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Future Film Festival 2011

giugno 14, 2011 By: admin2 Category: Articoli

Future Film Festival 2011

Di Carmen Lorenzetti

La tredicesima edizione del Future Film Festival, che si è chiusa sabato 23 aprile, è durata meno rispetto agli anni scorsi (quattro giorni invece di sei) ed ha visto una riduzione di quantità di incontri e film, questi ultimi già l’anno scorso ridotti di numero rispetto agli anni precedenti con la disponibilità di un’unica sala di proiezione. Rimane tuttavia un appuntamento interessante, di livello internazionale ed indispensabile nel panorama un po’ asfittico bolognese. Si sono visti venti lungometraggi, con molte prime, otto erano i film in concorso per il Platinum Grand Prize, sessantadue sono stati i cortometraggi provenienti moltissimi dalla Francia che si conferma paese guida nell’ambito dell’animazione. E’ stato introdotto un nuovo premio dedicato a La Polla, docente e collaboratore del festival di recente scomparso, dato a una tesi di laurea sull’animazione e le nuove tecnologie, che è andato a Alessandro Giordano per una tesi sui Mondi Invisibili. Per i corti il secondo premio del pubblico è andato ex-aequo a Mobile della tedesca Verena Fels e a Rubika di Claire Baudean, Ludovid Habas, Mickael Krebs, Julien Legay, Chao Ma, Florent  Rousseau, Caroline Roux, Margaux Vaxelaire (Francia), il primo premio invece a Le Royaume/The king and the beaver di Nuno Alves Rodrigues, Oussama Bouacheria, Julien Cheng, Sébastien Hary, Aymeric Kevin, Ulysses Malassagne, Franck Monier (Francia), che narra in un infantile 2D di un re che si fa costruire un castello-torre in legno da un castoro, che però cade e allora si rivolge nel suo delirio alle talpe per farsi fare un castello-sotterraneo. La giuria di esperti degli shorts ha dato la menzione speciale a Rubika per “l’intuizione di trasformare un gioco tradizionale (il cubo di Rubik appunto) in un thriller gravitazionale”, con la terra per l’occasione trasformata in un gigantesco cubo. Il primo premio della giuria è stato elargito a Bottle di Kirsten Lepore (USA) per “la capacità di scaldare il cuore con una storia d’amore narrata con materiali poveri” quali il personaggio di sabbia di una spiaggia delle calde latitudini e la palla di neve di un blocco antartico sulla riva del mare, che alla fine decidono d’incontrarsi nelle profondità dell’Oceano, ma prima di raggiungersi si sciolgono e tutto finisce. Il Platinum Grand Prize è andato per la menzione speciale a Paul dello statunitense Greg Mottola per “la capacità di integrare personaggio digitale con il contesto reale”, invece il primo premio è stato dato a No Longer Human del giapponese Morio Asaka, storyboard artist e regista per il famoso studio MadHouse. Si tratta dell’adattamento del romanzo psicologico Ningen Shikkaku scritto da Osamu Dazai nel 1948, in cui viene narrata la storia di un giovane artista, che poi si scopre in realtà disegnatore di manga, dalla vita tormentata dalla ingombrante presenza (descritta in termini espressionistici quasi munchiani) di un lato oscuro che lo allontana dalla capacità di interagire in modo sano e concreto con la società. La storia si dipana con un andamento delicato ed introspettivo, coadiuvata dai disegni di fragile ed incantata bellezza di personaggi che talvolta si incastonano nei paesaggi come quadri del designer Takeshi Obata. Forse solo un altro film può avvicinarsi alla espressione lirica del vincitore, che tuttavia non era in concorso: Arrietty del giapponese Hiromasa Yonebayashi animatore dello Studio Ghibli (per il quale ha lavorato in La principessa Mononoke, 1997; La città incantata, 2001; Il castello errante di Howl, 2004 ecc). E’ la storia di piccoli esseri dall’aspetto umano, ma grandi pochi centimetri, che vivono prendendo in prestito ciò di cui hanno bisogno dagli umani, che però si rivelano crudeli e quindi i piccoli vivono nella paura e sono costretti ad andarsene dalle case degli umani grandi qualora vengano scoperti, come accade alla piccola protagonista Arrietty e alla sua famiglia. Altro film in concorso piuttosto deludente è stato Mars dello statunitense Geoff Marslett, che narra di una nuova corsa allo spazio tra NASA ed ESA per andare a conquistare Marte, con i tre astronauti della navicella protagonisti del viaggio. Viene utilizzata la tecnica del rotoscopio, cioè vengono ricalcate con il disegno le riprese dal vero. Ma i contorni troppo neri appesantiscono le figure, che non sono all’altezza di altri esempi meglio riusciti come Waking Life e A Scanner Darkly di Richard Linklater. Classico colossal del Sol Levante avventuroso e molto commerciale in concorso è Detective Dee and the mistery of the phantom flame del prolifico regista di Hong Kong Tsui Hark. E’ una storia epica con attori veri che narra gli ostacoli frapposti all’ascesa al trono della prima imperatrice donna della dinastia Tong (690 d.C.) legati ad una misteriosa fiamma mortale che si sviluppa dall’interno dei corpi di personaggi vicini all’imperatrice Wu Zetian. Dee svelerà attraverso duelli spettacolari e pieni di effetti speciali il mistero del complotto.

La serata inaugurale è stato proiettato Cappucetto Rosso Sangue della statunitense Catherine Hardwicke, che narra le vicende di un villaggio tormentato da un licantropo che uccide da anni gli abitanti. Al centro della storia c’è una giovane contesa tra due ragazzi, il ricco e il povero, che cercheranno di salvarla dal licantropo che la vuole portare con sé, per scoprire alla fine che… ma non voglio svelare la fine della storia. Il licantropo enorme fuori misura, risulta forgiato dagli incubi e tutto sommato è una figura un po’ ridicola. E’ stato poi dedicato uno speciale a Luc Besson di cui sono stati proiettati cinque film, tra cui gli ultimi Arthur et la guerre des deux monds, il terzo della saga, e Adèle e l’enigma del faraone. Il regista francese ha poi partecipato ad un animato incontro con il pubblico in cui ha svelato che al centro dei suoi film c’è sempre se stesso e l’onestà con cui si pone di fronte a una storia che deve potere parlare a tutte le persone, da qualsiasi paese provengano. L’ispirazione gli deriva dalla vita e dalla sua attitudine di avere i sensi ben desti nei confronti di ciò che di straordinario può sempre accadere. Afferma infine che non è poi così diverso dirigere attori veri o fare un film di animazione, dato che il punto di partenza è identico, poiché gli attori indossano le loro tute con i punti di riferimento, che poi serviranno agli sviluppatori. Ha poi parlato della sua collaborazione con Moebius, con cui ha lavorato per un anno durante la preparazione del Quinto Elemento, cui è stato dedicata la conferenza successiva. Si trattava di una lunga intervista in francese al grande disegnatore. Per tornare a Besson, ha terminato con una frase, che forse dovrebbe essere maggiormente diffusa, soprattutto tra coloro che sono eccessivi fans della tecnologia fine a se stessa: “un brutto film in 3D continua ad essere un brutto film”.

Valeva la pena di vedere Surviving Life del ceco Jan Svankmajer, maestro storico dell’animazione soprattutto in stop motion, ispiratore di registi come Tim Burton. La storia deve molto ad accostamenti surreali della tradizione anche pittorica degli anni trenta, con una trama dove sogno e realtà si sovrappongono con un sottofondo psicanalitico ed ironico. La semplicità del tratto restituito con semplici disegni e collage sulle persone vere con ampio uso di disgustosi primi piani rende la produzione fresca e godibile.

Uno dei focus era dedicato alla Cina con la sua regione dello Zhejiang, dove sono nate recentemente nuove case di produzione. Al festival è stato presentato un lungometraggio d’animazione in concorso: The dreams of Jinsha del regista cinese Cheng Deming, un tuffo in un passato mitico d’una civiltà sull’orlo della catastrofe salvata dal bambino protagonista della storia. Il risultato è stato piuttosto deludente, troppo lungo e con poco ritmo.

La proiezione dell’ultima serata è stata dedicata a I guardiani del destino di George Nolfi, liberamente tratto dal racconto di Philip K. Dick Adjustment Team. Si tratta di una potenza aliena e fantascientifica impersonata da uomini che dominano le scelte umane, apparentemente anche quelle più imperscrutabili e libere come l’amore. Così che il candidato a senatore degli Stati Uniti (Matt Damon) non è libero di amare una donna incontrata per caso (Emily Blunt), perché sarebbe secondo i guardiani un ostacolo per la sua futura carica di presidente degli USA. Ma il protagonista non si sottomette a questa legge apparentemente inscalfibile e si proclama fautore del proprio destino, vincendo. L’intreccio e il contenuto interessante forniti da K. Dick non riescono ad elevare il film ad un buon livello qualitativo.

Dato che abbiamo iniziato dalla serata finale non possiamo che terminare con l’evento iniziale a mio parere non abbastanza pubblicizzato, per quanto invece meritava la dovuta attenzione, dell’incontro con il pubblico del guru della intelligenza artificiale delle reti Derrick De Kerckhove in dialogo con lo storico e critico d’arte Renato Barilli. Si è iniziato con una riflessione sulla consapevolezza del cambiamento in atto nella società da parte dell’artista, in cui Barilli afferma che l’artista lavora da una torre di controllo, quindi partecipe dei cambiamenti umani, dato che viviamo in un campo unico, gestaltico, che coinvolge egualmente tutti. Così De Kerckhove prosegue affermando che oggi viviamo in una situazione ambigua, dove il linguaggio (connotato dall’avvento dell’elettricità nel mondo contemporaneo) si dipana in forma individuale e comunitaria come nei social network e vive in uno status connettivo, perché le intelligenze interagiscono nella rete. Non solo, ma siamo immersi in un mondo tattile, multisensoriale, con una configurazione nuova dei sensi al centro dei quali sta il nostro punto di vita e non più il gutenberghiano e distanziante punto di vista. Come distinguere oggi un’artista nella estetica diffusa, come afferma Barilli, nella quale viviamo a partire dal nuovo modo di fare arte degli anni Sessanta? Per De Kerckhove è artista chi riesce a creare un nuovo strumento tecnologico che avrà una ricaduta vasta sulla cultura e la società. Per cui è un’opera d’arte l’invenzione del WorldWideWeb nel 1994 di Tim Berners-Lee o WikiLeaks di Julian Assange: sono opere che “fanno la differenza nel mondo” secondo un concetto di arte non più vulcanica, ma omeopatica, cioè che entra nei gangli delle abitudini e coscienze umane. C’è un pericolo però anche nel presente dominato dalla rete e dalle nuove tecnologie, con un individuo che tanto più sparisce quanto più si sa di lui, viviamo quindi in una situazione paradossale, da cui siamo chiamati però ad uscire per evitare l’orrore del presente, trovando un’ecologia dei media.

DATAFLOW

giugno 11, 2011 By: admin2 Category: Articoli

Una anteprima a cura di motor

Mi raccomando … che resti tra noi quanto vi sto per raccontare …
Qualche mese fa Mario Della Casa, mi chiamò presso i locali di HiroshimaMonAmour (HMA) per un’offerta che non avrei potuto rifiutare. Mario (forte della sua esperienza decennale, insieme a Fabrizio Gargarone e allo staff tutto di HMA nella produzione di eventi come TecnoTeatro o il Traffic, festival che attira decine di migliaia di spettatori con artisti internazionali, nonostante i “lungimiranti” tagli del governo ai finanziamenti) voleva un progetto per uno spettacolo che affrontasse il tema dei nuovi luoghi della socialità , come gli ipermercati , i mall e il tessuto connettivo di asfalto e cemento che li unisce e insieme i luoghi virtuali delle tracce (digitali ma non solo) che uomini e merci lasciano… L’altra idea forte era che lo show dovesse avere un forte impatto live e che quindi avrei diviso il palco con Madaski (sottraendolo per qualche tempo ai suoi impegni con gli Africa Unite, i Dub-Sync e alle sue numerose produzioni)… Io resisto a tutto tranne alla tentazione di un nuovo progetto impossibile …  Ho cominciato a raccogliere suggestioni e documenti, a cercare collegamenti, visioni, immagini , luoghi, location, testi, suoni. Da un lato mi sono chiesto come gli umani vivano, percepiscano o ignorino questo onnipresente “dataflow”, mentre si spostano lungo gli spazi fisici di questa metropoli continua e rizomatica, che con addensamenti e rarefazioni, sta cominciando a coprire vaste aree del pianeta… Nuovi rituali para-religiosi spostano masse di persone verso luoghi che come cattedrali hanno architetture e simbologie antiche… Forse a Natale non siete andati a messa, ma sono quasi certo che anche voi vi siete ritrovati almeno una volta in un ipermercato per i vari rituali di fine anno…
Bollati con superficialità come “non luoghi” in realtà questi luoghi sono diventati “luoghi” di riferimento e socialità (é stato lo stesso Marc Rougé a correggere questo pregiudizio). L’idea di traccia mi ha portato a riflettere su quanto tutti noi o gli oggetti che ci circondano siamo definiti dalle nostre identità digitali e dalle tecnologie che adottiamo… Viviamo immersi in un flusso tecnologico, sempre più indipendente dalla nostra volontà, sempre più simile ad un organismo in evoluzione: il Technium, secondo la definizione di Kevin Kelly. Mi interessava questo processo contrapposto e insieme inseparabile, l’evolversi esponenziale della tecnologia, di questo organismo.
Ormai gran parte del traffico sulle reti è scambio dati diretto tra macchine, non destinato a operatori umani. Reti di sensori, in origine soprattutto militari, poi finanziari e poi sempre più civili, domestici si formano e si connettono, prendono decisioni e agiscono… Un mormorio digitale continuo… Migliaia di telecamere che ci guardano… ma forse solo perché il technium sta cercando di definirsi, di scoprirsi in uno sforzo non ancora conscio di autopoiesi? Per capire il technium occorre studiarne i linguaggi, i processi, non limitarsi al lato “umanistico” (umano?) e credere che basti… come si può ancora teorizzare di digitale senza praticarlo? Sarebbe come studiare letteratura anglosassone, senza sapere l’inglese… o parlare di calcio senza aver toccato un pallone… e da qui la necessità dell’hacking, dell’uso non previsto (dalla Microsoft…) della Kinect, delle telecamere per sport estremi, della riprogrammazione degli smartphone… In questo nuovo universo , dove le immagini sono più vere degli originali (quando ancora questi ultimi esistono), dove i paesaggi interni ed esterni implodono, è facile ritrovare le profezie ballardiane che si avverano ad una ad una… ma i collegamenti a volte sono imprevedibili … ho avuto la sorpresa di riscoprire in Italo Calvino un contro-canto magico… nel suo famoso libro “Le città invisibili” già descriveva le città continue che oggi ci sembrano così normali… …mi sono chiesto quale poteva essere una colonna sonora ideale e anche qui l’intuizione di Mario Della Casa sulla scelta del musicista era perfetta… l’ecologia sonora urbana da cui nascono il dubstep o il drum&bass, ma anche il paradosso del successo del noise pop dei Nine Inch Nails (paradosso per chi crede che il pop debba di necessità essere fatto da stelline e veline raccomandate dai premier), le stesse dinamiche di diffusione di questi suoni (le radio pirata londinesi ad esempio o le community online come Soundcloud), le stesse pratiche di produzione e remix e ibridazioni continue, si accomunavano ai flussi di dati, persone e merci di questa periferia sempre familiare e insieme irriconoscibile… Ho immaginato quindi di lavorare sulla tensione tra me e Mada. Io lavoro sulla costruzione di spazi, Mada li riempie, li manipola, li suona. L’idea è che io mi occupi dei flussi video e degli ambienti sonori, mentre Mada invece, da vero animale da palcoscenico, trascinerà il pubblico con i suoi live dub …Mada è il delay, io il riverbero… And the bass is a weapon… A che punto siamo? Il progetto DATAFLOW è partito (potete vedere lo storyboard nelle immagini …); a breve cominceremo le riprese in time-lapse e slow-motion con Giulia e Giacomo (lo staff video di HMA)… le versioni alpha dei codici in max-msp e processing per leggere gli scan della kinect, o per collegarsi ai feed di pachube, le prime versione del video synth sono già in esecuzione, e Mada sta già lavorando ai suoni (a distanza, da vero nomade digitale, mentre è in tour con gli Africa…). Resta ancora moltissimo da fare … vi terrò aggiornati. Ma mi raccomando: sono informazioni riservate…  BOX
Rizomi suggeriti
Kevin Kelly – Cosa vuole la tecnologia – ed Codice OpenGL_Shading_Language_3rd_Edition (Orange Book) Randi J. Rost Bill Licea-Kane Addison Wesley  OpenGl Specifications GLSLangSpec.4.10.6 OpenGL 7th editions OpenGL_Programming_Guide_7th_Edition . Addison-Wesley The new religious Image of urban America – The shopping mall as ceremonial center -Ira Zepp – University press of Colorado La religione dei consumi – George Ritzer e- cattedrali, pellegrinaggi e riti dell’iperconsumismo ed il Mulino The kingdom Come – J.G. Ballard (Il regno a venire) ed Feltrinelli The Atrocity Exhibition – J.G. Ballard   (La mostra delle atrocità) ed Feltrinelli Iain Sinclair – London Orbital … ed. Saggiatore Beginning Android  Mark L. Murphy Apress Le città invisibili Italo Calvino ed.Mondadori ExtremeTech Hacking rss and Atom Leslie Orchard Wiley Publishing  ExtremeTech Hacking Google Maps and Google Earth – Martin C. Brown Wiley Publishing  Programming-Interactivity-A-Designers-Guide-to-Processing-Arduino-and-openFrameworks-ed O’Reilly La società dello spettacolo – Guy Debord Sonic warfare — Kode9 MIT Press Tecnoapocalips DVD The Net DVD  www.hiroshimamonamour.org www.Cycling74.com
www.pachube.com

 

box short bio di motor artista digitale e performer, programmatore, ha al suo attivo progetti come cleanUnclean (per immagini di guerra, cori digitali e basse frequenze), Heatseeker (video teatro) e ultimamente gira per l’Italia con l’Orchestra Meccanica Marinetti (Action Sharing), concerto per due robot percussionisti e performer umano… Ha collaborato e collabora con gruppi di teatro, videomaker, musicisti …
 box short bio di Mada
Madaski o Mada è cantante, tastierista e produttore discografico italiano. Oltre a cantare, suona principalmente le tastiere, i sintetizzatori e il basso elettrico. Leader insieme a Vitale “Bunna” Bonino del gruppo reggae Africa Unite, è un personaggio molto noto e stimato nel panorama musicale torinese e nazionale. La sua prima esperienza musicale di una certa rilevanza arriva nei primissimi anni ottanta quando, diplomato in pianoforte, suona nei Suicide Dada, gruppo dark new-wave torinese. Nel 1981 decide, insieme a Vitale “Bunna” Bonino, di formare i primissimi Africa United (poi Africa Unite), gruppo reggae-dub che sarà al centro della scena reggae e alternativa italiana per oltre vent’anni. Parallelamente agli Africa Unite, Madaski porta avanti anche diversi progetti , come i Dub Sync, ed é noto come produttore discografico. Ha collaborato anche con artisti come Antonella Ruggiero, Franco Battiato e Jovanotti.
Box short bio per Hiroshima Mon Amour
Storico club di riferimento per la scena torinese, ma anche europea, ha ospitato sui suoi palchi il meglio dell’underground musicale da tutto il mondo e ha dato vita a numerosi festival ed eventi … anche motor debuttò lì oltre vent’anni fa…

Alle radici di un grande successo

giugno 11, 2011 By: admin2 Category: Articoli

Alle radici di un grande successo

Intervista con TPO

Le vostre nuove produzioni teatrali sono state recentemente annoverate tra le espressioni più efficaci degli “ambienti sensibili”, ambienti cioè a matrice digitale che rappresentano attraverso l’interazione con le nuove tecnologie un forte impatto ludico emotivo. Quali sono le difficoltà di realizzare queste forme immersive ad alta valenza pedagogica per i più giovani?
Gi ambienti interattivi del TPO sono innanzitutto delle scenografie teatrali, devono quindi essere interessanti esteticamente, accessibili ad un pubblico di bambini e adulti, essere in grado di comunicare senza creare barriere di lingua o cultura ed infine devono essere facili da montare e trasportare; la complessità del nostro lavoro sta quindi nel creare progetti interessanti tenendo conto di questi limiti. In ognuno dei nostri allestimenti dedichiamo molto tempo alla progettazione del lavoro grafico e sonoro perché la drammaturgia dei nostri spettacoli non si basa su testi ma su di uno storyboard visivo. E’ un lavoro, questo, simile alla sceneggiatura cinematografica: occorre definire con una certa chiarezza come si succedono gli eventi e poi creare scene interattive interessanti sotto il profilo teatrale e sotto il profilo pedagogico. Procediamo, quindi, partendo da un contenuto visivo che nel nostro caso è spesso composto da filmati o animazioni sia in 2D che in 3D; poi, all’interno delle singole scene, cerchiamo di dare un forma artistica o teatrale al rapporto tra immagini, suoni e movimento. Alla fine di questo processo creiamo delle coreografie interpretate da danzatori oppure degli ambienti sensibili nei quali i bambini possano giocare oppure creare delle proprie composizioni.
A partire dal 2002 TPO ha avviato una ricerca decisamente all’avanguardia per quanto concerne la possibilità di interagire con l’ambiente scenico attraverso proiezioni dall’alto su un tappeto dotato di sensori a pressione, poi la produzione si è ulteriormente emancipata costellando lo spazio scenico di sensori di ogni tipo, incluse le tecnologie di motion tracking, ampliando a dismisura le possibilità di interazione/esplorazione. Dal punto di vista delle possibilità di adattamento della regia e della drammaturgia alle nuove possibilità espressive che cosa è cambiato nella vostra progettazione?
Già l’utilizzo di un tappeto interattivo in grado di attivare suoni e immagini con la sola pressione del piede o del corpo, ha rappresentato un enorme cambiamento nella relazione con lo spazio scenico. Per la prima volta abbiamo potuto sperimentare la possibilità di suonare o creare immagini semplicemente con il movimento e questo ha un effetto teatrale magico. L’uso di altri sensori, videocamere, microfoni etc… ha ampliato ulteriormente queste possibilità perfezionando e raffinando la relazione tra il corpo e lo spazio. Le telecamere infatti possono monitorare non solo la superficie piatta ma anche il volume dello spazio scenico, quindi il movimento o la voce di uno più attori possono essere monitorati con una precisione maggiore. Una grande evoluzione tecnica è stata possibile grazie all’utilizzo del software MaxMsp con Jitter che consente un controllo simultaneo di più tipologie di sensori collegati a più videoproiettori o più sorgenti sonore. Con Max/Msp si possono anche generare immagini e suoni attribuendo dei parametri variabili al movimento dei performer o del pubblico e questo aspetto, considerando il progressivo aumento della potenza grafica dei computer, rende estremamente vario il campo delle possibilità creative,
Talvolta, faccio espresso riferimento ad uno spettacolo come Play Please!, si avverte come una sorta di emancipazione rispetto alla necessità di una narrazione come quella a forte impatto emotivo che ha caratterizzato ogni ciclo di ricerca nell’ambito del teatro per ragazzi delle vostre produzioni. Che riscontro ha avuto nel pubblico?
Play Please! è una produzione recente che ancora non ha circuitato abbastanza per poter dare un giudizio definitivo sull’esito del progetto. Certamente durante il mese di repliche fatte a Prato nel nostro spazio teatrale, il pubblico era realmente coinvolto ed entusiasta della proposta musicale ideata dalla compagnia. Il successo di Play Please! sta nella proposta pedagogica: tutti, ma proprio tutti possono suonare, anzi hanno il diritto di suonare. Rendere la musica, che di per sé è un linguaggio difficile, accessibile a tutti è stato un traguardo raggiunto grazie alle tecnologie digitali. In pratica il pubblico può produrre o modulare suoni grazie a fasci di luce che funzionano come zone sensibili. In questo progetto un grande lavoro è stato condotto da Spartaco Cortesi (sound designer) nella composizione di librerie sonore, da Elsa Mersi (digital designer) nell’aver creato un concept visivo astratto e da Rossano Monti (computer engineering) che ne ha curato la programmazione.
So che andrete avanti su questa strada proponendo una vera e propria installazione dentro quattro container a Manchester. Prevedete ulteriori sviluppi?
 L’installazione che stiamo preparando per Manchester sarà il vero test internazionale di Play Please!, c’è molta attesa per questo progetto che incuriosisce molto il pubblico inglese e c’è molta attesa anche da parte nostra visto che agiremo all’interno di uno spazio creato ad hoc per la compagnia. Un ulteriore sviluppo è già in programma e parte da una proposta nata in collaborazione con il coreografo inglese Tom Dale. Con Tom Dale ed altre due danzatrici il TPO creerà un nuovo spettacolo che ha già in programma un tour di un mese nel Regno Unito, a partire dal Juice Festival di Newcastle il prossimo ottobre (2011).
Grande protagonista delle vostre opere recenti è la danza, che se non erro è stata introdotta a partire dai primi esperimenti sui “tappeti magici” nel concept teatrale CCC [children’s cheering carpet], potete indicarmi le ragioni ed i vantaggi di questa scelta?
Inzialmente i primissimi esperimenti del “children’s cheering carpet” (2003) andarono in scena con attori che interagivano con il pubblico; successivamente cominciammo a sperimentare una relazione più dinamica con immagini e suoni modulati dal movimento di danzatori e i vantaggi e furono subito evidenti. Per una compagnia come la nostra, proveniente dal teatro visivo, il linguaggio della danza era il complemento ideale di una narrazione non verbale. Da allora in poi abbiamo sempre lavorato con danzatrici e coreografe perché le nostre scenografie visive prendono vita grazie alla poesia del corpo in movimento ed inoltre nel nostro caso la danza si integra perfettamente alla presenza in scena dei bambini che, abituati come sono a muoversi continuamente, sono dei danzatori naturali.
Oltre che per la fantasia ed il romanticismo innato della vostra produzione, TPO è certamente una compagnia all’avanguardia per l’utilizzo e la continua sperimentazione di tecnologie di interazione sempre più avanzate e sofisticate. Potreste fornire un panorama di massima:
Il TPO nel corso degli anni ha sviluppato modalità di lavoro organizzate in team: non c’è una gerarchia forte che va dal regista al performer passando per tecnici che si occupano della scenografia visiva. Il lavoro artistico comincia subito dalla parte grafica e dai contenuti tecnici dello spazio scenico. Facciamo quindi un grande lavoro di concept che si basa anche sulle caratteristiche tecniche dei nostri set interattivi. Nello specifico per le ultime produzioni usiamo, per monitorare lo spazio, sia telecamere normali che telecamere a raggi infrarossi; per la parte visiva possiamo usare un massimo di 4 videoproiettori associati insieme mentre per la parte hardware usiamo uno o due computer collegati in rete associando due o quatto monitor. Per la parte software usiamo Max/Msp con Jitter che a sua volta comanda parte dei suoni inviati dal computer destinato alla parte audio. Ultimamente abbiamo usato anche degli oggetti di scena consegnati al pubblico (dei cuori di lana) con dei ricevitori che ci permettono di inviare e ricevere dei comandi.
TPO, oltre ad essere una delle compagnie più accreditate a livello internazionale per il teatro per ragazzi (ne parleremo nel prossimo numero di My MEDIA), ha l’anima di un teatro stabile. Quali vantaggi o svantaggi derivano da questa scelta?
La nostra compagnia è cresciuta in simbiosi con il Teatro Mestasio prima ancora che diventasse Teatro Stabile della Toscana. Tutti i nostri lavori importanti sono nati come coproduzioni e questo spiega anche il perché abbiamo potuto ottenere contributi sufficienti per affrontare gli alti costi di produzione che un lavoro come il nostro richiede. Per noi il rapporto con il teatro stabile è un elemento vitale, ma è anche una responsabilità che ci assumiamo volentieri nel mantenere vivo e attivo un progetto più generale di teatro per l’infanzia, legato al territorio della provincia e della regione. Di recente il nostro rapporto con il Teatro Metastasio si è ulteriormente consolidato grazie alla direzione artistica di Paolo Magelli che ha scelto il TPO per curare la parte video della sua ultima produzione “Giochi di famiglia”.

Polimoda Fashion Show 2011 – Collezione Jessica Alvino

giugno 10, 2011 By: admin2 Category: Articoli

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Polimoda Fashion Show 2011

giugno 09, 2011 By: admin2 Category: Articoli

Proponiamo qui una breve rassegna fotografica del Fashion Show presentato al Saschall di Firenze da Polimoda, Istituto Internazionale di fashion design e marketing, centro di eccellenza italiano nel mondo.

Sulla passerella hanno sfilato 55 collezioni di altissimo design.

Tutte le foto di Melina Ruberti

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Polimoda Fashion Show

giugno 08, 2011 By: admin2 Category: Articoli

Ho trovato l’edizione 2011 del Polimoda Fashion Show, se possibile, ancora più esaltante delle precedenti.

Vi ho colto una più corale attenzione agli aspetti meno considerati nell’immaginario collettivo degli utenti di un fashion show: anziani e bambini.

Proporremo una selezione di foto e di video nei prossimi giorni. Per il momento: eccovi l’aperitivo giapponese di Osaka Bunka!

 

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Keep an ear on

maggio 12, 2011 By: admin2 Category: Articoli

keepanearon

Il 5° Simposio Internazionale sui temi del Paesaggio Sonoro di FKL (Forum Klanglandschaft) è organizzato in una stretta collaborazione fra Tempo Reale, Il Centro d’Arte EX3 e lo stesso FKL.

Il Simposio è l’occasione di incontro per musicisti, antropologi, architetti, psicologi, audiologi, appassionati con i temi del suono e l’ambiente. Lo scopo è quello di promuovere le attività e gli studi sul paesaggio sonoro nei campi della scienza, della educazione e dell’arte, con l’obiettivo di aumentare la sensibilità verso l’ascolto del mondo sonoro in cui viviamo, migliorando la sua qualità e la nostra consapevolezza.

Ma c’è anche la possibilità di ascoltare opere musicali che fanno di questi temi l’elemento centrale, integrando in un percorso artistico materiali sonori provenienti da ogni parte del globo, così come di visitare installazioni sonore e video ispirate alle tematiche dell’attenzione alle qualità sonore del mondo.

Tutte le relazioni, 28, con relatori provenienti da tutta Europa si svolgeranno presso la sede di Tempo Reale, a Firenze, Villa strozzi, Via Pisana 77. Nello stesso luogo, presso la limonaia della Villa, si svolgeranno i 4 concerti ospitati dal convegno. Le installazioni saranno invece ospitate dal Centro per l’arte contemporanea EX3 nei propri locali di Viale Giannotti e negli spazi di SUC, presso l’ex-carcere delle Murate.

Sebbene il simposio apra i suoi lavori ufficialmente nel primo pomeriggio di venerdì 20 maggio, alle ore 15, le intallazioni saranno già visitabili dal giorno prima, con due differenti “opening”, alle ore 18 ad EX3 ed alle ore 21 a SUC, le Murate.

Il congresso sul paesaggio sonoro di FKL è giunto dunque con questa di Firenze alla sua 5a edizione, ha una cadenza biennale ed ogni edizione viene ospitata a rotazione da una città di uno dei paesi a cui FKL fa riferimento, Italia, Germania, Austria e Svizzera.

Il Forum Klanglandschaft (FKL) – Forum per il paesaggio sonoro è una associazione europea che vuole fungere da piattaforma di contatto tra persone provenienti dalle discipline più diverse che si occupano del paesaggio sonoro e degli spazi acustici.

Il FKL è nato in seguito all’impulso dato dal World Forum for Acoustic Ecology WFAE (Vancouver, B.C.) costituitosi nel 1993 sulla base delle ricerche svolte negli anni 70. Il FKL è un’associazione senza scopo di lucro, è aperto a tutti coloro che sono interessati all’ascolto e alla gestione responsabile dell’ambiente acustico.

Il coordinatore delle attività di FKL per l’Italia è Francesco Michi.

Sito ufficiale del Simposio, con tutto il programma dettagliato

http://www.paesaggiosonoro.it/keepanearon/

Sito ufficiale FKL

http://www.klanglandschaft.org/

Sito FKL italia

http://www.paesaggiosonoro.it

Astri nascenti dell’economia vietnamita

marzo 30, 2011 By: admin2 Category: Articoli

Le economie internazionali non sono più esenti dall’evoluzione glocale che certo è stata la figlia più concreta ed innovativa delle tecnologie telematiche e dell’era dei social network. Rimane il fatto che quando ti trovi di fronte a modelli economici di ampio successo in paesi che sembrano ancora ben lontani dall’aver introiettato i modelli socioculturali dello sviluppo economico contemporaneo – come è successo quest’inverno a me in Vietnam – la curiosità cresce, ed in qualche modo ti impone qualche analisi ulteriore.

Tiziano Terzani ha scritto una considerazione, pubblicata postuma in La fine è il mio inizio, a proposito del Vietnam, che dal momento in cui sono giunto ad Ho Chi Minh City ho immediatamente condiviso con tutto me stesso: «Se oggi guardo il Vietnam e specialmente Saigon, mi viene da dire una cosa orribile: se avessero vinto gli altri sarebbe stato quasi meglio. Perché questo tipo di società la sanno fare meglio gli altri. Se tu devi fare il capitalismo con l’autoritarismo comunista, allora tanto vale farlo fare ai capitalisti, perché loro sanno molto meglio come funziona il capitalismo.»
Tuttavia c’è una storia simpatica che mi ha colpito molto rispetto al neo-capitalismo vietnamita: è quella di Ly Qui Trung che applicando rigorosamente i pochi semplici precetti  collegati al modello della “grande M” (quella gialla degli hamburger che tutti conosciamo) è riuscito trasmettere in gran parte del mondo orientale ed occidentale la passione per la pietanza più tipica dell’intero Vietnam; il Phở, una zuppa molto gustosa e decisamente economica, di solito prodotta artigianalmente e venduta lungo le strade dalle donne delle famiglie più povere.
La zuppa, la cui preparazione non è certo elaborata, si compone di 24 ingredienti bolliti in un pentolone d’acqua: ne deriva un brodo arricchito da carne di qualsiasi tipo (manzo, pollo, maiale) impreziosita da numerose spezie tra le quali figurano anice stellato e zenzero, nella quale vengono fatti cuocere lunghissimi tagliolini di riso.
Dopo aver studiato a lungo il franchising degli Stati Uniti, il giovane Ly Qui Trung si decide a proporre una riedizione “capitalista” di quella zuppa che lui per primo aveva venduto (nella versione cucinata dalla madre) per sconfiggere la miseria.

pho24

Trova qualche socio, un po’ di denaro ed avvia il progetto Pho24: una catena di piccoli ristoranti ben arredati con cucina a vista e giovani cameriere con il sorriso.
Il resto è storia: dopo aver colonizzato l’Indocina la sua proposta è sbarcata in Indonesia, Filippine, Corea del Sud, Toronto, Sidney, Tokyo e nei progetti futuri figura la conquista a macchia d’olio degli Stati Uniti.

I più imprenditori potranno trovare notizie su come attivare l’attività in franchising al seguente indirizzo: http://pho24.com.vn/htmls/index.php?cur=1&language=en (nel caso avvertitemi, sarò felice di essere il primo cliente).

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Complessità vs. complicazione

marzo 29, 2011 By: admin2 Category: Articoli

Di Fabrizio Pecori

A Toscana Lab 2.0 Donald A. Norman ha presentato il suo nuovo libro Vivere con la complessità

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Da uno studioso del design contemporaneo del calibro dell’autore de La caffettiera del masochista non potevamo certo attenderci una disillusione.

E certo il suo intervento, così come la nuova pubblicazione appena uscita in traduzione italiana per Pearson, ha rispettato pienamente le aspettative che ogni suo lettore appassionato si sarebbe potuto attendere.

Il gioco leggero quanto profondo che l’autore ha deciso di utilizzare come scenario delle proprie argute riflessioni è quello della dicotomia complessità e complicazione.

Recuperando, non potrei asserire quanto consciamente, la quinta eredità che Italo Calvino ha affidato alle nuove generazioni nelle sue Lezioni americane (quella legata alla Molteplicità), Donald gioca sulla “tensione” che viene messa inevitabilmente in campo quando il design industriale e quello della comunicazione si trovano davanti al difficile ed oneroso compito di dover tradurre la complessità della vita.

«La complessità è parte del mondo, ma non deve lasciarci perplessi:» – esordisce l’autore – «possiamo accettarla, se crediamo che sia il modo in cui le cose devono essere.»

E Donald, sempre pronto a lasciarsi solleticare – tanto come teorico che come designer – dalle sfide che lo incuriosiscono, ed ecco come riepiloga la spinta propulsiva dalla quale sono nati gli esempi e le riflessioni di questo libro ad ampio respiro: «La mia sfida è esplorare la natura della complessità e apprezzarne la profondità, la ricchezza e la bellezza ma al contempo combattere le complicazioni non necessarie, la natura arbitratria e capricciosa di gran parte della nostra tecnologia».

In altre parole: se la complessità è parte necessaria (ed in fondo affascinante e ricca) dell’universo in cui viviamo, non altrettanto può dirsi della complicazione delle interfacce che regolano il rapporto tra uomo ed universo e le comunicazioni più o meno mediate tra uomini.

Il design dovrebbe immancabilmente prendere a riferimento due chiavi fondamentali per il controllo: comprensibilità e comprensione.

Giusto per riprendere due esempi fondanti delle riflessioni proposte in Vivere con la complessità, possiamo tranquillamente asserire che la cabina di pilotaggio di un aereo contemporaneo, per quanto impossibile da utilizzare persino per un pilota che non sia un conducente di linea, rappresenta nel modo di raggruppare ed evidenziare gli strumenti in blocchi logici dotati di significato un livello di complessità adeguata.

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Non altrettanto potremmo dire delle comune porte dei locali pubblici ove la direzione per l’apertura necessita quasi immancabilmente di comunicazioni verbali o simboliche che sovente rappresentano difficoltà per coloro che non sono in grado di comprendere la lingua nelle quali le informazioni sono espresse. Eppure non sarebbe poi così difficile dotarle di significanti più intuitivi ed efficaci. Ad esempio una semplice maniglia impugnabile, soprattutto se contrapposta alla mancanza della stessa sul lato opposto, offre un chiaro segnale che si deve afferrarla con la mano e tirare; mentre la presenza di una semplice piastra rappresenta certo un segnale efficace circa la necessità di spingere e non trascura di indicare il punto esatto in cui esercitare più efficacemente la pressione.

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Certo, confessa Donald A. Norman, vivere con la tecnologia è una sfida sfida continua, ma sempre più necessaria. La strada che ci porterà a soluzioni sempre più efficaci ed “usabili” deve e sempre più dovrà essere concepita come una operazione da affrontare in team tramite la collaborazione attiva tra progettisti ed utenti.

Io, cuore di pecora

gennaio 25, 2011 By: admin2 Category: Articoli

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Di Fabrizio Pecori

Appartenendo ad una antica famiglia di blasonati, sono ormai abituato a fare i conti con uno scarsamente allettante stemma araldico di famiglia (che presenta una pecora rampante nera in campo giallo).

Superato il trauma infantile ed adolescenziale, ho trovato oggi simpatico indossare un lanuginoso “cuore di pecora” che accendendosi e vibrando mi ha ripetutamente chiamato ad entrare in scena nel palcoscenico mediatico del Teatro Fabbrichino di Prato, dove la compagnia TPO ha proposto l’ultima replica dello spettacolo interattivo per i più piccoli: Kindur, vita avventurosa delle pecore in Islanda.

Kindur in islandese significa pecore ed esplorare e dar vita ad un percorso metaforico ed altamente interattivo nel corso del quale i giovanissimi spettatori, ma in questo caso anche gli adulti consenzienti, vengono chiamati ad interagire con il paesaggio ed i suoi abitanti, è lo scopo ultimo di questa ultimissima proposta del Teatro di Piazza e d’Occasione.

Se il tuo cuore si illumina e comincia a vibrare è venuto il tuo turno di unirti alla vasta famiglia di pecore che attraversa le misteriose e fredde lande dell’isola del nord.

Il verde dell’erba fresca ed appetitosa, il bianco dei ghiacciai, il rosso incandescente della lava, l’ocra vaporoso dei geyser, l’iride variopinta delle aurore boreali, le brughiere deserte e le cascate rappresentano innumerevoli occasioni di incontro con i fantastici abitanti dell’Islanda la cui esistenza si può intuire solo attraverso indizi e circostanze.

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Un viaggio avventuroso ed eroico che le tre protagoniste, affiancate di volta in volta da gruppi sempre diversi di consorelle dal cuore illuminato, affrontano con passo di danza. La magia e la fiaba vengono generate attraverso l’uso di sensori e tecnologie digitali.

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