Nei molti e più viaggi che ho avuto la fortuna di annoverare tra le mie esperienze mi sono fatto espresso riguardo di assaggiare tutto ciò che di “commestibile” ogni popolazione e tribù avesse ipotizzato come complemento per la propria dieta.
La mia curiosità gastronomica, davvero, non conosce confini; ma certo tutto assume una diversa prospettiva se proviamo a pensare alle possibili conseguenze di certe “diete” ricorrentemente forzate: «“Sotto Pol Pot siamo sopravvissuti mangiando la foresta. Torneremo a farlo”, mi diceva una donna (marito, due sorelle e un figlio persi nelle fosse comuni) che assieme ad un gruppo di altre vedove gestisce ora l’unico albergo di Siem Reap [era l’Aprile del 1980, nel frattempo le cose sono molto più che cambiate, essendo la cittadina cambogiana l’avamposto più vicino per le visite del complesso archeologico di Angkor; N.d.R.] Vari esperti stranieri che lavorano in Cambogia sostengono invece che se la gente torna a mangiare, come ha fatto nei quattro anni passati, foglie, lucertole, ratti e qualsiasi cosa che calmi lo stomaco, i cambogiani rimarranno deboli e malaticci e di nuovo non saranno in grado di coltivare il riso per la prossima stagione. Il circolo vizioso della fame non finisce più». (Tiziano Terzani, Fantasmi)
Divertito e goloso ho assaggiato pietanze ed esplorato mercati mi hanno indotto a pensare che, rispetto alle prospettive ipotizzate da Terzani, niente pare essere mutato in Cambogia come in Laos.
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