli schermi, pilotati dallo stesso utente che riconoscendo la pista tematica indicata sceglie uno sviluppo conseguente. Questo utilizzo “in presenza” dei media interattivi è soggetto a talmente tante funzionalità che non avrebbe neanche senso indicarle, sfoderando idee buone per tutti gli usi. Come è poco utile elencare le molteplici applicazioni dalla Realtà Virtuale, ai prodotti editoriali in Cd-Rom fino al florilegio di siti Internet, dalle funzioni meramente pubblicitarie di locandina elettronica ai portali ad alta tematizzazione.
Tutto questo per dire cosa? Che principalmente tutto quel clamore mediatico che si è scatenato tempo fa intorno ai fantomatici “musei virtuali” va ridimensionato. O meglio,va dimensionato ad un dibattito culturale che ha toccato registri molto avanzati (due riferimenti su tutti, uno teorico, espresso da Jamie McKenzie già nel 1994 presso la Bellingham Public Schools di Washington http://www.bham:wednet.edu/muse.htm e uno operativo, uno dei migliori esempi di interoperabilità sul fronte dei Musei Virtuali, quello del Consorzio MOSAIC http://mosaic.polimi.it) ma che in tanti altri casi viene usato come un gadget alla moda. In conclusione: per quanto siano decisive le tecnologie della comunicazione interattiva ciò che è più importante è la progettualità creativa che ne sottende l’uso, perché si sappia tradurre l’interattività in una potenzialità sia ludica che educativa. Ciò può accadere solo se si supera la logica tecnocratica che troppo spesso tende a privilegiare l’allestimento informatico alle modalità di interrelazione socioculturale che fanno funzionare il gioco di comunicazione. Spendere la parola gioco è alla fine dei conti tutt’altro che marginale. E’ qui che abita la tensione ideale per dare vita a quella spinta che ci fa cercare il sapere e che c’insegnerà a sapere cercare.

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