My MEDIA

Osservatorio di Cultura Digitale
Subscribe

WECONOMY

marzo 12, 2011 By: admin Category: Comunicazioni

 

Scaricalo!

Innovazione frattale

dicembre 06, 2010 By: admin Category: Articoli

Di Fabrizio Pecori

Sedici anni dopo l’epicentro del Genocidio e 78 dopo l’istituzione della Carta di Identità (sulla cui base il Genocidio è stato reso possibile) il Rwanda appare, almeno ad un turista in frettoloso passaggio come lo sono stato io questa estate, un paese in pieno sviluppo, che punta dritto ad un futuro di ampliata comunicazione ed ampie speranze, con una economia che è già un modello per l’intera Africa.

Le curiose contraddizioni di strade sterrate e piste ancora accidentate che conducono a paesi e villaggi in pieno corso di cablatura con la fibra ottica, nei quali però la presenza di energia elettrica è affidata unicamente a rumorosi generatori alimentati a carburante, fanno pensare ad un sogno che intende essere perseguito ad ogni costo: il sogno della comunicazione e dello scambio culturale.

Osservando il sorriso sui volti della gente, notando la scarsa presenza territoriale di milizie ed altre forze dell’ordine, ottimisticamente saremo portati a pensare che il Genocidio sia stato superato a fronte alta dalla maggioranza.

Però il 10 di Agosto, quando sono entrato in Rwanda, mi sono stupito nel constatare che The Indipendent strillava dalla copertina l’incredibile vittoria di Paul Kagame con il 93% dei voti (che non mi sembra affatto il “frutto reale” di una genuina democrazia).

Appena di ritorno mi ha colpito sapere che il leader dell’opposizione era stato confinato, come molti altri avversari, nei campi profughi alla frontiera della Repubblica Democratica del Congo.

Ma non è di politica estera che voglio interessarmi in questa pagina, quanto indicare come una prolifica fonte di indagine l’idea di esplorare l’andamento discontinuo e quasi rapsodico dei nuovi paesi in via di sviluppo: la nostra idea di progresso tecnologico e sociale è troppo fondata sull’indagine socio-politica dell’Occidente per darci una corretta idea delle nuove forme dello sviluppo, ove in fin dei conti, è nata l’idea di un Progresso come una linea retta orientata verso il futuro.

In Rwanda dove le strade utili per appoggiare un reale sviluppo economico praticamente non sono ancora state concretamente sviluppate, non ho trovato località ove non vi fosse perfetta copertura delle rete delle telecomunicazioni cellulari ed i lavori in corso per la distribuzione capillare della fibra ottica.

Solo laddove entrano in ballo gli interessi economici internazionali fiorisce lo sviluppo di infrastrutture volte a migliorare la qualità della vita e dei trasporti (secondo il punto di vista dell’Occidente). Il che ci riporta al sempreverde adagio che recita “laddove sono praticamente assenti gli interessi economici non ci sono troppe urgenze nell’offerta di aiuti umanitari”. Ancora oggi il Rwanda, malgrado la floridità delle piantagioni, dipende essenzialmente dai finanziamenti esteri, che continuano a non essere sufficienti a colmare il proprio deficit o ad investire concretamente nel “futuro”.

Nei pressi del magnifico Lago Kivu, la sviluppatissima rete stradale mi aveva fatto pensare che non tutto fosse frutto di una politica schiettamente locale. Tornato in Italia nei quotidiani internazionali ho trovato una soluzione al mio interrogativo: nel Lago Kivu – una delle riserve di gas considerate più consistenti del pianeta (28,3 miliardi di metri cubi) – si sta sperimentando un progetto di estrazione del metano disciolto nell’acqua per produrre elettricità. Il successo del progetto e la domanda interna di energia hanno spinto imprenditori locali e stranieri ad investire milioni di dollari.

A ben vedere la linea retta orientata, pur non mutando gli attori degli interessi, tende ad assumere nelle nuove economie un andamento frattale, probabilmente più duttile (ma certo non molto controllabile negli effetti a largo raggio) rispetto alle frammentate esigenze di frastagliate e disomogenee espresse dalle economie internazionali.

editoriale

La ludoteca mediatica di Carlo Infante

luglio 12, 2010 By: admin Category: Articoli

Futuro Nativo

marzo 31, 2010 By: admin Category: Articoli

cogito-ergo

 Di Stefano Adami

“Certo che, se dai retta a tutto quello che senti in TV …”.

Iniziava così la tipica lezione di vita del genitore ironico, lustri addietro.

Dai tempi del Carosello, però, il ruolo di educatore si è complicato parecchio. Un tal Nicola da Boston (Negroponte, n.d.r.) scrisse nel 1995 “Being Digital” e spiegò al mondo intero che stavamo per cambiare.

A parte gli eccessi di entusiasmo, tipici dei momenti di rottura, in quel libro erano già immaginate soluzioni di continuità e nuove traiettorie.

Con l’espressione “Prime time is my time”, ad esempio si intravvedeva la possibilità di uscire dalla comunicazione unidirezionale tipica dei broadcast televisivi e di rendere un po’ meno passive le serate tipiche (prime time) del consumatore medio.

Pur mantenendo gli aspetti ludici e rigenerativi, il tempo passato davanti alla televisione avrebbe potuto essere impiegato in maniera diversa.

Col termine E-xpressionist, poi, si immaginavano gruppi di persone capaci di esaltare e comunicare le proprie attitudini creative attraverso i nuovi strumenti.

Non per infierire né per darsi un tono esterofilo “a prescindere”, ma è difficile non ricordare che in Italia, in quegli anni, non molti possedevano un indirizzo di posta elettronica ed il telefono cellulare era ancora uno status simbol.

Come spesso accade, le nuove tendenze vengo incubate all’interno di gruppi di persone all’avanguardia e comunque dotate di strumenti e curiosità culturali devianti rispetto alla media.

Sociologia e antropologia dimostrano una particolare sollecitudine nel dedicarsi all’analisi ed alla comprensione di questi gruppi. Il sospetto è che solo per questi approfondimenti sia al fianco delle scienze sociali un potentissimo alleato, peraltro vagamente interessato: il Marketing.  

Nei fondamentali di questa satanica disciplina il ruolo da leone è assegnato da sempre alla “segmentazione”. I potenziali clienti di una certa azienda vengono classificati in base alle caratteristiche personali ed ai comportamenti d’acquisto per andare a delineare appunto i “segmenti” e cioè gruppi variamente sensibili ed influenzabili rispetto alle diverse mercanzie.

Non per essere cruenti, ma le grandi aziende, soprattutto quelle attive sulla rete, mirano ad avere per ciascuno di noi un profilo “socio-psicografico” (terribile, no?)

Il mondo cambia a velocità siderali ma i modelli di rappresentazione della società (e dei comportamenti d’acquisto) non sono poi così diversi dal passato.

Tredici anni dopo Negroponte, con “Born digitalJohn Palfrey ed Urs Gasser hanno descritto la generazione di coloro che sono nati quando ormai la rete ed il telefono cellulare erano diventati oggetti di uso quotidiano.

minor1

In generale nel mondo anglosassone sono stati identificati tre macro-gruppi:

Native: coloro che sono nati post cellulare (1980) e che acquisiscono la tecnologia come un dato di fatto.

Immigrant: sono nati prima dell’avvento della fonia mobile e si accostano alla multimedialità con una certa difficoltà.

Settler: individui nati prima dell’avvento del telefono cellulare che adottano le nuove tecnologie e cercano di sfruttarne al meglio i contenuti e le funzionalità.

Negli Stati Uniti il peso relativo di questi macro-gruppi sta spostando anche le quantità di tempo investite sui media.

Migrazione

Per quanto riguarda l’Italia, Nielsen, la società leader nella fornitura di dati ed analisi di mercato, suddivide la popolazione italiana di età superiore ai 14 anni (in totale 51 milioni di persone) in cinque macro-raggruppamenti:

Eclettici: (simili ai Settler) circa 7 milioni

Technofun:  (simili ai Native) circa 9 milioni

Sofisticati:  (potenziali Immigrant) circa 7 milioni

Tradizionali: (difficilmente Immigrant) circa 7 milioni

TV people: (offline) circa 16 milioni e non andranno online

Quale che sia la dimensione dei gruppi nei diversi paesi e al di là della predisposizione all’uso della tecnologia, sorge inesorabile la fatidica domanda: “Si, ma per fare che cosa?”

In altri termini, la capacità/possibilità di accedere ad enormi masse di informazioni e fruire di oggetti multimediali sta portando davvero ad un affrancamento dagli strumenti di persuasione di massa e alla valorizzazione dei talenti personali e di gruppo?

L’impressione, peraltro strettamente personale, è che le nuove possibilità vengano perseguite per riproporre contenuti e messaggi in larga parte tradizionali. Un esempio per tutti: raccontare pubblicamente su Facebook come si sia trascorso  l’ultimo sabato sera e documentarlo con foto goliardiche scattate dal cellulare, non sembra un’attività di particolare avanguardia., In questi contesti così come nell’uso dell’instant messaging o nella condivisione di oggetti multimediali, la parola chiave sembra piuttosto “socialità”.

La condivisione senza consapevolezza, però, rischia di aprire  nuovi terreni di conquista per imbonitori e, peggio, manipolatori.

A questo proposito BJ Fogg,  uno dei guru della Silicon Valley e direttore del Persuasive Technology Lab di Stanford, ha coniato nel 1996 il termine “captologia”.

Derivato dall’acronimo C.A.P.T. (Computer As Persuasive Technology) ma anche dal latino “captum”: preso, il termine identifica l’insieme delle tecniche di persuasione attivabili attraverso gli strumenti tecnologici di uso quotidiano (computer e, sempre più simile al primo, telefono cellulare).

Intervistato su come la tecnologia possa essere “di per sé” convincente, Fogg risponde con un esempio illuminante.

“Credo che le due cose, forma e contenuto, siano in questo contesto indistinguibili. Pensiamo ad un videogioco pensato per promuovere il riutilizzo in ottica ecosostenibile: c’e’ un messaggio? Si. E’ scritto? No. In questo caso la persuasione sta nell’uso del videogame che induce comportamenti virtuosi. Il creatore del gioco più che a un messaggio ha pensato a creare un’esperienza e a rinforzarla con l’uso”.

Il valore dell’esperienza e della comunicazione non necessariamente scritta sintetizzano forse meglio di ogni rapporto di ricerca le caratteristiche chiave dei nativi digitali.

Né stupisce che Fogg abbia un progetto particolarmente virtuoso, per i prossimi 30 anni: portare la pace nel mondo attraverso i social network e i telefoni cellulari.

Ma quali rischi si possono immaginare, nel caso in cui la disciplina fondata da Fogg venisse utilizzata da personaggi od organizzazioni molto meno “virtuosi”?

Ai nativi, negli scenari catastrofisti, potrebbe essere riservata una sorte peggiore di quella dei loro precursori pellerossa.

Relegati in riserve, spogliati dalla possibilità di decidere sul proprio futuro, “gestiti” da poteri forti assolutamente indifferenti ai talenti ed alla saggezza della comunità cui appartengono.

E’ facile, osservando i ventenni del 2009, riconoscere capacità visionarie a Negroponte, ma cosa dovremmo fare nei confronti di Philip Dick? “Minority report”, così come “Bladerunner” sono  tratti da suoi racconti . Diretto da Stephen Spielberg, Tom CruiseJohn Anderton manipola e scandaglia tera di informazioni col semplice movimento delle mani.

E’ assolutamente padrone della tecnologia, e questa capacità gli ha conferito un ruolo di assoluto prestigio, nella società. Quel trentenne potrebbe essere l’icona del successo raggiunto da coloro che oggi consideriamo “nativi digitali”. La realtà, con tutte le sue nefandezze, non tarderà molto ad rivelarsi.

 

Risorse:

N. Negroponte ”Being Digital”, 1995 Vintage Publishing

J. Palfrey, U. Gasser “Born Digital”, Basic Books 2008

D. Tapscot “Grown Up Digital”, Mc Graw Hill, 2009

Giuliano Noci, Atti del convegno “La pubblicità è servita”, MIP – Politecnico di Milano, 17 Giugno 2009

Gabriele De Palma “I persuasori occulti”, Alias 19 settembre 2009

Incontro con BJ Fogg: http://www.meetthemediaguru.org/index.php/category/bj-fogg/

Dove le mucche indossano gli orecchini

novembre 09, 2009 By: admin Category: Articoli

mucca

Di Fabrizio Pecori 

Il  Tibet è un paese strano, ricco di tradizioni e culti millenari, praticamente incastonato in costituende megalopoli cinesi dal gusto inappropriato ed eccessivo di una multiluminosa e confusionaria Las Vegas.

Attraversandolo noti – con curiosità – di riuscire a non perdere mai il segnale cellulare ed incontri monaci, pellegrini e nomadi sempre attaccati ai propri telefonini non di ultima generazione, ma perfettamente in grado di offrire accurato servizio anche sulla vetta dei passi che superano i 5000 m. come il Campo Base dell’Everest.

Se la cultura “mobile” si è profondamente radicata, non altrettanto possiamo dire degli aspetti legati al social network.

In Filippine già nel Gennaio 2001 (vedi l’editoriale di My Media N. 01) il presidente Joseph Estrada venne deposto a seguito di una mobilitazione pacifica coordinata attraverso l’oculato invio di messaggi SMS, mentre in una nazione che sta pagando il risultato di un obbligato riconoscimento della propria sudditanza ad un regime totalitario con il soggiorno forzato del proprio capo spirituale – il Dalai Lama – in India, nei posti pubblici dove si può consultare Internet sono dislocati cartelli bilingue (cinese ed inglese) di questo tenore: «Religious, political and pornographic content are not allowed on cafè computer», che suggeriscono associazioni di idee piuttosto forzate.

La mancata traduzione del sibillino messaggio in lingua tibetana non deve troppo stupire proprio in funzione di quella inefficace cultura del social networking e delle possibilità, non ancora totalmente comprese, che una rete mondiale sia pure “epurata ed emendata”, come da antica tradizione cinese, mette a disposizione di quanti riescono a farne un uso consapevole.

Cospargendo qua e là articoli di Legge e maxi emendamenti come quello contenuto nel discusso e discutibile Decreto Alfano, che vorrebbe assimilare i blogger alle testate giornalistiche nell’obbligo di rettifica di quanto di eventualmente giudicato lesivo o inesatto entro le 48 ore, lo Stato Italiano pare avviarsi verso una strada che renda poco praticabile ed irta l’evoluzione del social networking. Con sanzioni improbabili da rispettare a livello continuativo (i blogger, per essere pronti alle rettifiche, non potrebbero permettersi neppure le ferie) ed impossibili da sostenere economicamente (si indica un range che va da 15 ai 25 milioni di vecchie lire) per i privati cittadini, quello che si ottiene è unicamente un enorme restringimento della libertà di espressione, in quanto la responsabilità di ciò che si asserisce o si riporta è già ben regolata in altre leggi e codici editoriali di indubbia efficacia e di maggior sostenibilità.

 

P.S.: Utilizzando la macchinetta fotografica concessa in usufrutto ad una amica che aveva smarrito la propria avevo provveduto a “documentare” [non troppo debitamente] la foto del divieto telematico, ma il nostro corrispondente locale (“seppur” o forse “proprio perché”  tibetano) – incuriosito dalle sue foto – ha immediatamente provveduto a cancellarla di propria mano perché altamente preoccupato delle possibili ripercussioni da parte dei militari cinesi. Posso però garantire la perfetta aderenza del testo all’originale, trascritto direttamente da un compagno di viaggio. Sono quasi certo che operando con poche semplici accortezze avrei potuto recuperare la foto, ma ho preferito pensare che l’incompiutezza in certi casi sia congenita al valore della testimonianza.

Il problema in casi di questo tipo non riguarda più la domanda lecita su “chi controlla i controllori?”, quanto sul come si possano generare e diramare istanze dagli effetti molto più capillari di autocontrollo preventivo. Per dirla con le parole del giornalista Alberto Giovannini: «La libertà [...] è un bene che molti regimi promettono ma che nessun regime è in grado di garantire compiutamente; è quindi un bene che ogni uomo conquista più o meno compiutamente, a seconda del “prezzo” che è disposto a pagare