Impara l’arte e mettila in laboratorio: la relazione tra arte,
scienza e tecnologia
Di Simona Lodi
Immaginate un laboratorio buio. All’interno uno scienziato con
un camice bianco, circondato da strani strumenti. Le sue ricerche
in ermetica solitudine lo portano a trovare la soluzione ai mali che
minacciano il mondo.
Pensate a un bar a mezzanotte. Un artista bohemien, dopo aver liberamente
dato sfogo al suo talento creativo immaginando mondi alternativi,
si rifugia in un divertimento dissoluto nella notte, finché
non sorge il giorno, che lo troverà sveglio e circondato dalle
sue inseparabili sofferenze.
Sorprendentemente, come dichiara Eulalia Pérez Sedeño,
direttrice della Fondazione Spagnola per la Scienza
e la Tecnica (FEYCT), presentando il Libro Blanco
de la interrelación entre Arte, Ciencia y Tecnologia en el
Estado español, ora che siamo immensi nella prima decade del
XXI secolo, questa è l’immagine della dicotomia esistente
tra il mondo della scienza e quello dell’arte o, più
specificatamente delle persone che rappresentano la scienza e l’arte,
che persiste nella società.
In realtà la convergenza tra questi due ambienti è sempre
più oggetto di analisi e ricerca, come dimostra una tendenza
che sta prendendo piede.
In Spagna per esempio vincere questa “frattura epistemologica”,
favorire lo sviluppo e l’insediamento di ciò che è
sempre più chiamato la “terza cultura”, è
stato uno degli obiettivi che dal Settembre del 2003 ha spinto il
FEYCT a costituire una piattaforma per analizzare le possibili
interrelazioni tra Arte, Scienza e Tecnologia. Occasione per mostrare
al pubblico lo stato di avanzamento di questo rapporto secondo la
ricerca condotta in Spagna è stato il 1º Congreso
Internacional Art Tech Media che si è tenuto a Madrid lo
scorso maggio.
Un’occasione interessante per rendersi conto che analizzando
questi mondi da vicino saltano fuori molti più elementi che
li uniscono di quanti li dividono.
Il risultato di questa ricerca si è materializzato in un report
che contiene i suggerimenti utili per promuovere e sviluppare questa
interrelazione, fare il punto sulla formazione, la ricerca, la produzione
e la divulgazione delle buone pratiche in Spagna e nel mondo. Queste
possibilità si riferiscono non solo all’idea di vincere
la frattura tra cultura scientifica e cultura umanistica, ma anche
alla loro capacità di penetrare e di avere un impatto sullo
sviluppo dell’immaginario collettivo del pubblico a cui si rivolge.
La convinzione che l’intersezione Arte Scienza Tecnologia possa
offrire alla società della conoscenza, che tutti noi vorremmo
vedere sviluppata, strumenti di un’importanza strategica enorme
e offra delle straordinarie possibilità creative è condivisa
da molti soggetti internazionali.
Primo fra tutti a occuparsene in maniera sistematica è stato
l’artista Roy Ascott. Ascott è fondatore e direttore
del programma di ricerca CAiiA-STAR, oggi Planetary-Collegium
composto da CAiiA, (Centre for Advanced Inquiry in the Interactive
Arts, fondatonel 1994) e STAR (Science Technology and Art Research
centre, fondato nel 1997) presso la School of Technology, Communication
and Electronics dell’Università di Plymouth in Inghilterra.
Da qui sono derivati lo Z-Node diretto da Jill Scott presso l’Institute
for Cultural Studies, University of Applied Arts di Zurigo e l’italiano
M-Node diretto da Francesco Monico e Antonio Caronia presso la Scuola
di Media
Design della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (NABA).
|
Roy Ascott ha coniato anche il neologismo “tecnoetica”per
indicare l’ambito di analisi. Francesco Monico, in
seguito alla pubblicazione nella rivista Internazionale
dell’articolo di Tullio De Mauro La parola: tecnoetica
nel numero del 20/26 Aprile 20071,precisa che nella definizione
di questo termine riportata dalla rivista c'è un grave errore
che va subito chiarito. Infatti Tullio De Mauro definisce
il termine come: “tecnoetica” “l'etica delle/per
le tecnologie e loro produzioni". La parola, nella forma inglese,
technoethics, sostiene De Mauro, è nata in ambito
particolare. Se ne attribuisce la coniazione a Roy Ascott, professore
di technoethics art a Plymouth, in Gran Bretagna. Ascott la introdusse
sul finire degli anni novanta studiando l'etica della progettazione
industriale. (sic!) In realtà la parola nasce in ambito estetico-artistico
e non è direttamente collegata alla parola etica: infatti
secondo Ascott, «il termine è una unione tra
Tecné e noetikos: Tecnoetica2 è quella speculazione
che concerne l'impatto della tecnologia sui processi della coscienza.
La tecnologia può essere telematica, digitale, genetica,
vegetale, moist (letteralmente emulsionata), linguistica....»
Secondo Roy Ascott "le tecnologie oggi disponibili
hanno un impatto sulla coscienza e si sono trasformate nel substrato
dell'arte del terzo millennio, in particolare le tecnologie più
interessanti si definiscono nell'incrocio tra telematica, biotecnologia,
nanotecnologie, e informano il processo degli artisti, dei progettisti,
dei performers, degli architetti." E Monico continua
precisando che secondo lo stesso Ascott la definizione estetica
del suddetto paradigma tecnologico contemporaneo sarà tech-noetica,
cioè una fusione di che cosa conosciamo e possiamo ancora
indagare sulla coscienza (noetikos) con ciò che possiamo
fare e finalmente realizzeremo attraverso la tecnologia.
Ecco che quindi la parola, potrebbe nella sua forma italiana –
come mass media – essere correttamente composta da un termine
inglese 'tech' e uno italiano, derivato dal greco, 'noetica', ecco
quindi la tech-noetica. Per approfondire le ricerche sull’arte
sincretica e i rapporti tra arte e tecnologia consiglio di leggere
l’ultima fatica di Ascott in termini teorici: Engineering
Nature. Art and Consciousness in the Post-Biological Era.
|