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ARTE


Segni vitali

Di Francesca Gallo


Mounir Fatmi fra Africa e Europa


Censura, resistenza, accesso negato: questi tre concetti basterebbero a riassumere gli argomenti ricorrenti in molta arte dei cosiddetti paesi emergenti, almeno di quella impegnata a creare un territorio nuovo, al confine tra il formalismo internazionale e deraciné del "concettualismo" e i territori dell'accademismo locale, intriso di tradizioni.
Nato a Tangeri, Mounir Fatmi completa la sua formazione in Italia e Francia, e ben presto abbandona la pittura per affacciarsi sullo spazio mai esaustivamente cartografato dei linguaggi elettronici. Negli anni '90, il Marocco - sebbene avesse compiuto importati passi verso la democratizzazione - è lungi dall'essere una vera monarchia costituzionale, tanto che dissenso e critica possono costare la prigione. Con il video Naissance (1992) l'artista "muore" simbolicamente alla pittura e al suo paese: e su questa strada - scandita da una produzione audiovisiva in cui la ricerca poetica si è intrecciata con la frequentazione della grafica computerizzata - Fatmi incontra il riconoscimento internazionale. Anche lui, come altri giovani videomakers, si trova a suo agio nel mescolare linguaggi diversi, con soluzioni stilistiche originali, in cui iconico e verbale si alternano e si rafforzano, storia e attualità si sovrappongono, tradizione e modernità dialogano fra le due sponde del Mediterraneo, scambiandosi di posto.
L'analogia fra embargo commerciale e censura culturale è la chiave del work in progress Menuphone (2000-2002), aperto agli artisti dei 27 paesi che cercano di sopravvivere alle sanzioni internazionali: una condizione che - al pari della guerra - rende particolarmente difficile dedicarsi ad altro che al soddisfacimento dei bisogni essenziali, e che quindi la dice lunga sulle concrete possibilità creative dei popoli non occidentali. Attorno a questo tema si dispongono altri lavori, fra cui l'installazione 500 metres de silence, dove centinaia di metri di cavi d'antenna, che non connettono né trasmettono alcunché, sono sparpagliati in un ambiente dominato dal celebre cane di Palov, quello che risponde a vuoto allo stimolo associato sperimentalmente al cibo (che manca) e il cui latrato riempie la sala. Ma già nel video Survival Signs (1998) l'artista formula suggestive metafore circa l'analogia fra cibo e comunicazione, entrambi vitali per l'essere umano.
La relazione interpersonale come materia dell'opera, è una delle componenti di Ovalproject, un lavoro collettivo realizzato a Val Fourré, banlieu che richiama l'attenzione dei media per la violenza dei casseurs. Qui l'artista ha maturato la convinzione che gli immigrati siano, per antonomasia, senza rappresentazione, dato che essa non coincide né con quella degli abitanti del paese ospitante, né con le "immagini del sé" prodotte nel paese d'origine. In collaborazione con il documentarista Laurent Huet, gli abitanti del quartiere, guidati da Fatmi, hanno prodotto le proprie "immagini", da diffondere tramite le televisioni degli stati di provenienza, affinché, grazie alle parabole - archi di rifrazione ed eco onnipresenti nel mondo dei migranti - siano viste anche dalle comunità straniere in Europa.

Mounir Fatmi mentre dipinge

La diffusione, la comunicazione, l'accesso all'informazione e all'autorappresentazione determinano la forma di Ovalproject, in cui approccio sociologico, estetica relazionale e critica alle condizioni di possibilità dell'opera d'arte si confrontano in modo originale.
Ma la circolazione, non solo di merci e uomini, ma anche dell'energia vitale - per dirla con Lyotard - è arrestata ad ogni passo. Flussi di informazioni, relazioni umane, capitale collettivo, sogni e desideri si infrangono contro Obstacles. L'installazione inclusa in Africa Remix (mostra che tra il 2004 e il 2006 ha toccato Düsseldorf, Londra, Parigi e Tokyo), gioca sulla polisemia del titolo: il pubblico si agira tra gli ostacoli delle gare di equitazione, che privi di qualsiasi apparente coerenza, sono fragili sopravvivenze di un contesto scomparso. L'insieme si completa con i disegni alle pareti che si riferiscono ai check-point israeliani a cui sono ossessivamente e vessatoriamente sottoposti i palestinesi; e con il video che racconta dell'Homme sans cheval. Anche questo fantino è un "residuo" di qualcosa che è scomparso: si aggira a piedi, nel parco e sul limitare dello spazio urbano, alla ricerca di un nuovo senso per la propria esistenza, passata - meno metaforicamente di altri - a superare ostacoli! Ma in realtà sono proprio le barriere - doganali, linguistiche, culturali... - a mostrare tutta la propria assurdità.

 

 

NOTE
1. A tal proposito sono molto utili i saggi raccolti in Afriche, diaspore, ibridi: il concettualismo come strategia dell'arte africana, a cura di E. Eulisse, Bologna, 2003.
2. Cfr. Mon public c'est la personne qui est à côté de moi, intervista di M. Cohen Hadria a M. Fatmi, in Ovalprojet 1999-2002, catalogo della mostra, Paris, 2002.

 

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