GHERnica
Di Fabrizio Pecori
Il gioco di parole non è certo dei più riusciti,
ma l’associazione di idee per chi come me cerca nel viaggio
il modo naturale ed immediato di venire in contatto con l’Altro
è decisamente più diretta.
Se Picasso è riuscito ad immortalare in una
delle sue tele più famose il destino di devastazione ed incoerente
brutalità della guerra, rappresentando il risultato immediato
del bombardamento che gli aerei della Luftwaffe hanno
imposto sulla cittadina di Guernica; altrettanto
devastante pare essere (almeno a tutta prima) la diffusione delle
antenne paraboliche per la TV satellitare per quel nomadismo congenito
che siamo soliti osservare in Mongolia.
Le tende-abitazioni dei pastori nomadi dell’Asia Centrale
– denominate a seconda dei luoghi e delle popolazioni
yurte o gher – rappresentano per chi è afflitto dal “morbo
romantico del viaggiatore” una vera e propria istituzione mitopoietica:
basti pensare che proprio grazie ad esse Gengis Khan è
riuscito a fondare il più grande impero che la storia ricordi
senza mai fondare una vera e propria città.
«La gher mongola somiglia un po’ a un tendone da circo
in miniatura. – dice Louisa Waugh in Dove
volano gli uccelli – Le pareti sono costruite da quattro
o cinque pannelli di travicelli di legno disposti a griglia e legati
con delle corde. Questi pannelli sono smontabili, e possono facilmente
essere caricati sul dorso di un cammello quando i nomadi si spostano.
Il tetto della gher è costituito da una quarantina di pali
lunghi circa due metri e disposti a raggiera. […] Una volta
costruita l’intelaiatura di legno viene rivestita all’interno
ed all’esterno da strati di feltro, e infine coperta con un
telo bianco protettivo che è fissato con strisce di tela simili
a lunghi nastri».
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Le gher sono il vero paradiso dei nomadi; in questo differiscono
dall’hasha il cortile recintato di pali di legno con costruzioni
parimenti in legno all’interno, che ospita i pastori durante
i periodi in cui le condizioni climatiche avverse li costringono
ad un certo grado di stanzialità. Vederle drappeggiate di
pannelli fotovoltaici per assicurare la produzione di elettricità
ed annesse a gigantesche parabole per la ricezione delle programmazioni
satellitari è un modo molto diretto per venire in contatto
e prendere consapevolezza del grado di pervasività della
glocal-culture; non vi pare?
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