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Così vicini, così lontani
Di Francesca Gallo
Trasfigurare il reale, non emularlo. Riformulare
l’esperienza, non duplicarla
Realismo e vocazione documentaria sembrano il peccato originario
della fotografia e del video, ma sono anche alcuni degli aspetti
che hanno contribuito al loro crescente presenza sulla scena artistica,
confermata pure da Pensa con i sensi. Senti con la mente.
Una Biennale, questa del 2007, in cui i temi della violenza, della
sopraffazione, dell’aggressione all’ambiente, sono veramente
molti... e non c’è da stupirsene, visto i tempi che
corrono e dai quali difficilmente l’arte riesce a fare astrazione.
Tuttavia ci sono modi diversi per parlare di questo nostro tempo
e delle sue tensioni che modellarsi sulle immagini dei media e sfruttare
i clichè legati alla guerra e alle devastazioni. Uno dei
meriti maggiori, infatti, di quegli artisti che non si tirano indietro
di fronte all’attualità, ma che attratti dal “rischio”
si avvicinano pericolosamente al linguaggio della cronaca, è
proprio quello di esplorare forme e soluzioni estetiche aliene da
intenti shockanti.
Nell’articolato panorama veneziano, da questo punto di vista
su tutti trionfa il poema visivo che Alfredo Jaar
ha dedicato all’Angola. Le immagini in presa diretta di Muxima
appartengono, nonostante le apparenze a un registro diverso
da quello documentario: la trasfigurazione emotiva è infusa,
infatti, tramite la musica e le parole di un fado struggente. La
nostalgia per qualcosa che avrebbe potuto essere e non è
stato – quel sogno di un’emancipazione collettiva che
ha segnato la storia dell’Angola postcoloniale – rende
ancora più dolorosi i volti delle donne che cercano i figli
scomparsi, il territorio disseminato di mine, le piattaforme petrolifere
quasi moderni parassiti intenti a suggere la linfa vitale di un
corpo vivo.
Ironico e inquietante al contempo, il video di Tracey Rose,
invece, ci regala le scene di una improbabile partita di basket
sott’acqua, i cui giocatori – moderni tritoni in smoking
– si affaticano in una pratica innaturale, inseguono una dimensione
anfibia che non appartiene loro, ma nonostante ciò fluttuano
elegantemente in apnea. The Wailers è una
riuscita metafora della prevaricazione culturale anglosassone, ma
anche la rivendicazione dell’appropriazione innovativa, di
cui certo la storia del Sudafrica è un esempio vivente, nella
sua unicità.
Al centro di Check List Luanda Pop (il padiglione
africano) ci si imbatte nell’installazione enigmatica di Mounir
Fatmi, Save Manhattan 03, ultima versione di un progetto
che l’artista ha iniziato all’indomani dell’11
Settembre, e incentrato sullo skyline di Manhattan, ancora dominato
dalle Twins Towers. Ideata per Venezia, l’opera si compone
di una selva di altoparlanti e casse audio che riproducono il profilo
urbano dell’isola newyorkese e dai quali fuoriesce il realistico
brusio di rumori e suoni metropolitani. L’immagine si presenta
in tutta la sua forza tramite l’ombra proiettata sulla parete,
che a sua volta “illumina” di senso un insieme altrimenti
ermetico. Anche il sonoro, inizialmente difficile da percepire e
decodificare, svela la sua natura solo se si accetta l’egemonia
visiva, se ci si lascia guidare dall’immagine che l’opera
crea, quella tenue ombra di un insieme scomparso, eppure familiare.
Ancora la memoria, e la sua interrelazione con i media, sono
affrontati con leggerezza e stupore da Óscar Muñoz,
in Proyecto para un Memorial. Le cinque proiezioni
a parete mostrano effimeri ritratti, dipinti sulla pietra con il
pennello
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intinto nell’acqua:
appena il tempo di delineare le fattezze dei visi che le fisionomie
si dileguano, e con esse anche la possibilità di conservarne
il ricordo, di intuire le storie personali che ce le hanno consegnate.
Un tema scottante per l’America Latina, oggi alle prese con
la rilettura della sua storia recente, segnata da dittature che
hanno letteralmente cancellato intere generazioni, condannando all’oblio
la loro lotta e i loro ideali. Ricordare è quindi un processo
collettivo e storico, da compiere sempre di nuovo, e continuamente
minacciato dall’effimero presente, sembra dire l’artista.
Una perentoria dimensione iconica caratterizza Art of Modern
Architecture (Homage to Ellsworth Kelly), implicitamente
dedicato all’attualità pur nei rarefatti riferimenti
artistici. Marine Hugonnier introduce alcuni ritagli
di un libro di Ellsworth Kelly – il pittore
minimalista delle tipiche superfici monocrome – all’interno
di pagine di quotidiani arabi, additando la matrice decorativa comune
sia alla calligrafia orientale sia all’astrattismo modernista.
Proprio all’inizio dell’Arsenale – la parte più
ricca della mostra che dà il titolo alla 52a Biennale –
ci si imbatte nella complessa riflessione fotografica che Yto
Barrada conduce sulle trasformazioni provocate dal capitalismo
internazionale nell’enclave extraterritoriale di Tangeri e
che è parte di una ricerca imperniata sul Mediterraneo riconfigurato
dalle migrazioni. Ma l’artista, che pure si avvale di un linguaggio
documentario apparentemente vicino al reportage, nell’accostare
la sorte dei bulbi di Iris selvatico minacciato d’estinzione
a quella di uomini senza volto riversi sul prato, sollecita nell’osservatore
una sottile incertezza identitaria: ma se è possibile chiedersi
con chi identificarsi, oggettivamente si sta sempre da una sola
parte.
Non lascia invece possibilità di “distanza critica”
Congo Project (working title only),
di Steve McQueen. Il film – proiettato in
un ambiente profondamente buio – alterna spezzoni della rudimentale
estrazione del prezioso materiale impiegato nei semiconduttori e
sequenze del laboratorio dove lo si lavora con le più avveniristiche
strumentazioni automatizzate. Ma quale sia l’oggetto della
narrazione lo si capisce lentamente, dato che l’artista infatti
ricorre a raffinate riprese semi illuminate, a primi piani e dettagli
stranianti. Mentre, al contrario, è prepotentemente immediata
l’esperienza immersiva del sonoro, aggressivo e spazializzato.
Infatti, è proprio il rumore che ci attira nella metaforica
caverna percettiva e ci sopraffa una volta dentro, facendoci respirare
al ritmo delle badilate che violano la roccia, dell’acqua
del fiume in cui si depurano i cristalli estratti, del ronzio degli
automatismi dei sistemi esperti. |