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Societa

 

Fisica e Arte
Di Antonio Rollo
La sveglia cromata squillava sempre alla stessa ora. Insieme al sole nascente segnava l’inizio di una nuova giornata. Gli scuri (le imposte) della porta ancora socchiusi lasciavano entrare, attraverso le bianche tende smosse dagli spifferi del leggero vento marino, i primi bagliori dell’alba. Era già sveglio e in pochi gesti era già pronto per uscire di casa ed annunciare il nuovo giorno agli abitanti di un piccolo villaggio. Impugnata la bicicletta con un balzo scavalcava il tubo centrale e appena in sella pedalava verso la chiesa, percorrendo la breve strada che conduceva dritto alla porta del campanile. Quella mattina toccava far suonare le campane della chiesa raggiungibile senza troppa fatica perché in fondo alla strada in discesa.
Un nuovo giorno era cominciato per quasi tutti nel villaggio, tranne che per chi lavorava di notte che ovviamente stava per finire; in ogni caso le campane del mattino erano l’inizio di tante nuove storie.
Benché le campane suonassero per le poche anime del villaggio, all’estremità della via su cui abitava il sacrestano, sorgevano due chiese. I due sagrati disegnavano il limite della strada; lui, il sacrestano, abitava esattamente al centro. La strada in pendenza, dalla chiesa a nord verso quella a sud, era percorsa alternativamente un giorno verso una e un giorno verso l’altra. Alternando i mattini, le campane svegliavano tutto il villaggio
Sulla bicicletta i pochi attrezzi erano già sistemati in modo da non intralciare la pedalata e dopo aver tirato con forza le lunghe corde delle campane, il sacrestano si dirigeva verso la sua campagna con andatura lenta. Il fresco del mattino distendeva il viso e i colori si rafforzavano con il passare del tempo. Bastavano pochi minuti perché il sole mostrasse ogni particolare e lui raggiungesse il varco del suo campo coltivato con alberi d’arance, mandarini e limoni.
Pensavo, ancora bambino, che il sacrestano del mio paese non sarebbe mai morto, e che ogni sera, al tramonto, sarebbe continuato a passare dalla strada dove ero solito giocare con i miei amici. Arrivava con andatura lesta, sulla sua bicicletta, e quando era prossimo ai cinque scalini dove noi sedevamo per aspettarlo, saltava giù e doveva compiere ancora qualche passo per fermare la sua corsa.
Con un fiatone velato, ci sorrideva e ci chiedeva come fosse andata la nostra giornata; eravamo eccitati dall’idea di raccontare le nostre avventure perché la ricompensa sarebbe stata il racconto di una storia oppure la proposta di scoprire la risposta ad un indovinello. Allora non me ne accorgevo ma un giorno raccontava una storia e il successivo poneva un indovinello.
Poi un giorno furono festeggiate le campane elettroniche che intonavano melodie programmabili, e non ci sarebbe più stato bisogno di suonarle a mano. Il vecchio sacrestano era già morto da tempo e con lui le sue storie e i suoi indovinelli.
Il mio preferito è questo: cos’è quella casa verde fuori e rossa dentro con tante finestrelle nere? Lo ripeteva sempre con la stessa emozione, la voce bassa, la fronte candida e le mani poggiate sul manubrio della bicicletta. Seduto lo stavo ad ascoltare ed ogni volta che lo si sentivo mi batteva forte il cuore e dopo averci pensato, sicuro di non sbagliare gridavo: l’anguria!
Un’anguria è una casa verde fuori e rossa dentro, con tante finestrelle nere. Le case del mio paese erano tutte bianche, attaccate una l’altra in due schiere che corrono lungo le poche strade che si incrociano e portano tutte verso la campagna. Il bianco è necessario per non attirare i raggi del sole che per la maggior parte dei mesi dell’anno è pungente e brillante.
La natura ha dettato le forme e i colori generali dell’architettura e ha dato forma ai particolari. L’uomo si è adattato ai diversi climi e situazioni, costruendo il proprio habitat in sintonia al luogo dove ha trovato spazio vitale. Lo spirito di sopravvivenza porta a cercare ambienti dove vivere ed evolvere, partecipando al grande ciclo della vita.
Accettare che con la morte del sacrestano si sarebbe chiuso un ciclo era molto difficile, ma la paura della morte è un sentimento che ci portiamo dentro e da bambini si presenta nella sua forma più pura, così come le altre emozioni come l’amore, l’odio, il pensiero e lo stupore.
Come in un film che alla fine ti lascia l’amaro in bocca, le storie e gli indovinelli non sarebbero più stati pronunciati da quel vecchio contadino con la passione per le campane. L’ultimo sacrestano del mio paese non si era mai sposato, forse sentiva che qualcosa stava per finire, ma questo sarebbe chiedere troppo per la storia di un uomo di cui non conosco i particolari della vita. Non sposandosi ha spezzato la catena della procreazione, la linfa dell’umanità. Ogni uomo ha un inizio ed una fine, ed ogni storia ha un principio ed un finale, qualunque esso sia, altrimenti non è una storia.
Ma riprendiamo l’indovinello, la casa era portata a metafora di un frutto, un’estensione dell’idea di frutta. Anche le arance possono essere allora una casa, così come le pesche o l’uva. Vedere oltre quello che si percepisce è andare a scoprire la risposta ad un indovinello, quel sacrestano non è mai diventato un grande artista, ma l’arte ci ha regalato quesiti ben più complessi dei semplici giochi di pensiero posti su quei cinque gradini al tramonto.
L’arte pone in ognuno di noi dei quesiti che emozionano e invitano alla ricerca di risposte, ponendoci in uno stato di stupore. Il mistero dell’arte risiede nella capacità degli artisti di andare oltre il sensibile. La forza di catturare le idee e di costruire particolarissime architetture che si mostrano nella loro complessa unità. Storie che si intrecciano e si fondono in un risultato generato dalla la vita in un tempo e in un luogo: un ciclo.
Mi sento come agli inizi del ‘900 quando la fisica stava per avere una svolta importante grazie all’uomo Einstein, alla sua vita e al suo lavoro. La fisica classica veniva messa per la prima volta in discussione, e una nuova prospettiva di pensiero si apriva su ogni attività dell’uomo compresa l’arte. Se l’arte è le ali della natura, la fisica ne è il corpo. A cento anni dalle prime idee rivoluzionarie di Einstein (e non solo lui) penso che il tempo è maturo per considerare l’arte sotto una nuova luce, che non esclude l’arte tradizionale, ma che la comprende e la mostra nella sua più completa bellezza.
Lo strumento digitale permette una forma d’espressione che non è realizzabile con nessuna architettura di pensiero riconducibile alla percezione di un dipinto, scultura, film, opera teatrale o quant’altro sia classificabile come figurazione e forma visiva.





La musica è espressione dell’esecuzione con uno strumento, in altre parole una sublime rappresentazione dell’interfaccia “uomo-macchina”. Anche la forma visiva è il prodotto tra uno strumento e l’uomo. Sia con il pennello, lo scalpello, la cinepresa o una scenografia, la forma visiva resta esterna al momento della creazione, si stacca dalla materia prima e si libra nell’aria come le note o i ritmi.
Gli strumenti di registrazione e riproduzione dell’era tecnologica hanno reso possibile un livellamento dell’idea di opera musicale nei confronti di quella visiva, pur mantenendola profondamente staccata nella sua essenza. Ogni strumento musicale produce suoni armoniosi grazie alla sua particolare struttura e alla grazia dell’artista. Il ritmo, la melodia, l’armonia e il silenzio sono rappresentazioni dell’ambiente acustico della natura, della vita dell’uomo in essa e del processo di trasformazione che caratterizza la nostra esperienza. Le forme, i colori e l’architettura raccolgono lo spirito della nostra percezione dell’ambiente in cui viviamo, della natura e della continua lotta per la sopravvivenza. Musica e Arte visiva sono la memoria dell’uomo. Una scultura, un disegno, un suono, un’architettura ha sempre avuto il privilegio di essere il segno del comunicare, la tacita necessità di lasciare una testimonianza. Dai semplici segni di vita preistorica dei graffiti rupestri fino alle grandi opere d’arte moderna, permane fino a noi il desiderio di raccontare una storia, che ci avvolge e sfugge alla normale percezione della realtà fenomenica.
La fisica atomica ha scaraventato l’umanità in un vortice che include non solo la pura ricerca ma per la prima volta mette in gioco le caratteristiche primordiali dell’umanità che sono la sopravvivenza e la riproduzione. Grazie agli strumenti tecnici in principio e tecnologici oggi, è possibile varcare le soglie della percezione e ascoltare il suono dell’infinito, sia esso afflato del cielo o silente rumore della materia. Come nell’arte anche nella fisica l’uomo estende la propria esperienza della realtà sensibile interagendo con degli strumenti. In entrambi i casi il risultato resta un’interpretazione singolare della realtà. Il processo di introspezione espresso ai primi del ‘900 nell’arte è paragonabile al desiderio degli scienziati di comprendere la natura della materia, abbandonando la ricerca di formulazioni empiriche della struttura dell’universo e della realtà che ci circonda. La semplicità ricercata da Einstein nella sua lunga esperienza nel mondo della fisica atomica è un segno di un passaggio tra un vecchio mondo che guardava all’infinito, e quello nuovo in cui solo grazie agli strumenti e alla capacità creativa del singolo è possibile cominciare l’esplorazione di quanto resta celato ai nostri sensi. E mentre si gioca la partita delle grandi domande che si ponevano i fisici dell’inizio del ventesimo secolo, la luce diventava nuovo oggetto di studio. La fisica e l’arte avevano scoperto il modo per conoscerla e comprenderla attraverso nuovi strumenti, che la catturavano, la scomponevano, la innalzavano ad idea. La luce diventa un rapporto tra energia e materia in cui spazio e tempo perdono il loro valore assoluto per diventare grandezze relative.
Nuovi spazi e tempi, sotto una più complessa idea di luce, stanno cominciando a delineare i principi di una nuova possibilità d’espressione.
La nuova arte, quella digitale, resta intrappolata nello strumento, ma con ciò non estranea ai principi che hanno condotto, nel corso dei secoli, gli artisti a porsi delle domande di fronte allo spettacolo della natura. Oggi il tempo è maturo per un’arte che è nello strumento stesso, il “medium”. L’atto del comunicare e lasciare una testimonianza si libera dei limiti della rappresentazione, l’inizio e fine sono racchiusi in un processo che è la materia prima della strumento digitale. Una nuova arte che può raccontare infinite storie che non si fermano in uno spazio e un tempo definito, ma si costruiscono in relazione ad ogni istante e luogo in cui vengono eseguite. Ogni singola esecuzione deve rispettare i canoni tradizionali di interpretazione della natura, esterna e interna all’uomo, secondo criteri spazio temporali che restituiscono un senso di unità e bellezza, di complessità e di semplicità.
Con lo strumento digitale, l’arte si porta in seno anche il processo creativo mostrando, in un’originale condizione, l’esperienza di un’opera. L’opera d’arte digitale è il rapporto che si stabilisce tra pensiero, azione e strumento; non è soltanto la somma dello strumento e il musicista nell’atto dell’esecuzione, o il prodotto di una forma visiva, ma abbraccia entrambi i processi e li estende in un rapporto non più assoluto ma relativo.
Le campane elettroniche del mio paese hanno spezzato il ritmo di un tempo che restava fisso insieme allo spazio in cui le storie si svolgevano, hanno frammentato le competenze, e ognuno schiacciando un bottone può sognare di correre in bicicletta, al cantare del gallo, verso il campanile e profumare il cielo di un nuovo inizio. Qui siamo noi, e come per Bateson è sempre un’emozione poter affermare: "inesplorato oltre questo punto".
I segni digitali sono copie della matematica e della fisica, di quei processi che hanno spinto l’avventura umana oltre i limiti del percezione diretta della natura, alla ricerca del senso della vita. Così dagli inizi del ‘900 mentre l’arte tradizionale andava esaurendo “tali e tante altre cose che la ragione umana aveva imitato dalla natura”, la matematica e la fisica si accingevano ad annunciare la nascita della “macchina universale” per il calcolo; strumento diventato necessario, quanto le mani dell’artista, per cogliere le complesse strutture della natura e mostrare la loro più vivida bellezza.

 

 

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