|
Volando nella fotografia di Simon Pais-Thomas
Di
Nadia Andreini
Ho pensato di dedicare la copertina
di questo numero ad un giovanissimo fotografo: Simon Pais-Thomas
Simon è un giovane fotografo cileno che
grazie alla comunità di Flickr si è
fatto conoscere ed apprezzare da numerosi appassionati. Flickr
come già sapete è al tempo stesso un fenomeno
di interazione sociale ed un progetto di condivisione di immagini
grazie ad Internet.
E’ così che ho conosciuto i lavori di Simon.
Le numerosissime visite alle pagine che contengono le sue immagini
gli hanno consentito di ottenere il successo personale ed il lavoro
per Paula magazine & Infame al quale segue
il recente lavoro con Estudio 185.
Il lavoro di Simon rappresenta la più diretta
testimonianza che i mezzi costosi e preziosi – ad esempio
camere fotografiche altamente professionali o attrezzature estremamente
evolute – non sono per forza necessarie all’arte della
fotografia. Il pensiero, l’occhio, la creatività –
in misura certo più determinante delle tecnologie –
sono la vera forza dell’artista.
Pochi oggetti: gli angoli di una casa come palcoscenico dove ambientare
“una storia”, dove il fluttuare di oggetti e persone
creano un alone di mistero e realizzano una nuova espressione fotografica
posso spingere il pensiero e l’immaginazione oltre…
ma oltre cosa? Il gioco del mistero viene enfatizzato con l’utilizzo
di ombre e luci; di curati dettagli; di minime presenze, silenziose:
cosa pensano?
D.: Quanto è importante in questi casi la post produzione
(con Photoshop)?
R.: A mio avviso nell’ambito della fotografia
digitale gli strumenti di fotoritocco come Photoshop sono altrettanto
basilari del tipo di fotocamera adottata. Così come nello
sviluppo di un film non puoi fare a meno di un laboratorio di montaggio,
Photoshop offre al fotografo la possibilità di avere sempre
a portata di mano un laboratorio altamente professionale. Potrei
suggerire che lo scatto fotografico, per quanto accurato, mette
a disposizione dell’artista una splendida pietra, che solo
attraverso l’uso di Photoshop si può riuscire a rifinire
per dar vita ad una scultura degna di questo nome.
D.: Sono rimasta affascinata soprattutto del gruppo di fotografie
che hai generato per ringraziare delle 600.000 visite al tuo Photostream.
Le definisci “piccole storie magiche”, puoi raccontarci
qualcosa di più?
R.: Ho sempre avuto un forte feeling per finestre,
porte e stanze vuote.
Per me esse significano spazi che devono essere riempiti con memorie,
segreti e specialmente fantasie, sogni ed illusioni. Un punto di
partenza per vivere ciò che di solito non puoi vivere nella
vita reale, quelle cose che diventano vive solo nella tua mente.
Uso la fotografia come espressione di una immaginazione cristallizata,
un metodo per non dimenticare l’immagine che si è generata
nella mia mente.
Stories to tell through my window pane rappresenta il seguito della
serie My first room. E’ stata creata con l’aiuto speciale
del mio amato amico Daniel Gonzalez-Muniz, un artista ed un attore.
Per prima cosa gli ho chiesto di dipingere e migliorare le finestre
che ho comprato da una società di demolizione. Si è
lasciato subito molto coinvolgere in questo progetto così
mi è venuto naturale proporgli di fare da modello. Alla fine
è stato proprio lui a spingermi oltre le mie originarie idee
ed insieme abbiamo dato vita al ciclo finale.
D.: Curiosi i titoli che pubblichi unitamente alle immagini,
come ad esempio Seeing how the leaves fall down from a tree that
wasn't there. Sembra necessario utilizzare un ulteriore mezzo di
comunicazione che si aggiunga all’immagine. Qual e’
il tuo pensiero a questo proposito?
Proprio questo lavoro è stato realizzato grazie anche alla
presenza di DGM (Daniel Gonzalez Muniz). Puoi precisare in cosa
consiste il progetto? (forse hai già risposto prima). Quali
sono state le tue riflessioni alla vista del risultato finale?
R.: Non mi sento a mio agio con le parole, parlo
sempre troppo. E’ difficile per me arrivare al punto e molte
volte mi sento obbligato ad aggiungere titoli alle mie immagini.
Molte delle mie immagini non sono state concepite per essere “comprese”
ma per essere “contemplate”, per cui quello che io faccio
con i titoli è cercare di fornire un fattore “reale”,
un linguaggio comune fra l’osservatore e la foto così
da agevolarlo nel posizionare la nuova immagine nell’ambito
delle altre “cose comuni” che vivono nella testa di
ognuno di noi.
D.: Affascinante il gruppo di immagini dal nome My First
Room dove gli oggetti presenti nell’angolo di stanza immortalato
dalla camera stanno realmente volando e la presenza umana diviene
un gioco con l’ambiente. Mi domando come facevi ad abitare
in questa stanza!
R.: Sono sempre molto contento di vivere in questa
stanza, nel mio vecchio appartamento con la mia famiglia. Quella
stanza ha un grande significato per me perché era grande
abbastanza perché potessi fare tutto quello che volevo (fotograficamente
parlando). IL fatto semmai è come potesse la stanza vivere
con me all’interno! Spostavo costantemente i mobili la cui
posizione non permaneva mai più di dieci giorni. Sono come
un piccolo tornado quando sono creativo, ora non posso più
farlo perché i mobili sono molto pesanti ed in qualche maniera
mi sento incastrato.
D.: Hai realizzato numerose
foto dedicate al mondo della moda, foto perfette tecnicamente e
dallo stile fresco. Penso alle immagini per Paula magazine ma anche
Infame Magazine. In Flickr possiamo recuperare l’intero percorso
del tuo lavoro, dei tuoi successi e delle tue creazioni, ma parlaci
dei tuoi studi.
R.: Ho studiato pubblicità per 1 anno all’UNIACC
nel 2005, poi ho iniziato a lavorare. Diciamo che l’opportunità
si era profilata grande abbastanza da convincermi a smettere gli
studi. Ho iniziato con la fotografia l’anno prima quando ero
in college, in maniera autodidatta, anche se la parola è
troppo formale: giocavo con l’immagine perché sentivc
necessario distrarmi da ciò che mi circondava. Non mi prendo
mai troppo sul serio perché solo in questo modo riesco a
lasciarmi andare e farmi coinvolgere.
|

D.: Hai deciso di
proporre il tuo intero portfolio ed il tuo curriculum su Flickr
e non hai creato un tuo website (mi pare), perché?
R.: In realtà ci sto lavorando! Molti designer
mi hanno offerto la loro collaborazione ma è difficile, non
riesco organizzare le mie immagini! Sono troppe e mi dispiace troppo
scartarle nella selezione finale: è un fatto che mi rende
triste. Ho dedicato molti sforzi al mio lavoro in questi ultimi
3 anni per creare adesso una specie di compendio. Voglio terminare
altri 2 progetti prima di lanciare il sito, non ho fretta per adesso.
D.: Sono numerosi i tuoi ammiratori, molti i commenti collezionati
per ogni immagine presente nel catalogo di Flickr: vorrei conoscere
il tuo parere su questo servizio e la sua community.
R.: Ho certamente avuto successo grazie Flickr
dal momento che ho ricevuto 800.000 visite e molto supporto dai
suoi naviganti, per questo non posso che ringraziare!
Flickr è un fenomeno, istantaneo, flickritis. Puoi assistere
alle reazioni immediatamente alle reazioni della gente quando pubblichi
il tuo lavoro, puoi discutere delle loro opinioni e sentimenti,
cosa a loro piace e cosa no. E’ una “mostra permanente”
con migliaia di visitatori. Si crea un network virtuale degli artisti
più famosi dove puoi guadagnare popolaritè, commenti
e critiche e perfino tributi.
E’ un luogo amichevole dove ti guadagni il rispetto dei visitatori
e, cosa importante in siti del genere, hai occasione di incontrare
persone con gli stessi tuoi interessi e persone con interessi opposti.
Conquisti amicizie e opportunità incredibili anche all’estero.
L’arte digitale non è nata come un movimento élitario,
al contrario è quasi sempre arte GRATUITA per tutto il mondo.
Così ogni giorno che passa io sai che ci sono sempre più
persone interessate a creare un modo di esprimere i propri sentimenti,
e qualsiasi altra cosa che aspirano a dire o rappresentare. Molte
si sentono “artisti”…anche solo i più convinventi
sopravviveranno ahahahahah, è proprio una bellissima cosa.
E tutto semplicemente perché in siti come Flickr e Fotolog
le persone hanno l’opportunità di aprirsi e praticare
una forma di esistenza maggiorata rispetto al loro quotidiano. Ho
incontrato attori, avvocati, modelli, giornalisti, architetti, ragazzi
e vecchi che hanno bisogno di fare qualcosa in aggiunta a quanto
praticato giornalmente a livello professionale e/o individuale.
D.: Per la copertina abbiamo scelto un’immagine che
proviene dal gruppo intitolato Little Man e qui a fianco si possono
osservcare altre due immagini appartenenti a questa raccolta: come
nasce questa serie? Qual è il “messaggio”? Incontri
spesso questi piccoli uomini?
R.: Penso che sia un sentimento che appartiene
al subconscio del pubblico, tutti si sentono simili a “piccoli
uomini” almeno una volta.
La serie è nata per dar conto di un altro aspetto del mio
lavoro personale, qualcosa di simile ad un autoritratto fotografico
che riecheggia una sintesi tra Alice nel paese delle meraviglie
ed il lavoro di Margarita Dittborn, una mia amica fotografa. Si
tratta di un lavoro che al momento concepisco come essere “ancora
in corso”.
D.: Hai realizzato la tua prima mostra dal titolo El Emperador
de los mil vientos. Parlaci di questo progetto: come è nato?
Cosa hai proposto per l’occasione?
R.: Conosco una compagnia di danza cilena Butoh
chiamata Bayku ed un loro spettacolo intitolato The emperor of a
thousand winds che è andato in scena per più di 3
anni. Soledad Riderelli, una manager culturale cilena, mi ha invitato
a creare una serie fotografica sul Butoh. Ho avuto completa libertà
e così ho visto la rappresentazione ed ho proposto una serie
di immagini basate sull’equilibrio dell’energia contenuta
nella danza Butoh e la bellezza dei paesaggi onirici che essa contribuisce
ad evocare. Ho creato 26 immagini divise in 4 miniserie che rappresentano
il viaggio dei personaggi nei 4 specifici paesaggi: foresta, colline,
rocce e finalmente il mare dove si incontrano, creando di fatto
un perfetto bilanciamento.
D.: Puoi parlarci dei tuoi prossimi progetti?
R.: Sto lavorando a 2 nuovi progetti basati su
delle mie storie. Uno l’ho chiamato Fotos de amor, e rappresenta
la storia di un uomo gettato in mare che inizia un viaggio che rappresenta
un nuovo inizio che gli consentirà di dimenticare gli ultimi
ricordi di un amore antico accanto a cui non può più
vivere. L’altra storia non ha ancora un titolo ma è
una serie su un giardiniere che coltiva uomini nel pavimento.
Ringrazio Simon che ancora una volta mi ha dato modo di mantere
l’impegno di parlare della fotografia che va “oltre”,
oltre l’immagine che fotografa il reale verso un mondo diverso…
|