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Buone pratiche per una didattica efficace
Di Giulio Luzzi
Il gioco come ALT(r)0 momento formativo
Ancora oggi molti sono convinti (e a mio modesto
parere erroneamente) che il gioco come momento di apprendimento
sia generalmente più idoneo ad essere impiegato nell’
infanzia o nelle prime fasi di età scolare, per poi lasciare
il posto ad una didattica più “Seriosa”.
Niente di più sbagliato!
Nella mia frequentazione ormai ventennale di aule scolastiche, dove
si insegna principalmente informatica e lingue, posso dire che il
momento ludico nella didattica funziona a prescindere dalla materia
insegnata e dall’età discente.
Adulto o bambino che sia, l’apprendere giocando determina
quasi inevitabilmente un approccio Trans-disciplinare e Trans-generazionale.
Il gioco produce da sempre gli stessi positivi effetti pedagogici
su grandi e piccoli studenti ed è cosa nota, esiste una copiosa
bibliografia in merito, allora viene da chiedersi: perché
tendiamo a sottovalutarne l’efficacia quando dobbiamo insegnare
ad un pubblico adulto?
Le motivazioni sono varie ma possiamo ricondurle a tre categorie
paradigmatiche:
a) di metodo; alcuni pensano che il gioco, come
momento di apprendimento, mal si presti o non sia consono ad un
pubblico adulto,
b) di merito; che vada a discapito della serietà
dell’insegnamento addirittura ne pregiudichi la qualità.
c) ergonomici, per usare un eufemismo, insegnare
anche attraverso il gioco presuppone lo scardinamento di un modo
classico di fare didattica sul quale per motivi di “comodità”
spesso ci adagiamo.
Superato questo, che a mio avviso rimane un preconcetto, insegnando
attraverso il gioco ci rendiamo progressivamente conto che funziona.
Per la mia esperienza d’aula legata principalmente - ribadisco
- all’insegnamento dell’informatica e della lingua inglese,
posso dire che: se il gioco è ben pensato, ben strutturato,
funziona sia nella sua capacità di tenere alto l’interesse
e la motivazione dei partecipanti, sia come esperienza relazionale
tra persone di età diversa (realtà molto frequente
nei nostri corsi), riducendo molto il drop out.
Posso confermare che imparare giocando aiuta anche ad elevare il
profitto, a sviluppare capacità che non siano solo mnemoniche,
ma anche analitiche, ed a sviluppare un apprendimento non solo logico
sequenziale.
Il gioco in classe diverte, emoziona, dà soddisfazione, coinvolge,
lega e pone nuove sfide anche in termini cognitivi, didattici e
metodologici, al discente e agli insegnati.
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Ho notato più volte che attraverso
il gioco - questo vale per l’insegnamento tanto dell’informatica
quanto per l’inglese, realtà che conosco meglio - anche
le conoscenze teoriche più “astratte ed ostiche ”
che sono propedeutiche all’acquisizioni di competenze e quindi
dalle quali non si può prescindere,
vengono assimilate meglio e più in fretta.
Il giocare dà ad ognuno di noi una profonda soddisfazione
che può essere definita come piacere dell’apprendere/facendo/giocando.
Tutto questo a mio avviso perché il gioco e la simulazione
consentono di costruire un link, mi si consenta l’espressione,
tra l’astrazione di certi concetti e la realtà, e quindi
a produrre un apprendimento più efficace.
Quel “fare” è essenzialmente fisico, il gioco
è fantasia e fisicità insieme, e questo rappresenta
il grande vantaggio. L’ apprendimento che noi possiamo veicolare
attraverso il fare, risulta essere più efficace e più
consolidato in tutte le sue forme.
Il primo esempio che mi viene in mente è l’apprendere
ad andare in bicicletta, sicuramente tutti noi l’abbiamo appreso
“pedalando” e anche se per un lungo tempo non la usiamo
più, non dimentichiamo come si fa; non posso certo dire lo
stesso di passi di storia imparati a memoria per un’interrogazione
o un esame.
Parimenti, sul versante linguistico, la persona che ha imparato
la lingua “vivendola” tende a conservarne una conoscenza
più duratura: ho un carissimo amico che è vissuto
per un anno in Inghilterra, e ancora oggi il suo inglese è
migliore del mio che l’ho studiato per otto anni a scuola
e che sicuramente ho avuto maggiori opportunità di parlarlo
con continuità.
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