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 EDITORIALE

Le molte "reti" dell'Africa
Di Fabrizio Pecori

Un’antica leggenda comune in molte zone dell’Africa asserisce che le streghe si radunano di notte sui grandi alberi isolati in mezzo ai campi. E’ inutile però tentare di spiarle perché sono riparate da una grande ragnatela con la quale ogni notte avvolgono la terra: un capo lo tengono in mano e gli altri passano su tutti gli alberi del mondo. Ecco perché la mattina si possono talvolta trovare brandelli di ragnatele penzolanti dai rami o dai pali delle staccionate.
Le streghe intanto sono ritornate alla loro esistenza quotidiana e diurna. Vivono così fianco a fianco, ma in completo anonimato, con i numerosi guaritori (curandeiros) e stregoni (feticeiros e profetas) della medicina tradizionale, che ancora oggi appare l’unico rimedio possibile in situazioni di elevato disagio e scarsissima capillarità della scienza medica di stampo occidentale.
A volte sembra di riconoscerne i tratti nel sorriso disinvolto ed insolito di un anziano dalla curiosa dentizione; nello sguardo penetrante di una donna con il volto coperto dal musiro - la crema di bellezza estratta dalla polpa dell’albero ximbuti, il cui tronco viene venduto a fette nei mercati -; o nell’espressione altrove assorta di una anziana masai accoccolata contro il muro della propria capanna di fango.
Accanto a questa “rete” di convinzioni animistiche ed ultraterrene si è venuta pian piano tessendo quella altrettanto pervasiva della telefonia mobile, a tal punto sviluppata che anche nelle più remote regioni del Malawi, del Mozambico e della Tanzania la copertura praticamente non ti abbandona mai, neanche sulle isole ormai disabitate di Kilwa Kisiwani e Songo Mnara - per arrivare alla quale è necessario attraversare una folta palude di mangrovie -, oppure nel corso di una escursione sul Kilimanjaro o ancora di un safari nella caldera del cratere di Ngorongoro.
Su questa rete portatrice di voce e messaggi si espletano con costanza relazioni sociali che altrimenti risulterebbero impossibili, data l’impervia situazione della rete stradale e l’inesistenza pressoché totale della rete ferroviaria.

Nelle zone più remote di questi paesi, dove il turismo non è arrivato ed anche gli aiuti umanitari faticano non poco a giungervi, la telefonia mobile si è innestata nella cultura locale senza mutarne l’aspetto. Segno tangibile del fatto che le nuove tecnologie non hanno necessariamente un portato intrinseco di determinazione ideologica (o dovrei dire e-deologica) e culturale, soprattutto se poste a contatto con lo spirito sincretistico di molte popolazioni africane.
Così nei villaggi rimasti al di fuori dell’ondata travolgente dello scorrere del tempo, dove la vita prosegue lenta e genuina, confrontandosi quotidianamente con la cronica mancanza d’acqua, di strutture, di elettricità, può capitare (eccezione quasi unica) di trovare capanne che offrono servizi di riparazione ed assistenza per la telefonia cellulare.
Come faranno poi per metterli in carica in centri abitati dove non capita di sentire neppure il sibilo di un generatore a motore resta per me un mistero. Uno dei tanti di cui il “continente nero” è saturo.

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