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 ARTE E SOCIETA'


La metafora indelebile del digitale
Di Fabrizio Pecori

“Semplici” suggestioni dal Festival Ars Electronica 2006

Oltre ad essere innegabilmente divertente, l’installazione-workshop Random screen di Aram Bartholl mi pare sintetizzare almeno uno degli aspetti salienti della presente edizione del Festival di Arte. Tecnologia e Società, dedicata al tema della Semplicità.
Il quadro di 4x4 pixels visualizzati nello stato “on-off in modalità random” denuncia il pregiudizio sempre più imperversante del “digitale” nella Società dell’Informazione e della Conoscenza.
Osservandola da dietro non si può che rimanere stupiti dal suo effettivo funzionamento: ogni pixel compie la propria funzione senza alcun bisogno di elettricità, sfruttando gli effetti più “meccanici” della termodinamica. Una piccola candela fornisce la sorgente luminosa che illumina per proiezione il singolo pixel; il suo oscuramento è devoluto ad un guscio formato da una lattina di bibita manipolata in modo che presenti una sezione aperta ed una chiusa che offre l’effetto desiderato tramite la rotazione indotta dal calore generato dalla stessa candela. La luce della candela filtra dall’apposito alloggiamento, illuminando ed oscurando lo schermo semiopaco sul quale viene proiettata; la forza della fiamma determina la velocità di rotazione della lattina, dando luogo all’effetto “casuale” tipico della “funzione random” in ambito informatico.

Random screen - fronte e retro

A differenza di quanto determinato dai curatori artistici - Gerfried Stocker e Christine Schöpf - che hanno preferito affidarne l’immagine pubblica all’opera fotografica della serie Vegetable Weapon di Tsuyoshi Ozawa, ho immediatamente letto Random screen come l’icona dell’ossimoro apparente del tema del Festival: Simplicity – The art of complessity. Un tema decisamente articolato volto ad indirizzare la riflessione sugli aspetti più significativi delle possibilità di interazione uomo/sistemi digitali.


Le occasioni di ripensamento e di approfondimento sono state ricche e stimolanti, come da tradizione, a partire dai Simposi condotti da John Maeda e dai Forum che hanno consentito di conoscere i protagonisti delle varie sezioni del concorso che ha portato all’assegnazione dei Golden Nica.
La naturale vocazione allo studio delle interfacce uomo/macchina - che un tema come quello della presente edizione non poteva che contribuire a sottolineare ed influenzare - ha trovato esiti di ampio respiro tra il serio ed il faceto.
Così, accanto a chi ha proposto in piena Hauptplatz una gigantesca tastiera da prendere a martellate per rispondere alla domande irritanti proposte su schermo gigante, vi è stato chi ha proposto stazioni itineranti dalle quali poter diffondere sul web i propri più brucianti rimpianti (Regrets di Jane Mulfinger e Graham Budgett): un modo perspicace per introdurre il tema della mobilità, posta al centro di alcune tra le opere che hanno stimolato la mia empatia.
In As if we were alone Corbinian Böhm e Michael Gruber trasformano in una efficace azione performativa gli esiti di una indagine meticolosa sui comportamenti degli utenti di telefonia mobile, che al momento dello squillo sembrano riuscire ad entrare in uno spazio parallelo astraendo da quello pubblico e condiviso che rimane a latere della conversazione “mobile”. E la conversazione “mobile” lo è davvero: per sottolinearlo il duo tedesco propone tracciati urbani di aiuto per i sinuosi percorsi cui gli utenti danno più o meno consciamente luogo nel corso della propria comunicazione, oppure offrono servizi come operatori, rigosoramente identificabili dalle icone cucite sulle giacche, che si offrono di seguirti lungo il corso della telefonata offrendo con un ombrello riparo dal sole e dalla pioggia; ed ancora molti altri sistemi e luoghi volti a conferire il massimo comfort all’universo virtuale della comunicazione cellulare.
Più spartana, ma altrettanto efficace, la soluzione proposta da Jenny Chowdhury (The Cell Atlantic CellBooth) che ha realizzato uno zaino di “Samsonite dei poveri” equipaggiato con tasca porta-telefonino. Al momento dello squillo lo zaino può essere “esploso” in una comoda cabina telefonica, munita di efficace logo di riconoscimento e zip di chiusura all’ingresso, al fine di preservare la necessaria intimità alla conversazione.


CellbBooth - dettaglio

I più distratti, che rischiano di farsi dirottare nel corso di una telefonata verso mete diverse da quella prefissata, potrebbero trovare grandi vantaggi nell’evoluzione dei sofisticati CabBoots di Martin Frey che, tramite una interfaccia digitale, restituiscono risposte aptiche ai piedi di chi li calza al fine di indirizzarli lungo un sentiero virtualmente predeterminato. L’idea è semplice ed intuitiva: mentre state camminando lungo un sentiero di montagna potete anche abbandonarvi alle suggestioni visive del paesaggio perché il terreno stesso si prende cura di segnalarvi, tramite il necessario assestamento del piede, quando state per allontanarvi dal percorso tracciato: sensori guidati da procedure wireless abbinati con meccanismi in grado di variare l’angolazione della scarpa rispetto al suolo possono riproporre il medesimo sistema di orientamento sensoriale.
Anche così, per sei giorni a cavallo tra la fine di Agosto ed i primi di Settembre, Linz ha voluto sottolineare come le reti e la comunicazione mobile sono ormai in grado di modificare la dimensione evolutiva e partecipativa delle città. Di che stupirsi allora se un giorno passando accanto ad una comunissima cabina per fototessere avvertissimo l’urlo agghiacciante di chi vi è all’interno? Prima di correre in suo soccorso, rischiando di rovinare la fotografia attivata mediante lo strenuo esercizio delle corde vocali, è opportuno assicurarsi che non si tratti di uno Scream Point, l’esilarante proposta di Sebastian Dietrich e Harald Moser per la sezione universitaria Interface Culture.






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