My MEDIA

Osservatorio di Cultura Digitale
Subscribe

Archive for the ‘Articoli’

“Schegge” di Masbedo a Portovenere

luglio 21, 2010 By: admin Category: Articoli No Comments →

portovenere

Di Claudia Frandi

Incontro nuovo per la popolazione riversatasi sabato 17 luglio nello specchio d’acqua di Portovenere. Grande l’impatto visivo per coloro che si sono ritrovati all’evento AQUATICUS (direzione artistica Anna Monteverdi).

Il tratto innovativo consiste nel potersi bagnare ed approfittare della chiusura alle barche dello stretto che congiunge via mare Portovenere con la Palmaria. In una cornice naturale si sono ritrovati a migliaia, come cavallette in un prato acquatico e hanno incontrato entrando nelle acque la voce di cetacei veri abitanti di questi luoghi. L’installazione sonora ad opera di Mauro Lupone (in coll. con Julio Urrego e Alessandro De Palma e con la consulenza di Paolo Varrella e Maurizio Wurtz). Attraverso un percorso di boe sonore è stato ricreata quella che può definirsi una nuova esperienza per la popolazione dei bagnanti. Esperienza sensoriale che unisce la naturalezza di un’ immersione  in cui rieccheggia il ricordo di un rapporto stretto tra l’uomo e l’elemento acqua come memoria intrinseca dello stesso col suo rapporto col liquido amniotico unito all’elemento natura trovandosi, attraverso un altro dei nostri sensi, l’ udito, a tu per tu con animali che portano con sé la storia dell’evoluzione nella dolce culla creata dai loro suoni.

La sera il sole è calato, cambiando tratti al paesaggio, è cambiato anche il luogo della performance che si è spostata sotto la chiesa romanica arroccata di  San Pietro dove il sipario si è aperto sull’installazione video dei Masbedo vera rivelazione che non stenta ad emergere e che ha dato nuova vita al paesaggio naturale in cui è avvenuta. La crisi tra questa e le musiche magistralmente portate sul palco dal bassista dei Marlene Kunz, Luca Saporiti, è stata inevitabile quanto attesa.

In entrambi i video proiettati si trovava il tema della resistenza dell’uomo a quelli che sono i ruoli  imposti dalla società. La sua soppraffazione davanti ad un’ esistenza arida ben definita dai paesaggi che il video presenta.

Una natura impervia. Una Natura Contro. Contro l’uomo e il suo percorso in una vita che sempre meno gli permette di alzare la testa, di essere strettamente umano. Il primo dei video “Schegge di incanto in fondo al dubbio” era in parte girato nelle acque dello stretto di Portovenere, con un  richiamo insistente  dunque di continuità tra le immagini ed il paesaggio che le ospitava.

Le immagini ed i suoni si susseguivano come una marcia rombante che attraversava lo spettatore lasciandolo testimone del momento e portatore attivo di significati in lui riversati e da lui liberati in una commistione che lo univa nel momento della visione a quello che E’ il mondo dei Masbedo.

Un Mondo rivelatore di significati e portatore di tematiche forti affrontate in un modo tutto nuovo.

Senza questa giornata non ci sarebbe stato quello che si spera solo il primo degli incontri tra il pubblico vero e proprio, quello che si riversa nelle piazze e nei piccoli teatri, con l’impronta video più innovativa che si può incontrare solo nei grandi palchi, durante incontri più di élite.

La ludoteca mediatica di Carlo Infante

luglio 12, 2010 By: admin Category: Articoli No Comments →

Teatri digitali e dintorni a Torino

aprile 21, 2010 By: admin Category: Articoli No Comments →

 

motor

Di Motor

La scena torinese del teatro e delle performance si sta muovendo attivamente lungo diverse linee di sperimentazione e di ricerca , creando ibridi spettacolari attraverso i linguaggi delle nuove tecnologie: vorrei segnalarvi alcune di queste produzioni.

Un esempio sono i reading multimediali della serie Anticorpi (O’ZooNôMassimo GiovaraMotor) giunti già al terzo anno, dedicati ad autori americani che hanno rappresentato in qualche modo, appunto, degli anticorpi nell’America contemporanea (Burroughs, Kerouac, Philip Dick, Vonnegut, Coupland …).

La formula è relativamente semplice: affiancare alla lettura musiche dal vivo, proiezioni , macchine interattive.

 Ogni episodio ha visto alternarsi ospiti diversi, (tra cui Bruce Sterling, che ha finto di essere in videoconferenza dal Brasile e poi è entrato in sala!).

 In alcuni casi, delle proiezioni accompagnavano gli attori, in altri, come in THX,ispirato all’opera di Philip Dick, la presenza della tecnologia in scena, attraverso riprese video in tempo reale, dialoghi controllati da computer, diorami , video wall e pupazzi elettrici ha avuto un ruolo decisivo e di dialogo con gli attori.

Sempre a cura di O’ZooNô il progetto Prozess, con Massimo Giovara e SimonaNasi in scena, una rivisitazione del processo di Kafka in una chiave linguistica decisamente televisiva , che è stato accolto da un sold out nella sala della Cavallerizza. Lo spettacolo ha visto la collaborazione di A.Amaducci e Motor.

E ancora voglio ricordare lo spettacolo  Glenngarry Glen Ross, da David Mamet per la regia di Michele Di Mauro (con Pasquale Buonarota, Benedetta Francardo, Gianluca Gambino, Massimo Giovara, Riccardo Lombardo, Mariano Pirrello, Sandro Pisci) con la messinscena di O’ZooNô, uno spettacolo forse più tradizionale, ma supportato da una regia video con riprese a infrarossi sugli attori e da grandi proiezioni grazie alla drammaturgia di Massimo Giovara.

L’Orchestra Meccanica Marinetti , di cui abbiamo già parlato sulle pagine di MyMedia procede nel suo sviluppo, apparendo in luoghi non troppo convenzionali come il MUSEO REGIONALE DI SCIENZE NATURALI durante il FESTIVAL SHARE di quest’anno, al Virtual Reality Multimedia Park o spingendosi fino alla lontana Fiera di Robotica di Norimberga.

Un altro progetto molto interessante, con una storia già consolidata, è OFFICINE SINTETICHE, concepito e guidato da Tatiana Mazali (Politecnico di Torino), Antonio Pizzo (Dams Torino), Vanessa Vozzo (Servi di Scena opus rt/Malafestival) nell’ambito delle arti performative e della interattività digitale e che si è avvalso della collaborazione di Marcel. lì Antunez Roca e di Konic Thtr, entrambi nomi di prestigio e respiro internazionale. OFFICINE SINTETICHE presenta in queste pagine Crossroads, in co-produzione con motiroti e Compagnia Nad Crossoroads utilizza il corpo, il rituale e i nuovi media per raccontare una mutazione culturale  Le storie individuali migrano e si trasformano continuamente: il mito indiano delle Devadasi si confronta con la tratta delle prostitute ai confini europei, mentre un intero universo di lavoratori del sesso naviga nel mondo senza confini del world wide web.

Crossroads è diretta da due artisti d’eccellenza: il londinese/pakistano Ali Zaidi fondatore di motiroti (UK) e Antonella Usai fondatrice della Compagnia NAD.

Il progetto è affrontato sviluppando il rapporto tra drammaturgia e scena aumentata/sensibile/ interattiva mediante l’utilizzo dei linguaggi digitali.

Al suo interno collaborano professionisti, artisti, ricercatori e studenti. In alcuni casi, come per OFFICINE SINTETICHE o l’Orchestra Meccanica Marinetti -( produzione Share) la ricerca avviene attraverso progetti con partner importanti come l’Università, il Politecnico di Torino, il Virtual Reality Multimedia Park e le industrie del territorio, in altri la sperimentazione assume toni più underground.

Quasi sempre inoltre questi eventi sono stati anche momenti didattici, coinvolgendo in modo significativo studenti o stagisti, in particolare per OMM, per OFFICINE SINTETICHE, ma anche per PROZESS (O’ZooNô), dove il coro era formato da stagisti guidati da Paola Chiama.

Questi progetti, pur nella loro decisa individualità, hanno però molti tratti comuni, innovativi secondo me, sia nel rapporto con i linguaggi e le tecnologie, sia nelle logiche di produzione e distribuzione: sono da tenere d’occhio!

Uffizi “alla mano”, ma non per tutti

aprile 18, 2010 By: admin Category: Articoli No Comments →

uffizi_iphone

di Chiara Guizzetti

Ma quanto è “social” questo network?

Mi trovo davanti agli occhi due notizie riguardanti la politica espositiva degli Uffizi, uno tra i più importanti musei internazionali, che ha proposto un’applicazione scaricabile da App Store (anche gratuitamente entro il 3 Maggio) contenente la mappa, varie informazioni interessanti e molte delle foto delle opere esposte nella Galleria, per iPod touch, iPhone e iPad.

Un nuovo modo per attraversare la vera storia dell’arte attraverso un qualsiasi strumento tecnologico proposto dalla Apple.

A seguire vedo la seconda notizia pubblicata da un gruppo di protesta su FaceBook: il “percorso del principe”, noto anche come Corridoio Vasariano verrà aperto alle classi scolastiche, ma una disposizione europea decreta che questo percorso è gratuito solo per i ragazzi sotto i 18 anni nati e che risiedono in Italia o nella Comunità Europea, mentre per i ragazzi extracomunitari è prevista una quota di ingresso di 6,75 euro.

uffizi_facebook_gruppoprotesta

Vi pare che per fruire di un bene culturale così centrale nel nostro paese sia necessario avere uno specifico colore della pelle? E’ poi questo che vogliamo intendere per sviluppo sociale delle Nuove Tecnologie?

Sergio Pappalettera

aprile 12, 2010 By: admin Category: Articoli No Comments →

Di Francesca Pasquinucci

L’avventuriero del linguaggio

giovanottinerooo

«Penso che Duchamp, come dai suoi diari, abbia girato la ruota perché si stava annoiando. Può essere anche un suo modo di dichiarare qualcosa, però ci posso credere che lui fosse a casa di sua sorella, ha preso questa ruota e l’ha girata. Altrimenti saremmo tutte persone che ogni giorno si svegliano con l’ansia di produrre qualcosa».

Avrei voluto conoscerlo da piccola. Mi avrebbe trasmesso l’entusiasmo per la complessità, delle cose, ferme e in movimento, degli eventi, dei pensieri e delle parole, delle piante, degli animali. Delle persone. Avrei capito che per impossessarci di una qualsiasi verità della Natura, osservandola con l’occhio di artista, di scrittore o di commercialista, è inutile partire dalle cose più semplici: la semplicità non esiste. Tutto nasce complesso, tutto è intriso di una magia naturale molto più profonda di quella che ci immaginiamo. La complessità è un albero e la semplicità ne è il frutto.

Sergio Pappalettera è un avventuriero del linguaggio. E’ un artista che si “accontenta” del mondo, perché “è un posto non ancora del tutto scoperto”, e per questo crede che la fantascienza sia un porto dell’immaginazione ancora lontano.

Il Big Bang dell’universo artistico di Pappalettera, avviene ogni giorno nello Studio Prodesign di Milano, officina delle cover dei dischi dei più importanti musicisti italiani, e luogo di progettazione di comunicazione e linguaggi, legati all’evento dal vivo.

E’ uno dei “guru” italiani della sperimentazione visiva, collaboratore dalle per le performance live e per i progetti grafici di Lorenzo Jovanotti Cherubini.

La storia di Sergio Pappalettera è ricchissima di creazioni ed eventi.

E’ nato a Milano il 15 settembre del 1961. Ha frequentato il liceo artistico, la facoltà di architettura al Politecnico di Milano, e ha fatto parte della Scuola del Cinema di Milano. Agli inizi degli anni 80 ha fondato lo Studio Prodesign, orientando la propria attività nell’ambito musicale; innumerevoli le collaborazioni con i più grandi artisti italiani: possiamo citarne alcuni, tra cui Franco Battiato, Renato Zero, Laura Pausini, Giorgia, Gianni Morandi, 883 e Max Pezzali, Pino Daniele, Adriano Celentano, Irene Grandi, Timoria, Raf, Mario Venuti e Nek, per i quali ha realizzato le cover destinate alle loro produzioni discografiche. La sua collaborazione più grande rimane tutt’oggi quella con Lorenzo Jovanotti.

E’ stato scenografo per tour musicali e per il teatro. E’ stato regista di videoclip musicali, premiati dalla critica negli anni in cui sono stati prodotti: Forma e sostanza (1997) con Giovanni Lindo Ferretti dei CSI, File not found (2001) e Salvami (vincitore nel 2002 del Premio per la regia del miglio video di Ricerca) di Jovanotti. Sempre per Jovanotti ha prodotto un video sperimentale girato in super 8, dal titolo Mamillapatalla, una sorta di diario-racconto della realizzazione del disco Capo Horn del 1999.

Nel 2000 ha realizzato un cortometraggio intitolato Venceremos selezionato come film per il Sundance Film Festival e Festival di Locarno.

Molteplici sono i premi da lui ricevuti nel corso della carriera oltre a quelli già citati, tra cui il riconoscimento per le opere realizzate in campo grafico e per le videoinstallazioni ricevuto a Brescia Music Art nel 2000, e il premio per il mediometraggio Mario il Cavallo ritirato nel 2001 al Roma International Film Festival.

Nel 2004 l’Istituto di Cultura Italiana in Brasile ha organizzato una mostra su tutte le più importanti cover della musica italiana di Pappalettera, accanto ad una personale sulle sue opere, dedicandogli un intero piano del Palazzo di Giustizia Federale di Rio De Janeiro.

Il 2008 è l’anno della personale Il gioco del mondo in Triennale Bovisa a Milano: un progetto di grande successo, che ha visto la partecipazione di Lorenzo Jovanotti e Aldo Nove, il cui tentativo è stato quello di modificare la chiave di lettura dell’esposizione delle opere d’arte. Attraverso il lavoro svolto dall’artista, lo spazio dedicato alla mostra ha ospitato opere che hanno rielaborato il concetto di “gioco e i suoi oggetti”, come reinterpretazione di elementi comunicativi e simbolici.

Nel corso degli anni ha maturato esperienza nel campo dell’insegnamento: dopo aver collaborato come docente in alcune Università lombarde nei corsi di Comunicazione Visiva e Graphic Design, è attualmente titolare della cattedra di Crossmedialità e Creatività presso lo IULM di Milano. E chi meglio di Pappalettera può insegnare la materia, lui che utilizzando l’arte e i mezzi informatici è riuscito ad alternare, e forse anche a combinare, marketing artistico e show design. La crossmedialità, cioè la dimensione permessa dalla convergenza digitale per le attività di creazione e di distribuzione dei contenuti informativi o di intrattenimento, fruibili a richiesta in diversi formati e su diversi apparecchi, è la nuova frontiera dell’offerta di mercato.

Varco la porta del Prodesign in una fredda giornata di inizio Dicembre, giusto qualche giorno prima che l’Italia di fine 2009 venga completamente coperta dalla neve. Allo Studio c’è anche la cucina, che si fa posto tra le immagini de Il gioco del mondo.

E il caffè di Sergio è sempre pronto…

Qual è la tua storia? Come sei arrivato ad essere Pappalettera illustratore di copertine, regista e show designer? Come mai hai scelto questo settore particolare?

Potrei dirti che la mia carriera di artista è iniziata frequentando il Liceo Artistico.

Erano gli anni ’70, e Liceo Artistico significava imparare tre forme di comunicazione ben precise: scultura, pittura, architettura.

Io ero poco interessato all’architettura e non conoscevo la scultura: per me era importante disegnare. Il liceo mi ha dato la possibilità di approfondire i rapporti con i miei professori che erano pittori, e il fatto di essere pittori impegnava noi studenti a frequentare mostre e gallerie, a entrare in contatto con la figura dell’artista vero e proprio. Così, dopo un bel periodo di frequentazioni di persone ed ambienti, ed ovviamente di studi, iniziai a sentirmi artista anche io. Fu il momento in cui dissi «ok, voglio fare questo mestiere, voglio fare l’artista».

Poi però, quando frequentai l’Accademia, in modo un po’ presuntuoso pensai che il pittore lo potevo fare anche senza una preparazione accademica: mi volevo cercare un ruolo diverso e mi iscrissi alla Facoltà di architettura, mantenendo sempre l’interesse per il disegno, passando attraverso “fasi” come il surrealismo, l’informale… Questa è la ritengo una cosa bella, perché tutti passano le fasi, un giorno sei Dalì, poi l’altro giorno sei un Informale, poi sei Pollock e due settimane dopo diventi Fontana che taglia le tele! E’ una cosa normale, fa parte del bagaglio di esperienza personali, che va riempito il più possibile.

Oltre ad essere divertente è anche importante, perché è un percorso, una conoscenza delle varie ramificazioni della materia che diventa oro quando sei più grande. Tecnicamente è una ricchezza immensa, perché nel tempo ti accorgi veramente di saper usare le mani. A me è successo così.

Tornando agli studi di Architettura, in quel momento non capivo nemmeno io che cosa fosse la figura dell’architetto: è utile ripetere la data, inizio degli anni ’80, per ricordare che Architettura voleva dire Archittettura o Urbanistica, ancora una volta a differenza di oggi che ha vari distaccamenti che vanno dal Movie Design al Design applicato, etc.

A quel tempo dovevi diventare come Renzo Piano o Le Corbusier, o un tecnico del territorio.

In quel periodo però, presso il Politecnico di Milano, grazie a Cesare Stevan, nacque un Centro di Documentazione Video: Stevan comprò delle Betacam, io mi avvicinai a questo Centro e alle macchine da presa, e insieme ad un altro allievo e ad un assistente, cominciammo a fare dei documentari. Da qui la grande passione della ripresa. A questo punto per me poco importava che andassi a riprendere un mercato della frutta o degli elementi di architettura, era fondamentale il mezzo. Iniziammo a giocare con i mezzi a disposizione, producevamo un sacco di video, e la passione crebbe così tanto che arrivato all’ultimo anno di Architettura mi iscrissi alla Scuola di Cinema, capendo che a me interessava raccontare con le immagini.

Nel frattempo aprii uno studio di grafica per sopravvivere; con molta fortuna facevo l’assistente ad un gruppo che si chiamava Plagio con il quale, nel periodo in cui lavoravamo per Fiorucci, inventammo i famosi angeli con gli occhiali. Questa fu l’occasione per incominciare a mischiare tutti quei linguaggi imparati al liceo. Iniziò a chiudersi un cerchio sensibile e fortunato, quello dell’espressione. Vorrei aggiungere un dettaglio: studiavo chitarra classica, e avevo l’opportunità di capire il senso dell’espressione anche a livello musicale.

Facevo un sacco di cose, col rischio di farle tutte male, ma capivo che era un punto a mio favore perché sapevo fare tutto spinto dalla voglia di conoscere tutto, un tutto, s’intende, ristretto al campo dell’arte.

Il video e la fotografia entrarono prepotentemente nella mia vita, ovviamente in maniera analogica: il computer iniziò ad arrivare quando io facevo già il grafico con la colla e la carta, con le immagini prese dai libri e dalle riviste che io andavo a comprare a New York.

New York e il Giappone per me erano la base di una parte del mio lavoro: là andavo a cercare le riviste dove si trovavano i font, i caratteri, che una volta in Italia fotocopiavamo per inventarci caratteri nuovi da utilizzare nei lavori di grafica.

Avvicinarsi a tutte le tecniche, imparare più cose possibili, sperimentare più linguaggi, è come parlare una lingua universale nel momento in cui si lavora e si collabora con persone che svolgono lavori artistici diversi.

Posso fare un esempio in parallelo con la musica: da chitarrista classico non mi ero mai avvicinato alla musica elettronica, e adesso, a cinquant’anni, mi trovo ad essere innamorato della musica elettronica, non solo di quella colta, ma di quella dance! Sembra un paradosso, ma è la voglia costante di scoprire che ti porta fare questo; non credo tanto nel “mettersi in gioco”, credo piuttosto nel “divertimento” di conoscere una cosa nuova, che non ti annoia mai. Tanti sostengono che l’unico difetto può essere quello del non andare mai veramente in profondità nelle cose, ma secondo me non è vero, anche l’andare troppo in profondità può nascondere grandi mancanze. Per tornare alla similitudine musicale, l’esecuzione non è la creazione, un musicista può essere un grande esecutore, ma non vuol dire per forza che sia un grande compositore o comunque un grande comunicatore di sensazioni.

C’è un bellissimo testo di Nelson Goodman in cui si parla dell’interpretazione, dove l’autore si chiede se una canzone triste debba avere anche un interprete triste: la risposta è no, l’interprete deve essere bravo a dare quella sensazione e lo può fare conoscendo tutte le sensazioni e gli stati d’animo dell’essere umano.

Questo per dirti che sin da giovane ero stregato dall’idea che la creatività fosse una dimensione superiore.

…che cosa ti attraeva del video?

Il fatto di essere duttile, veloce, che poi è il motivo per cui è diventato sostitutivo del cinema perché è più duttile. Per questo mio modo di essere molto infantile, ero e sono molto affascinato dal video perché mi dà la possibilità dell’immediatezza; ho bisogno di tempi più ristretti proprio per un fattore caratteriale. Il set fotografico, per esempio, mi annoia: la meticolosità e l’attesa per me sono fonte di noia e mi sembra di non poter esprimere al meglio delle cose che vorrei fare. Inseguo da sempre la filosofia dell’azione intesa come il “fare”: mi piace il concettuale nella fase dello studio, ma nel momento dell’esecuzione ho bisogno di immediatezza. È un po’ come accade in musica con il solfeggio, che è ritenuto dagli studenti una cosa massacrante, che ti fa quasi pensare di smettere di suonare; però poi ti accorgi che anche la fase del solfeggio è fondamentale perché non solo è una possibilità di lettura e di interpretazione della musica, ma di scrittura. Dopo un lungo studio, il solfeggio diventa come una cosa innata, non ci si chiede più i perché della posizione dei pallini neri sullo spartito, tutto diventa linguaggio libero.

Quindi ritengo che la fase dello studio metodico e noioso, anche paranoico, è la più interessante; la parte pratica non deve più essere metodica, deve essere libera.

In ogni caso non bisogna mai creare un confine tra la zona della teoria e la zona della pratica, è la regola per un buon risultato nella comunicazione!

Come è nato lo Studio Prodesign?

Lo Studio è nato negli anni ’80. Come ti ho detto andavo a New York a comprare riviste utili per i miei lavori. Acquistai una rivista di skateboard che in quel momento, in America, era un vero e proprio fenomeno.

Le riviste di skateboard avevano una grafica accattivante, ed erano bellissime da guardare, con tutte quelle immagini di ragazzi che saltavano con quell’aggeggio sotto i piedi. Io ne ero estasiato, era un mondo fantastico. In una di queste, tra gli annunci di massaggi, c’era la pubblicità di un negozio californiano di disegnatori di skateborad che si chiamava Prodesign, ed io, dentro di me, pensai «Studio Prodesign…bellissimo!!». E così arrivò il nome dello studio.

Non è un nome da leggersi a favore del design, perché in realtà a me il design non piace, molte volte è assurdo. Io sono per il bel disegno delle cose, e penso che l’esasperazione nel disegno degli oggetti, soprattutto quelli di uso comune, sia una follia.

Sin dalla sua nascita il Prodesign ha realizzato copertine dei dischi, dopo aver lavorato nella moda con Fiorucci e Avirex, per citare due nomi.

Ci sono stati una serie di incontri che hanno permesso di svilupparci nel settore musicale: il primo fu quello di mia moglie Patrizia Ferrante nell’ ’81-’82 (allora non eravamo ancora sposati…) con Claudio Cecchetto, che ci chiese di rilavorare al marchio già esistente di Radio Deejay. Nel frattempo nacque Radio Capital, e venni chiamato a disegnarne il marchio e l’immagine della radio stessa.

Inizialmente, moltissimi sono stati i lavori per le produzioni dance, perché in quel periodo era quello che andava, ed era anche l’epoca in cui nascevano le radio libere: disegnavo copertine per artisti internazionali, che facevano tre pezzi e poi sparivano dalla circolazione, ma vendevano milioni di copie.

Le prime copertine veramente importanti sono state quelle per Jovanotti.

Lui aveva già un disco alle spalle, La mia moto, e fa un salto di qualità passando immediatamente a Giovani Jovanotti.

Andai a sfogliare una vecchia enciclopedia americana, tra quelle pagine vidi una persona seduta con la camicia a fiori e arrivò l’idea per la copertina. Il disco si chiamava Giovani Jovanotti e inserimmo dei bambini che volavano… era un primo tentativo di imitare le copertine fantasmagoriche dei dischi stranieri. Ero convinto che anche in Italia si potessero fare delle cose belle come quelle: con coraggio e voglia potevamo uscire dallo standard del ritratto del cantante.

Negli anni ’70 l’illustratore di copertine, abusava un po’ dell’areografo: in ogni caso si trattava di grandi artigiani dell’immagine. Il modo artigianale di produrre immagine portava sempre a dei risultati superlativi, era una possibilità di creare dei mondi, non dimenticandoci che la forma dell’Lp forniva lo spazio ottimale per arrivare a questa magia.

La varietà degli studi del liceo tornarono in aiuto ancora una volta per la mia avventura nella creazione delle cover dei dischi italiani.

L’uso di vari linguaggi e di varie tecniche, la funzionalità della comunicazione, le riflessioni sui suoi risultati sul pubblico, sono venuti fuori anche quando hai iniziato a lavorare nei concerti?

Sì, e la collaborazione con Jovanotti è stata fondamentale per capire ancora meglio i segreti della Comunicazione.

Lorenzo è il primo che mi ha dato fiducia. E’ l’artista italiano più adatto a sviluppare un lavoro di concept e di elaborazione della comunicazione, all’interno della dimensione live. È uno che è molto ricco di ritmo, e la comunicazione stessa è ritmo, è movimento.

Non a caso nella fase di messa in scena le più grandi discussioni vengono fuori tra chi fa le luci e chi fa i video, perché sono due soggetti che attraverso il loro mezzo hanno la possibilità di raccontare a modo proprio la stessa storia, lo stesso messaggio. Ci potremmo quindi trovare di fronte a due narrazioni diverse dello stesso soggetto.

Le immagini sono pulsazioni, sono movimento, sono emozioni che vanno a tempo con la musica. Allora è chiaro che il ragionamento sulle potenzialità della comunicazione si fa serio quando si lavora con un personaggio come Lorenzo, che intraprende un percorso che va dalle canzoni vere e proprie, con dei testi, con dei contenuti, con delle parole, su cui io posso e fare delle considerazioni, al ritmo che funziona anche da solo, senza parole, e dona altre emozioni introducendo per esempio una serie di suoni accattivanti come tamburi africani o altri accenni di musica etnica inseriti a dovere in punti strategici e soprattutto in modi strategici. Diventa il territorio della sperimentazione pura, e accetta anche di lavorare su un territorio di un’immaginazione non stereotipata, ma piuttosto un’immaginazione che procede per contrapposizione. Il rischio che l’immagine, l’emozione non arrivino c’è sempre, ma in vent’anni acquisisci un’esperienza tale che diventa mestiere, impari dei meccanismi automatici dell’emozione stessa, sai che alcune cose funzionano sempre e altre invece non funzionano. L’esperienza è la base di tutto, ma bisogna avere la fortuna di trovare chi ci da la possibilità di farla!

Parlando di live, qual è stata la vostra prima collaborazione?

Il primo tour che abbiamo fatto insieme è Carboni – Jovanotti, nel 1992. Quell’anno, e quella produzione hanno rappresentato per Lorenzo una svolta sia dal punto di vista musicale che di popolarità. Il successivo è stato il tour legato a Penso Positivo, nel 1994.

Già nel ’92 Giancarlo Sforza introdusse delle innovazioni per il concerto dal vivo. Fece scalpore veder portare sul palco un canestro da basket. Il palco, per pochi minuti diventava un campo da basket, e i due cantanti erano i giocatori di una mini partita.

Fa un po’ ridere ripensarci, perché era una cosa molto piccola, ma anche questo abbozzo di interazione di Lorenzo e Luca con la palla da basket rappresentò in quel momento una grande novità. Il concerto diventò qualcos’altro, venne abbattuta la sacralità dell’artista, della pop star.

Molto probabilmente niente era studiato dal punto di vista prettamente concettuale, ma c’erano comunque delle intenzioni per lavorare su qualcosa di nuovo.

Di li in poi è stato un crescendo…

Sì, e la tecnologia è stata di grande aiuto nella nostra evoluzione.

Nei primi tour c’erano le video proiezioni, per le quali usavano delle enormi macchine che venivano dalla Francia, ed erano state utilizzate anche per proiezioni sulla Torre Eiffel.

Le prime proiezioni veramente potenti non mi consentivano di lavorare su immagini “cinematografiche”, era già un risultato se riuscivo ad animare delle grafiche. Io potevo disegnare delle figure su pellicola, e loro, i francesi, riuscivano a fare una pseudo animazione. Per noi era già un successo riuscire a proiettare delle immagini di quelle dimensioni e con quella luminosità.

La luminosità era l’aspetto tecnico più importante e più difficile. Tecnicamente era impossibile proiettare su una superficie di 25 metri per 30, non ci pensavamo neanche, non potevamo e basta.

Queste macchine riuscivamo a proiettare per 40 metri, ed era una cosa grandiosa per noi.

Col passare del tempo, piano piano, il mezzo ha cominciato a darci delle possibilità creative.

Ricordo che era un’emozione fortissima vedere il tetto del palazzetto coperto da un cielo stellato, cosa che oggi non farebbe più effetto, perché ormai il pubblico si è abituato ad un escamotage del genere.

Lo stupore viene dettato dall’ingigantimento; l’antropologo Gilbert Durand parla del concetto di “gulliverizzazione”: l’essere piccoli rispetto a immagini di cose o persone gigantesche, come quelle che possono essere proiettate durante uno spettacolo, produce un’emozione molto forte.

Per esempio, noi proiettavamo una boccia di vetro con un pesce rosso, larga 25 metri. Era gigantesca.

Nei live dei più grandi artisti si è visto di tutto, secondo te c’è ancora da inventare qualcosa che possa meravigliare o le soluzioni espressive sono già state sperimentate tutte? Credi che a un certo punto bisognerà tornare al minimalismo per suscitare emozione e stupore?

Non ho una chiave di lettura precisa per questa domanda, forse nessuno potrebbe dare una risposta, ma ci sono una serie di riflessioni che si possono fare.

Io credo che sia un punto di non ritorno inteso in un senso più che positivo. Penso che non siamo ancora arrivati a sfruttare potenzialmente tutte le nostre possibilità espressive, soprattutto dal punto di vista tecnologico. L’arrivo a questo punto di non ritorno è in realtà solo un inizio.

Il “ritorno” sarà invece ciò che è sempre stato, cioè rimarrà intatto l’aspetto sacro dell’artista, del performer, che fa un evento live.

L’elemento sacrale dell’uomo, della carne, che rappresenta se stesso ci sarà sempre, e sarà un fatto valutato e rivalutato, ma siamo coscienti che la tentazione è di andare oltre la rappresentazione di quello che vediamo oggi intorno a noi.

Non abbiamo fatto tutto, e in questo caso non parlo di tecnologia, che è arrivata ad un’altissima qualità e ci potrà aiutare sempre di più, ma parlo in termini di “opera totale”.

Il dono più bello dei mezzi tecnologici è la possibilità di mischiare i linguaggi. Questo non è stato ancora fatto completamente, perché è vero che sono stati usati i video post prodotti, i video prodotti in diretta, manipolati in diretta, il balletto, la parola narrata, etc..ma tutti ancora legati a quell’area sacra della centralità dell’artista.

Credo che oggi le potenzialità di questi mezzi possono portati a dire «Io sono quello che ha pensato l’opera, ma non è necessario che io sia lì, o se sono li posso essere anche virtuale». Sarà l’idea di espressione a contare, ovviamente insieme alla performance. Riuscire a concepire un’opera totale che funzioni con tutti i linguaggi oggi è una rivoluzione: il problema è che bisogna essere artisti molto bravi, molto preparati, per superare il concetto di artista incentrato su se stesso. Alla base ci deve essere una grande umiltà e una grande voglia di conoscenza, di collaborazione con altri artisti, e di venire in contatto con altre forme d’arte. Un artista deve anche avere il coraggio di ripensare allo spazio dello spettacolo, ancora una volta per superare il concetto di centralità: deve saper rinunciare all’essere al centro dell’universo della comunicazione.

L’uomo, inteso come pensiero e cervello, resterà comunque fondamentale per tutto, perché la tecnologia sarà sempre un qualcosa che si adatterà al cervello umano. Pensiero e idea sono ancora più avanti delle macchine.

Guardando al futuro e pensando sempre alla situazione concerto, secondo te è possibile sviluppare una vera e propria interattività’ tra palco e pubblico, con l’aiuto della tecnologia?

Certamente. Ma questa interazione non deve essere confusa con l’interazione dei multimedia. Purtroppo l’unico rischio della tecnica è quella che, parlando di interazione, ci si limiti sempre al mezzo multimediale.

Il mezzo ti illude e ti vincola a quel tipo di interazione. L’idea dell’uomo deve nascere da qualcos’altro, deve essere un’esigenza espressiva, solo successivamente il mezzo ci deve venire in aiuto.

Se è il mezzo che mi dichiara l’interazione, mi dispiace, ma è poco interessante.

È l’idea in se che funziona, l’idea che non deve essere subordinata alla tecnologia. È un passo importante e non facile, e non so se siamo ancora pronti: l’interazione in un concerto deve avere un senso, solo in questo caso possiamo dare la parola anche al pubblico diverso. Altrimenti rischia di diventare una velleità, quasi una dimostrazione di forza.

Ci deve essere un’esigenza precisa di interazione col pubblico, di comunicazione dell’informazione. Il mezzo rende tutto immediato ad è una figata, è vero, ma allora potrebbe essere interessante interagire inserendo una manipolazione dell’immagine di chi sta nel mezzo alla comunicazione: esempio, l’immagine che mi sta mandando la telecamerina che io ho dato ad uno del pubblico, oppure a cinquanta, o a mille, posso riutilizzarla come linguaggio, la manipolo e la rilancio su quello stesso pubblico.

Se la ridonassi così com’è ci illuderemmo tutti di creare linguaggio, ma in realtà non lo è.

Che cosa succede quando bisogna allestire un tour di Lorenzo? Come nasce l’idea e come iniziate a lavorare?

Le prime telefonate sono quelle per dire che si inizia l’avventura, per prenderne coscienza, e ci ritroviamo per sentire i pezzi nuovi e magari riflettere anche su quelli vecchi che verranno eseguiti nel concerto.

Poi ci sono le mail.

Lorenzo è capace di inviarmi, in una sola sera, mille e cinquecento immagini diverse, senza un minimo filo logico. Inizialmente sono delle immagini e basta, delle sensazioni: la sua risposta alla mia domanda sul perché abbia scelto quelle immagini è «Perché mi piace!». Ma allora ci sono cose che possono piacere anche a me, e Lorenzo mi dice di inserirle, di buttare dentro materiale interessante, magari anche solo a livello sensoriale.

E’ ancora una volta un po’ quello che succede ai bambini, che fanno una cosa perché a loro piace, perché funziona emotivamente.

Da questo tipo di ricerca nasce poi una strada da seguire, dettata da una selezione.

Il modo di lavorare di Lorenzo è appunto quello di propormi una quantità immensa di materiale, che poi io rielaboro nel mio studio, e gli ripropongo a mia volta per capire in che direzione creativa possiamo andare.

Potrei dirti che all’inizio c’è una specie di anarchia creativa, è il famoso sogno ad occhi aperti, poi ovviamente andiamo a studiarci tutti i riferimenti culturali, artistici, sociali delle immagini che abbiamo creato. In questa fase la presenza di Lorenzo è fondamentale perché offre degli stimoli incredibili.

Nell’intervista per l’inaugurazione della tua mostra Il gioco del mondo Lorenzo parla di una visione ludica, intesa come visione della vita. In fase di ideazione di un concerto voi pensate molto al gioco? Cercate sempre di mantenere un rapporto tra fantasia e realtà, oppure il vostro intento, utilizzando il gioco del video e dell’immagine, è quello di estraniare completamente lo spettatore?

L’aspetto ludico è molto interessante, perché rappresenta una premessa al divertimento. La componente ludica di partecipazione fa già divertire i partecipanti al gioco, prima che il gioco stesso abbia inizio.

Se tu pensi al tutto come a un gioco hai la garanzia di poter interagire, d’altra parte il gioco in sé non potrebbe mai essere giocato senza i giocatori.

In primis il gioco è interessante perché ha delle regole, quasi matematiche ma non così rigide come un’equazione, e la forza del gioco è la possibilità di poterle mettere in discussione.

Seconda cosa, il gioco è l’avvicinarsi all’irrealtà: il fatto che tu possa vestirti da Superman, ti fa sentire Superman, anche se poi ti butti giù dal palazzo e ti sfracelli perché non sei in grado di volare come lui. Ma questa è la grande forza del teatro, quella dell’irrealtà della maschera tragica del teatro greco. Come in teatro, nel gioco c’è la possibilità di avvicinarsi a qualcosa di impossibile.

Anche in tour ci avviciniamo a qualcosa di impossibile, arrivano 10.000 persone, sovraeccitate da un’aspettativa che l’artista non sa bene qual è. In realtà si tratta della partecipazione ad un grande rito, che lega tutti, dai ragazzi del pubblico, all’artista, ai tecnici. La partecipazione al rito, con l’acquisto del biglietto, l’attesa di ore fuori dal palazzetto, è fortemente adrenalinica.

Dal momento in cui tutto il pubblico entra nel luogo deputato allo spettacolo inizia il nostro lavoro, noi dobbiamo dargli qualcosa che lui si aspetta. Il rito diventa necessariamente qualcosa di stupefacente: se noi non facciamo entrare queste persone in una dimensione irreale la magia non si compie. (Lasciamo per un attimo da parte il fanatismo che porta le persone a vedere più volte uno stesso spettacolo, e ovviamente a sapere esattamente quello che succederà.)

Con Lorenzo la politica, l’intenzione, è sempre quella di fare entrare gli spettatori in un grande Luna Park. La definizione di Luna Park per noi è sempre accattivante, perché quando entri in quel luogo sei sempre un po’emozionato e un po’ spaventato perché andando sulle giostre metterai a repentaglio la tua vita, anche se sai benissimo che non è così perché tutto è controllato: ma c’è sempre quella possibilità su mille che il seggiolino su cui sei seduto si sganci, e questo pensiero ti dà adrenalina.

Oltre al gioco pericoloso c’è quello rasserenante, poi ci può essere quello che mette alla prova la tua abilità nel fare una serie di cose, etc etc… La metafora del Luna Park è bella perché esci e hai provato delle esperienze che ti sembrano uniche.

Il gioco rappresenta quindi il poter entrare un in un mondo fatto di irrealtà, costruendo dei nuovi linguaggi, perché nel gioco vale tutto: i bambini giocano inventando, sono pienamente coscienti che stanno operando di fantasia, ma si immergono completamente in quella, si immedesimano in tutti i personaggi e in tutte le situazioni da loro create.

Ciò che mi piace del lavoro con Lorenzo è che nell’immaginazione da noi sviluppata cerchiamo sempre di essere collegati alla realtà: ci piace immaginare un mondo nuovo, prendendo elementi del mondo in cui stiamo vivendo. Per capire questo concetto possiamo pensare a quanti giochi diversi si possono fare con le carte: il mazzo è sempre lo stesso, i segni sono sempre quei quattro, e i numeri hanno il loro valore sempre, ma i giochi sono svariati.

Io posso prendere due oggetti e creare una convergenza di significati tra di loro, posso prendere un leone e una madonna che accostati non vogliono dire niente per te, ma per me vogliono dire qualcosa; non inventiamo mai un animale a sette zampe, di raro arriviamo a certi livelli, prima di tutto ci interessa giocare con la realtà, con le cose che abbiamo già a disposizione. Questo rappresenta la possibilità di “descrivere” una realtà che per tutti è uguale, perché il mondo è lì a nostra disposizione, però cerchiamo di trovare delle chiavi di interpretazione diverse. La mole delle cose che non conosciamo del nostro mondo è vastissima, quindi possiamo lavorare su quella, rielaborarla, senza andare a cercare la fantascienza. Operiamo con la consapevolezza di aver conosciuto e di conoscere delle cose, le abbiamo già viste e studiate, e le rimettiamo in gioco, arrivando a descrivere una realtà. Credo che sia anche una grande dichiarazione di pluralismo intellettuale, in questo modo non c’è mai una verità assoluta. Quando si ha davanti un pubblico così numeroso, che ti attende per ore, e arriva di fronte al palco carico di adrenalina, entra in gioco l’onestà intellettuale dell’artista, perché deve scegliere quali significati donare ad un gruppo di persone che in quel momento può assorbire qualsiasi messaggio. L’artista deve dare la visione del “proprio” mondo, la sua verità, che può essere diversa dalla verità di ognuno dei presenti.

Viene intrapreso un dialogo con il pubblico, che potremmo anche definire dialogo del divertimento puro: giochiamo, con degli oggetti, con dei simboli, con immagini che hanno un valore semantico molto forte, con delle visioni nostre di un elemento della realtà che ci circonda, e durante i live non stiamo mai attenti alla bellezza della ripresa, ma piuttosto all’emozione che può arrivare da un’espressione di Lorenzo. Da parte del pubblico l’analisi, le domande, i dubbi, le riflessioni, credo che vengano fuori alla fine di tutto, nel rientro a casa. Questo è il gioco come noi lo intendiamo, in un luogo deputato al divertimento, alla creazione e all’espressione come quello del palco.

Tu hai lavorato per l’Albero Tour, per CapoHorn Tour, il Quinto Mondo e Buon Sangue. Qual è stata la particolarità di ogni tour dal punto di vista drammaturgico e dal punto di vista della realizzazione vera e propria, dei mezzi e delle cose usate?

La grande particolarità dell’Albero Tour è il palco centrale. E’ stata una grande intuizione di Giancarlo Sforza, e Lorenzo si è messo subito a disposizione per realizzarla nel miglior modo possibile. Il palco centrale porta ad una rivoluzione del tempo e dello spazio, è una situazione in cui la percezione del concerto cambia totalmente.

Per idea di palco centrale non intendo la visione a 360 gradi dello spettacolo, che esisteva già nella storia dei concerti, intendo un “centrale” che lancia dei flussi di energia, riconoscibili in alcuni aspetti molto tecnici, come ad esempio le passerelle che permettevano di arrivare molto più facilmente vicino al pubblico in alcune zone del palazzetto. Era un palco centrale dove avvenivano tutta una serie di sorprese, tra cui un altissimo albero gonfiabile che veniva su piano piano. C’era proprio l’intenzione di sorprendere, di non lasciare mai il pubblico concentrato su un’unica parte di spazio che è quella deputata al palco. Lì non c’era mai un’attenzione fissa, in ogni momento avvenivano cose in posti diversi: c’era una zattera da una parte, c’era un palco più piccolo dove si facevano dei pezzi in acustico, c’era ovviamente l’albero che cresceva, etc…

Quindi credo che la “frammentazione dell’attenzione” fosse la caratteristica più importante del L’Albero Tour.

L’obiettivo che ci siamo preposti in Capo Horn Tour è stato quello del coinvolgimento di tutti i sensi. Lo chiamerei il tour “sinestetico”.

Abbiamo fatto un esperimento (che poi era presente anche sul booklet del cd Autobiografia di una festa) di esaltare il senso dell’odorato: c’era il senso dell’udito, con i suoni, il senso della vista, con le immagini proiettate, il tatto, con il corpo che si muove, e stavolta c’era anche il senso dell’odorato, che era il senso che mancava in uno spettacolo, e che è una nostra caratteristica antropologica fondamentale. Era bello mettere in gioco anche senso un po’ abbandonato da tutte le forme di comunicazione.

Visivamente abbiamo continuato ed evoluto il progetto del tour precedente, infatti mentre L’Albero Tour aveva una drammaturgia frammentata, in Capo Horn invece c’è un racconto molto più uniforme, e il tentativo fu quello di creare un grande posto all’aperto, caratterizzato da un cielo stellato che copriva tutto il tetto del palasport.

Le proiezioni quindi non avvenivano più solo sul palco, ma anche in alto, sul soffitto, in modo che tutto il pubblico dentro il palazzetto avesse queste visioni intorno a sé, accostate agli odori: avevamo una vista che non era più separata, ma totale. Un dimensione psichedelica, intesa come coinvolgimento di tutti i sensi.

Per il Quinto Mondo Tour parlerei di “minimalismo rock”: luce bianca, annullamento di tutto.

Arrivando dalle due grandi esperienze multimediali e scenografiche precedenti, ci siamo concentrati sulla luce, sulla semplicità, e soprattutto sui contenuti video.

L’Albero Tour era molto teatrale, c’era una ancora una grande difficoltà a lavorare con le immagini digitali e si sopperiva con la scena, con le macchine vere e proprie, Capo Horn Tour era una prima opera totale, e nel Quinto Mondo Tour abbiamo iniziato a ripulire tutto e mettiamo su uno spettacolo della concentrazione visiva: visione e suono senza il resto.

Palco pulito, piatto, definito in gergo un palco “rock” composto da tanto ferro e un megaschermo.

Ci fu un’importante novità tecnologica: iniziammo ad usare il Gi-lec.

Una tecnica nuova, pulita, senza orpelli, senza decorazioni, senza nessun segno se non l’immagine digitale supportata da questo Gi-lec che era utilizzato dagli U2: a livello economico, il nostro era una categoria inferiore di investimento di quello utilizzato dagli U2. Era uno schermo con una grandissima luminosità, che ci consentiva di utilizzare i colori nella loro vera concretezza digitale, erano molto forti; rappresentò il superamento della rappresentazione video, perché il Gi-lec aveva dei Led che si avvicinavano più alla visione dei pannelli pubblicitari delle grandi metropoli (vedi Time Square a New York). Con il Gi-lec era inutile avvicinarsi alla realtà, tutto era molto forte, i colori erano spinti.

È stata una fase molto importante perché la realizzazione del tour è stata basica, senza orpelli, e concentrata solo sulla produzione di immagini, di colori, e di luci, e ha segnato il momento in cui abbiamo cominciato ad entrare anche in un ritmo diverso della rappresentazione e della costruzione dell’immagine: in poche parole, a quel punto erano solo due i protagonisti, da una parte la musica con Lorenzo, con il corpo, e dall’altra lo schermo. Era allora necessario creare una grammatica, costituita da saturazione del colore, montaggio serrato delle immagini etc..l’occhio doveva proprio impazzire.

In Buon Sangue Tour siamo tornati ad occuparci di spazio, e a fare delle cose diverse sugli schermi.

Come direbbe Zbigniew Rybczynski, abbiamo cominciato a concepire lo schermo non solo come potenzialità video, ma anche a separarlo, a vedere che gli schermi si muovono, a capire che su uno stesso schermo si possono fare tante cose diverse, per dirla semplice.

New Book e Tango dello stesso Rybczynski, per me sono stati un esempio, li ritengo una specie di Cappella Sistina del Video.

In Buon Sangue avevamo gli schermi che si potevano muovere, e si poteva mandare in onda una serie di cose insieme a delle altre, e il linguaggio che creavamo poteva essere molto vicino a quello della video installazione.

Stavolta l’intento era quello di portare avanti un lavoro molto più sofisticato, più cool, più intelligente e più concettuale. Era tutto molto più pop.

Abbiamo concepito una narrazione che prima era assente.

Per allestire Safari Tour, io e Lorenzo ci siamo messi a riflettere.

Creare immagini nuove vuol dire creare immagini che sono comunque già vecchie nel momento in cui le creiamo: sono immagini nuove nel linguaggio, ma non nuove in sé per sé perché la gente le percepisce solo come uno standard. Durante lo spettacolo, che io mandi un film di Buster Keaton o un’immagine girata da noi, per il pubblico è la stessa cosa, perché il mezzo di comunicazione è sempre lo stesso, anche se può cambiare il linguaggio.

Lorenzo però mi ha detto che aveva l’esigenza di andare oltre, aveva l’esigenza di spiegare che noi produciamo immagini e lo facciamo anche in tempo reale. Facciamo i veejay.

Il problema dei tour è che la date sono diverse, ma anche il pubblico è diverso, quindi tutte le persone hanno le percezione che il tour sia uno anche se io faccio uno show diverso in venticinque città.

Anche se faccio tutte immagini nuove, e Lorenzo fa una scaletta diversa ogni sera, per il pubblico l’evento è unico.

Allora ci siamo detti che l’unico sistema era lavorare su ritmi impossibili delle immagini e sull’improvvisazione. Il modo per arrivare ad un risultato di livello era elaborare software che ci permettessero di realizzare la nostra idea di ritmo: noi tecnici dovevamo stare in regia, lui doveva fare delle azioni, nel frattempo noi preparavamo dei filmati in post produzione e le sue azioni dovevano intrecciarsi con le nostre. In modo che lui non fosse mai pre-registrato.

In questo modo l’immagine video era veramente manipolata in diretta. Perché c’era la presenza della persona, cioè c’era Lorenzo con le sue azioni e io lo usavo come oggetto, come pixel, deformandolo, colorandolo, cercando di lavorare anche sul tempo.

Facciamo un esempio: tu salti, io registro il tuo salto in tempo reale, usando dei software lo separo in pezzettini, o posso vedere cinque momenti diversi… Sostanzialmente faccio una regia televisiva del secondo millennio.

Credo che il Safari Tour sia stato più degli altri un vero e proprio live tecnologico.

Avevamo una macchina che prendeva i segnali di luce da una semplice pila che teneva in mano Lorenzo e in tempo reale poteva trasformali in una scritta, in un disegno, etc..

La cosa importante è che l’uomo è sempre necessario, se non c’è il tuo gesto non esisto neanche io, questa è la filosofia. I Ragazzi della Prateria sono stati bravissimi nel creare questi software per l’elaborazione delle immagini in diretta, molto vicini alla videoinstallazione: ci possono essere vari riferimenti, come i tappeti di Studio Azzurro, e tutto quello che è videoinstallazione interattiva. D’altra parte la videoinstallazione funziona meglio quando è interattiva, perché ci dà la sensazione di partecipare all’opera.

Il live in ogni caso rappresenta il rischio, ogni cosa, ogni persona, può produrre un errore che può mandare in tilt un software, e di conseguenza non far accadere delle cose magiche; il Safari Tour può essere definita un’opera totale per la grandissima quantità di macchine e di persone impiegate, ognuno necessario all’altro, e ognuno necessariamente in perfetta sincronia con l’altro, per non arrivare all’errore. L’errore diventa creatività quando è cercato, non quando è errore vero.

Un lavoro mastodontico e difficilissimo.

Ma credo che il futuro sia questo, uno spettacolo caratterizzato dalla sempre più presente interazione con le macchine, che danno la possibilità di lavorare in mille modi sul tempo dell’azione.

giovanotti

Il tema è caldo. Pure troppo

aprile 01, 2010 By: admin Category: Articoli No Comments →

massa

[Carlo Massarini e Eugenio Finardi]

Di Stefano Adami

Intervista a Carlo Massarini

Dall’ultimo numero di MyMedia (“Futuro nativo”), lo stereotipo dell’adolescente smanettone è sulla ribalta sia nelle discussioni on-line che nelle pagine di cronaca.

Abbandoniamo per una volta gli scenari tracciati da istituti di ricerca e le prese di posizione dei cosiddetti guru per ragionare con chi, da più di vent’anni, rivolge uno sguardo sempre curioso e mai supponente ai fenomeni digitali: Carlo Massarini.

L’antefatto: Forum Comunicazione 2009 all’EUR, Roma.

Carlo, chiamato a moderare uno dei panel di discussione, introdusse domande e riflessioni affidandosi alla proiezione di Did You Know 2.0 (il video creato con dati e contenuti del The Economist).

Sul palco, durante la proiezione, Carlo non resisteva al sound di Right here, right now, usato nel montaggio. (ma questa è un’altra storia, n.d.r.)

Uno dei relatori poi, probabilmente un amico di vecchia data, interpretò il desiderio di tanti in sala e lo costrinse ad uscire dal ruolo di anchor-man con un’inversione dei ruoli.

E secondo te, Carlo, come sarà il futuro?

Dopo un millisecondo di sorpresa la risposta convinta fu: «Meticcio. Fare previsioni non è il mio mestiere, ma secondo me il futuro sarà “misto”».

Questo lo “stream” che ci ha portato qui: social network e curiosità reciproca hanno fatto il resto.

Appollaiati sugli sgabelli usati per la registrazione di Mr. Fantasy R&R, un qualunque, piovoso lunedì milanese, non usiamo tecnologia.

Moleskine alla mano, si parla e si scrive.

Da sempre sei attento ai fenomeni on-line. Ora anche ai social network. Il tempo medio speso su queste piattaforme è in costante aumento. Al Forum 2009 osservasti: «Sì, ma per fare che cosa?». Hai trovato una risposta?

Il tempo di cui posso parlare è il mio, quindi parlo per me. Dei social network mi interessa soprattutto la possibilità di sperimentazione. Se non hai particolari mire professionali, è come stare sulla moto: ti ci siedi e giri. Ne fai un territorio da esplorare. E ti fai delle domande: «Chi c’e’ dall’altra parte? Cosa piace? In che maniera ci si relaziona?»

Per farlo uso due tipi di materiali. Il primo, ovviamente, è la musica. La condivido come se fossi in una radio. Molti la “postano” senza accompagnarla da alcun commento o considerazione. Credo invece che a questa possibilità di condividere la musica debba essere data una personalità. Altrimenti diventiamo dei semplici replicatori. Con la musica ottengo una risposta molto interessante. Alcuni usano la mia visibilità per altri scopi. Si va dal caso del leoncino in Australia all’intervento di Gianni Minà. Spesso si scatena la lotta, ma fino ad ora mi è bastato prestare un po’ di attenzione. E poi tutto scorre in poco tempo.

Poi cerco di stare in contatto con la realtà. Recentemente sulla mia bacheca di Facebook è esploso un dibattito molto vivace. Più di 200 post, alcuni lunghi anche una cartella, sul tentativo di appropriazione del rock da parte di diverse culture e schieramenti politici. Queste sono discussioni che non si potrebbero fare in radio. Un social network, insomma, è quello che si vuole che sia.

Quindi, per quanto mi riguarda, l’investimento sui social è una tappa intermedia per capire come realizzare l’interattività in qualcosa di più specifico. Vedremo.

In campo mediale, i nativi dispongono di strumenti e competenze prima impensabili. In campo musicale, oltre alla famigerata “disintermediazione”, la “coda lunga” di Chris Anderson, pensi che si aprano anche nuove opportunità per fare musica?

Ancora una volta, come direbbe Mc Luhan, “ il medium è il messaggio”.

Ciò che è successo nella fruizione è abbastanza scontato. Molto interessante, invece, la parte propositiva, attiva.

MySpace, per citare il più conosciuto, è diventato strumento di autopromozione e diffusione.

Ovviamente, alla base di tutto restano la capacità ed il valore artistico del musicista.

Un tempo, però, lo “start” era dettato dalle case discografiche e dagli uffici stampa. Ora può essere “artigianale”. Solo con Internet ed i social network sono diventati possibili fenomeni come quello degli Artic monkeys.

Nel mare di questi indipendenti c’è davvero qualcosa di nuovo e di valido.

In effetti, in questo campo, può diventare rilevante la differenza fra nativi e non.

La nostra generazione ha la consapevolezza del passato ed ha la visione per provare ad immaginare i percorsi futuri. La partita della comunicazione è più complessa del puro fatto tecnologico. Loro hanno gli strumenti e li usano benissimo.

E la creatività in altri campi? Nelle arti figurative, nel design …

Il mio campo è la musica ma credo che il meccanismo di in fondo rimanga lo stesso. Quel che conta è aver capito il concetto di “relazione”. Sono convinto che queste nuove forme di contatto e di espressione, coi risultati che producono, siano destinate a permanere.

Poi mi sembra che la distinzione fra reale e virtuale stia scemando. Abbiamo sistematicamente le prove di quanto possa essere forte il potere e la suggestione di un rapporto virtuale. A mio avviso questo aspetto è ancora sottovalutato. Sia chiaro: i meccanismi umani restano gli stessi. Non possiamo negare però che questi nuovi strumenti sono potentissimi “estrattori”, delle espressioni come delle emozioni.

Carlo Massarini è anche genitore. Che consigli daresti ai “baby boomer” per il rapporto coi figli nativi?

La prima cosa da fare è interessarsi degli strumenti e acquisire un minimo di controllo della situazione.

Proprio in questi giorni sono entrato in contatto con una madre quarantenne entrata su Facebook con questo unico intento, per accordo esplicito con le figlie.

Anche su questi temi, le diverse predisposizioni alla tecnologia hanno ampliato il gap.

Il figlio ha maggiori possibilità di crearsi un’area franca e oggi, con una carta di credito, si può fare veramente di tutto.

Come un tempo, il genitore deve sapere dove sono i pericoli, conoscere i quartieri della città, i diversi livelli di pericolosità delle droghe e, ora, anche questi nuovi “ambienti”.

Al Forum della comunicazione, un anno fa, hai detto che il futuro sarà “meticcio”. Lo pensi ancora?

Sì, assolutamente. Il campo della musica ne è la dimostrazione. Quando culture diverse si incontrano e si mischiano, tutti ne ricevono dei benefici. Il futuro sarà di chi è più aperto di altri. Non dei professionisti troppo “verticali” ma di chi ha i linguaggi e la volontà di interagire ad ampio spettro. Internet, in questo, facilita.

Se questo è vero, dobbiamo pensare a chi non è – o non può essere – on-line.

Si parla di nativi digitali e di quanto siano veloci ad usare qualunque tipo di tastiera, ma si trascura il fatto che ancora oggi si nasce e si vive in contesti letteralmente tagliati fuori dal mondo, anche in Italia.

Dopo il libro, da questi studi torni in TV con “Mr. Fantasy Reload & Rewind”. Raccontaci.

E’ semplice. Non vedevo un programma di musica come lo avrei fatto io. Mi auguro che qualcuno prima o poi lo faccia. Scherzi a parte: la musica potrebbe essere vissuta e “usata” meglio. Siamo qui perché ci crediamo ancora.

 

[SCHEDA]

Riferimenti e risorse

 

Marshall Mc Luhan, Understanding Media ,1964 (it. Gli strumenti del comunicare, 1967)

Karl Fisch, Scott McLeod and XPlane Did You Know?/Shift Happens -http://shifthappens.wikispaces.com/ 

http://www.arcticmonkeys.com/

http://www.carlomassarini.com/

Futuro Nativo

marzo 31, 2010 By: admin Category: Articoli No Comments →

cogito-ergo

 Di Stefano Adami

“Certo che, se dai retta a tutto quello che senti in TV …”.

Iniziava così la tipica lezione di vita del genitore ironico, lustri addietro.

Dai tempi del Carosello, però, il ruolo di educatore si è complicato parecchio. Un tal Nicola da Boston (Negroponte, n.d.r.) scrisse nel 1995 “Being Digital” e spiegò al mondo intero che stavamo per cambiare.

A parte gli eccessi di entusiasmo, tipici dei momenti di rottura, in quel libro erano già immaginate soluzioni di continuità e nuove traiettorie.

Con l’espressione “Prime time is my time”, ad esempio si intravvedeva la possibilità di uscire dalla comunicazione unidirezionale tipica dei broadcast televisivi e di rendere un po’ meno passive le serate tipiche (prime time) del consumatore medio.

Pur mantenendo gli aspetti ludici e rigenerativi, il tempo passato davanti alla televisione avrebbe potuto essere impiegato in maniera diversa.

Col termine E-xpressionist, poi, si immaginavano gruppi di persone capaci di esaltare e comunicare le proprie attitudini creative attraverso i nuovi strumenti.

Non per infierire né per darsi un tono esterofilo “a prescindere”, ma è difficile non ricordare che in Italia, in quegli anni, non molti possedevano un indirizzo di posta elettronica ed il telefono cellulare era ancora uno status simbol.

Come spesso accade, le nuove tendenze vengo incubate all’interno di gruppi di persone all’avanguardia e comunque dotate di strumenti e curiosità culturali devianti rispetto alla media.

Sociologia e antropologia dimostrano una particolare sollecitudine nel dedicarsi all’analisi ed alla comprensione di questi gruppi. Il sospetto è che solo per questi approfondimenti sia al fianco delle scienze sociali un potentissimo alleato, peraltro vagamente interessato: il Marketing.  

Nei fondamentali di questa satanica disciplina il ruolo da leone è assegnato da sempre alla “segmentazione”. I potenziali clienti di una certa azienda vengono classificati in base alle caratteristiche personali ed ai comportamenti d’acquisto per andare a delineare appunto i “segmenti” e cioè gruppi variamente sensibili ed influenzabili rispetto alle diverse mercanzie.

Non per essere cruenti, ma le grandi aziende, soprattutto quelle attive sulla rete, mirano ad avere per ciascuno di noi un profilo “socio-psicografico” (terribile, no?)

Il mondo cambia a velocità siderali ma i modelli di rappresentazione della società (e dei comportamenti d’acquisto) non sono poi così diversi dal passato.

Tredici anni dopo Negroponte, con “Born digitalJohn Palfrey ed Urs Gasser hanno descritto la generazione di coloro che sono nati quando ormai la rete ed il telefono cellulare erano diventati oggetti di uso quotidiano.

minor1

In generale nel mondo anglosassone sono stati identificati tre macro-gruppi:

Native: coloro che sono nati post cellulare (1980) e che acquisiscono la tecnologia come un dato di fatto.

Immigrant: sono nati prima dell’avvento della fonia mobile e si accostano alla multimedialità con una certa difficoltà.

Settler: individui nati prima dell’avvento del telefono cellulare che adottano le nuove tecnologie e cercano di sfruttarne al meglio i contenuti e le funzionalità.

Negli Stati Uniti il peso relativo di questi macro-gruppi sta spostando anche le quantità di tempo investite sui media.

Migrazione

Per quanto riguarda l’Italia, Nielsen, la società leader nella fornitura di dati ed analisi di mercato, suddivide la popolazione italiana di età superiore ai 14 anni (in totale 51 milioni di persone) in cinque macro-raggruppamenti:

Eclettici: (simili ai Settler) circa 7 milioni

Technofun:  (simili ai Native) circa 9 milioni

Sofisticati:  (potenziali Immigrant) circa 7 milioni

Tradizionali: (difficilmente Immigrant) circa 7 milioni

TV people: (offline) circa 16 milioni e non andranno online

Quale che sia la dimensione dei gruppi nei diversi paesi e al di là della predisposizione all’uso della tecnologia, sorge inesorabile la fatidica domanda: “Si, ma per fare che cosa?”

In altri termini, la capacità/possibilità di accedere ad enormi masse di informazioni e fruire di oggetti multimediali sta portando davvero ad un affrancamento dagli strumenti di persuasione di massa e alla valorizzazione dei talenti personali e di gruppo?

L’impressione, peraltro strettamente personale, è che le nuove possibilità vengano perseguite per riproporre contenuti e messaggi in larga parte tradizionali. Un esempio per tutti: raccontare pubblicamente su Facebook come si sia trascorso  l’ultimo sabato sera e documentarlo con foto goliardiche scattate dal cellulare, non sembra un’attività di particolare avanguardia., In questi contesti così come nell’uso dell’instant messaging o nella condivisione di oggetti multimediali, la parola chiave sembra piuttosto “socialità”.

La condivisione senza consapevolezza, però, rischia di aprire  nuovi terreni di conquista per imbonitori e, peggio, manipolatori.

A questo proposito BJ Fogg,  uno dei guru della Silicon Valley e direttore del Persuasive Technology Lab di Stanford, ha coniato nel 1996 il termine “captologia”.

Derivato dall’acronimo C.A.P.T. (Computer As Persuasive Technology) ma anche dal latino “captum”: preso, il termine identifica l’insieme delle tecniche di persuasione attivabili attraverso gli strumenti tecnologici di uso quotidiano (computer e, sempre più simile al primo, telefono cellulare).

Intervistato su come la tecnologia possa essere “di per sé” convincente, Fogg risponde con un esempio illuminante.

“Credo che le due cose, forma e contenuto, siano in questo contesto indistinguibili. Pensiamo ad un videogioco pensato per promuovere il riutilizzo in ottica ecosostenibile: c’e’ un messaggio? Si. E’ scritto? No. In questo caso la persuasione sta nell’uso del videogame che induce comportamenti virtuosi. Il creatore del gioco più che a un messaggio ha pensato a creare un’esperienza e a rinforzarla con l’uso”.

Il valore dell’esperienza e della comunicazione non necessariamente scritta sintetizzano forse meglio di ogni rapporto di ricerca le caratteristiche chiave dei nativi digitali.

Né stupisce che Fogg abbia un progetto particolarmente virtuoso, per i prossimi 30 anni: portare la pace nel mondo attraverso i social network e i telefoni cellulari.

Ma quali rischi si possono immaginare, nel caso in cui la disciplina fondata da Fogg venisse utilizzata da personaggi od organizzazioni molto meno “virtuosi”?

Ai nativi, negli scenari catastrofisti, potrebbe essere riservata una sorte peggiore di quella dei loro precursori pellerossa.

Relegati in riserve, spogliati dalla possibilità di decidere sul proprio futuro, “gestiti” da poteri forti assolutamente indifferenti ai talenti ed alla saggezza della comunità cui appartengono.

E’ facile, osservando i ventenni del 2009, riconoscere capacità visionarie a Negroponte, ma cosa dovremmo fare nei confronti di Philip Dick? “Minority report”, così come “Bladerunner” sono  tratti da suoi racconti . Diretto da Stephen Spielberg, Tom CruiseJohn Anderton manipola e scandaglia tera di informazioni col semplice movimento delle mani.

E’ assolutamente padrone della tecnologia, e questa capacità gli ha conferito un ruolo di assoluto prestigio, nella società. Quel trentenne potrebbe essere l’icona del successo raggiunto da coloro che oggi consideriamo “nativi digitali”. La realtà, con tutte le sue nefandezze, non tarderà molto ad rivelarsi.

 

Risorse:

N. Negroponte ”Being Digital”, 1995 Vintage Publishing

J. Palfrey, U. Gasser “Born Digital”, Basic Books 2008

D. Tapscot “Grown Up Digital”, Mc Graw Hill, 2009

Giuliano Noci, Atti del convegno “La pubblicità è servita”, MIP – Politecnico di Milano, 17 Giugno 2009

Gabriele De Palma “I persuasori occulti”, Alias 19 settembre 2009

Incontro con BJ Fogg: http://www.meetthemediaguru.org/index.php/category/bj-fogg/

Nuove forme del libro, nuovi scenari per la didattica

marzo 26, 2010 By: admin Category: Articoli No Comments →

copertina_ebook

Di Fabrizio Pecori

Intervista a Mario Rotta, coautore dell’eBook “Insegnare ed apprendere con gli ebook” pubblicato ed eccentricamente distribuito da Garamond

Il rapporto tra il libro e la didattica è uno tra i più consolidati ed al tempo stesso criticamente studiati che si conosca, ma al mutare della forma del libro (e per estensione della comunicazione in generale) può e deve corrispondere una mutazione delle forme dell’apprendimento e della didattica: la rassegna ragionata di esperienze, contesti, possibilità e sperimentazioni offerta da questo eBook fornisce una analisi autorevole dei nuovi scenari tracciati ed in via di definizione. Ho avuto il piacere di parlarne con un autore.

Intervista a Mario Rotta

Gli eBook in questi ultimi anni hanno aperto nuovi scenari in funzione delle rinnovate tecnologie sviluppate. Ma quali sono i tratti salienti della/e scrittura/e tecnologiche?

In realtà si parla e si discute da decenni di come si stanno evolvendo sia la scrittura che le forme e le modalità attraverso cui si disseminano o si condividono testi e documenti nel momento in cui essi perdono la loro tradizionale “pesantezza” analogica e assumono la consistenza immateriale e fluida della leggerezza digitale . Si tratta di fenomeni epocali, che non possono essere ancora decifrati e classificati, e che finora sono stati osservati in modo parziale, applicando di volta in volta solo una delle tante possibili chiavi di lettura. Si è parlato ad esempio della “morte del libro” e del concetto di ipertesto come se non fossero entrambi elementi di uno stesso processo, o ci si è concentrati su aspetti parziali, quali le tecnologie per la lettura dei testi digitali o le politiche di distribuzione editoriale, ignorando che quello a cui siamo di fronte non è un insieme di sperimentazioni che possono avere un certo impatto su un modello consolidato (senza tuttavia modificarne le caratteristiche essenziali), ma un vero e proprio salto evolutivo di quell’insieme di istanze che, complessivamente, identificano e determinano la forma stessa del libro in quanto tecnologia della conoscenza. Quello che ancora non si è percepito con chiarezza, in sostanza, è che gli eBook (per il momento chiamiamoli così, poi si vedrà) non sono l’avvio di un percorso parallelo rispetto alla continuità del libro a stampa ma rappresentano nei confronti del libro a stampa in quanto tecnologia ciò che lo stesso libro a stampa ha rappresentato nei confronti del codice manoscritto o ciò che il codice manoscritto è stato nei confronti del “rotolo” antico: la ricerca di una nuova “forma” di organizzazione e trasmissione del testo in quanto modalità di comunicazione, nel quadro di un sostanziale mantenimento del suo significato di “libro”. Soltanto adesso ci rendiamo conto di questo, ora che appare più chiaro in che modo il testo digitale può interagire con dei dispositivi specifici che ne permettono una ri-formulazione, ora cioè che le possibilità di manipolazione del testo digitale sono state sufficientemente esplorate e cominciano allo stesso tempo a diffondersi lettori a inchiostro elettronico che ne valorizzano le potenzialità.

Nel testo Insegnare ed apprendere con gli eBook tu, Michela Bini e Paola Zamperlin vi siete interessati degli aspetti tecnici e sociali mediante i quali è possibile formulare nuove strategie didattiche utilizzando le nuove forme di scrittura. Quali sono nello specifico i principali trend e possibilità di lettura elettronica che rendono interessante l’impiego didattico?

Il punto di partenza della ricerca è una ricognizione a largo raggio sulle esperienze documentate di utilizzo di eBook e testi digitali in genere in scenari educativi. Si tratta di ambiti ancora poco esplorati, su cui è relativamente facile recuperare una letteratura generalista, teorica, e più difficile trovare riferimenti sperimentali o buone pratiche. Avremmo potuto tracciare una panoramica di tutte le potenzialità educative degli eBook, ma abbiamo preferito suddividere il libro in due parti essenziali, la prima delle quali cerca di fare il punto su che cosa sono gli eBook e sull’impatto che avranno nella società in generale, mentre nella seconda si approfondiscono soltanto 3 specifici ambiti applicativi, sostenibili e supportati da riferimenti e sperimentazioni. Prima di tutto gli eBook potranno essere utilizzati come elementi di strategie per incentivare l’interesse dei ragazzi nei confronti della lettura ed esplorare nuove modalità di lettura dei testi. Questo è un ambito applicativo ben documentato, ed è dimostrabile che l’integrazione tra testi digitali e dispositivi dedicati (eBook readers) può essere utile contro la “riluttanza” alla lettura che sembra caratterizzare le ultime generazioni. Un secondo ambito applicativo specifico è l’utilizzo degli eBook (sempre intesi in quanto integrazione/interazione tra testo digitale e dispositivi dedicati) come elementi essenziali di strategie educative orientate al cosiddetto mobile learning: è ragionevole pensare (ed esistono già esperimenti in tal senso) che gli eBook readers possano diventare parte integrante della dotazione di studenti predisposti ad apprendere in uno scenario in cui si applicano i principi della continuità e dell’ubiquità, in quanto strumenti privilegiati per l’accesso informale ai contenuti e la loro riorganizzazione in funzione dei bisogni formativi individuali. Infine, l’aspetto più interessante è rappresentato dalla natura integrata della relazione tra testi digitali e dispositivi dedicati: un eBook reader è allo stesso tempo un libro, una biblioteca e un quaderno, e in tal senso configura uno scenario in cui concetti come “ambiente personale di apprendimento” e “ambiente informativo personalizzato” si concretizzano, assumono una forma tangibile, grazie alla quale sarà possibile, ad esempio, immaginare che un docente organizzi una piccola biblioteca digitale di risorse su un determinato problema per proporla agli studenti come base per successive integrazioni e rielaborazioni, fino a poter confrontare in che modo il nucleo di conoscenze originario è stato integrato, riorganizzato e rielaborato da ciascun studente, nel corso del processo di apprendimento. In pratica, grazie agli eBook, potranno essere attuate più facilmente e più efficacemente alcune ipotesi suggestive su cui gli educatori ragionano da tempo: dall’idea che la didattica possa fondarsi sulla soluzione di problemi specifici confrontando risorse e materiali utili al concetto di apprendimento come strategia personalizzabile, fino al recupero nella didattica di una relazione dinamica con le “fonti” che la pesantezza e l’ingombro dei libri a stampa ha sempre limitato e che nella leggerezza del mondo digitale diventa invece un’opzione del tutto attuabile.

Puoi darmi una definizione specifica di quel IperLibro Multimodale di cui viene proposta una traccia nel vostro testo?

L’IperLibro Multimodale è il risultato di una riflessione su quali potrebbero/dovrebbero essere le caratteristiche di un prodotto editoriale capace di integrare l’impostazione tradizionale di un libro e le potenzialità della scrittura digitale, soprattutto in termini di arricchimento ipertestuale e multimediale. In pratica, è un’ipotesi di lavoro per una collana di libri “nati digitali”. Si parte da un testo classico, facilmente reperibile in rete in formato digitale. Ma non ci si limita a ri-formattarlo per renderlo leggibile sullo schermo di un tablet o su un eBook reader. Si aggiungono altri elementi, o meglio, altre possibilità di fruizione, legate alle caratteristiche dei formati digitali e alle funzionalità dei dispositivi. In particolare accanto al testo si attivano altre 3 modalità di interazione con lo stesso testo: l’ascolto (riproponendo il testo almeno in formato audio, usufruibile senza problemi su un eBook reader impostato come lettore MP3), la riproposizione del testo sulla base di una ristrutturazione ipertestuale che ne permetta una lettura non lineare e una migliore comprensione (sfruttando ad esempio la possibilità di inserire dei commenti in linea) e la riscrittura del testo sotto forma di sceneggiatura per una lettura drammatizzata, interpretabile, socializzabile. La mia idea è che il lettore possa scegliere autonomamente il piano di lettura che preferisce, passando in qualunque momento dall’uno all’altro grazie a un semplice switch sotto forma di link. Spero di poter proporre presto una collana di classici digitali multimodali: certo, non tutti i classici della letteratura si presteranno a questa ri-formulazione, ma penso che ci sia molto materiale su cui lavorare per offrire ai nuovi lettori dei “libri” con un reale valore aggiunto rispetto alla semplice digitalizzazione del testo.

Ho notato che la forma distributiva del saggio è decisamente inedita e (parrebbe) un po’ pericolosa per l’editore: puoi riassumerne l’essenza e farci capire quali sono i fattori strategici che più vi hanno convinto nello studiare detta forma distributiva?

Non si può distribuire un prodotto che per sua natura è immateriale, fluido, multiforme come se fosse un oggetto fisico definito e misurabile. Dobbiamo esplorare nuovi modelli di business, o più semplicemente nuove formule, nuove strategie. Non sta cambiando soltanto la forma del libro, sta cambiando il significato della parola “conoscenza”. Di conseguenza, dobbiamo riformulare il concetto di “prezzo” (tipicamente legato alla consistenza materiale del libro a stampa) e capire come attribuire un “valore” a un contenuto che non può essere circoscritto in limiti predefiniti. Così ci siamo ispirati agli unici modelli alternativi disponibili, quelli utilizzati in certi casi per la distribuzione e la vendita di musica digitale online, e abbiamo proposto il libro senza stabilire un prezzo di copertina – che non avrebbe avuto senso – ma chiedendo direttamente ai lettori di stabilirne il valore: in pratica chi vuole scaricare l’intero libro digitale decide autonomamente quanto intende pagarlo, poco o nulla se non vuole o non può spendere (e questo agevola la disseminazione delle conoscenze di cui il libro è strumento), di più se riconosce al contenuto un determinato valore. Vedremo, ma non penso che questa formula sia pericolosa per l’editore, tanto più che l’ha decisa lui! Certo, è pericolosa per gli editori tradizionali o per quelli che cercano di ostacolare la diffusione degli eBook perché capiscono che non possono distribuire testi digitali allo stesso prezzo dei libri a stampa, alto e spesso ingiustificato. Ma dobbiamo partire dal presupposto che non ha senso parlare di società della conoscenza se non si agevola la diffusione dei contenuti digitali: e questa è un’ipotesi, che configura uno scenario in cui il lettore non è soltanto un cliente dell’editore ma un protagonista attivo di quell’insieme di processi che alla fine determinerà il reale successo del libro e. perché no, anche il (giusto) ricavo per gli autori e per l’editore.

Emozioni che scivolano addosso

febbraio 23, 2010 By: admin Category: Articoli No Comments →

vascaesterna

Di Melina Ruberti

Appunti dal museo dell’acqua di Siena

Si è inaugurato a Siena il Museo dell’Acqua. Il nuovo centro espositivo, realizzato nei locali della Fonte di Pescaia

Uno spazio interamente dedicato alla distribuzione dell’acqua dalle profonde falde acquifere alla alta superficie della città,  ai “bottini”, alle fonti e ai manufatti.

Un museo che aiuta a capire quanta parte della storia, della struttura della città e della memoria dei senesi siano legate al sistema dell’acqua che si nasconde sottoterra.

Un museo radicalmente contemporaneo, colmo di ambienti e strumentazioni digitali fortemente funzionali alla comunicazione del territorio, dell’acqua, dell’ingegno umano cosi come si è evoluto nei secoli a partire dalle origini del pianeta fino ai nostri giorni.

fontefuori

L’ideazione e progettazione del Museo dell’Acqua di Siena sono state coordinate ed elaborate dagli architetti Roberto Santini, Goffredo Serrini, Claudio Zagaglia (SocialDesign). Il progetto per l’allestimento è stato poi ulteriormente sviluppato in collaborazione con Studio Azzurro e Mizar, che hanno dato un contributo fondamentale alla definizione della “struttura narrativa” e all’identità multimediale del museo, arricchendo i suoi spazi di proposte suggestive, filmati, modelli ed exhibit interattivi.

soglia-delle-acque-e-delle-

L’esperienza finale, ad alta immedesimazione emotiva, si compie in un percorso articolato in dodici “luoghi”: la Stanza 1: Gocce d’attesa – Pavimento sensibile dei riflessi della città, Stanza 2: Le Porte d’Acqua - Indice liquido, Stanza 3: Soglia della Natura - Origine del territorio e territori sotterranei, Scala: Il Vento Sospeso – Scultura sonora, Stanza 4: Soglia della Tecnica – Scavo e costruzione dei bottini, Stanza 5a: Libro degli Ingegneri – Il genio senese, Stanza 5b: Il Bottino Ricostruito, Stanza 6: Soglia delle Acque e delle Fonti – Fonte Pescaia, Stanza 7: Alla Ricerca della Diana - Camera a suoni, Stanza 8: Il Tavolo delle tre Mappe: La città di sopra, Stanza 9: Dalla Sorgente alla Fonte – Film stereoscopico, Stanza 10: La Stanza delle Testimonianze – Gocce di ricordi, Bottino: Dalla Stanza delle Polle alla Fonte – Il racconto dell’acqua.

Ho avuto l’occasione di visitarlo durante l’incontro di presentazione alla stampa e ne ho apprezzato con piacere gli ambienti ad alto coinvolgimento emotivo.

museoacquaventosospeso

Per tutte le immagini copyright Studio Azzurro
(che ringraziamo cordialmente)

Future Festival 2010

febbraio 09, 2010 By: admin Category: Articoli No Comments →

Di Carmen Lorenzetti

Il Future Film Festival 2010 si è chiuso domenica 31 gennaio con una nota amara dei curatori Giulietta Fara e Oscar Cosulich, che hanno messo in forse lo svolgimento del Festival a Bologna per l’anno prossimo, dato il taglio sostanziale di fondi che hanno dovuto subire quest’anno ad opera del Comune soprattutto, che ha dato solo 20.000 euro, all’interno di un misero budget di 270.000 euro (i curatori hanno fatto veramente miracoli). Noi tutti ci auguriamo che questo non accada e che a questa dodicesima edizione ne seguano altre, che continuino la ormai consolidata tradizione di questo festival, ormai meta di un pubblico numeroso e variegato. I numeri peraltro parlano chiaro: vi sono stati 120 appuntamenti tra proiezioni, incontri e laboratori, 21 lungometraggi in anteprima, 120 cortometraggi, opere provenienti da 25 paesi, 250 giornalisti accreditati per un totale di 6 giornate di Festival.

PAN1

Per quanto riguarda i premi, il più atteso, il Platinum Grand Prize per il miglior lungometraggio è andato a Panique au village di Stéphane Auber e Vincent Patar (Belgio), un film in stop motion, tutto fatto con pupazzetti in plastilina che ricordano i soldatini degli anni sessanta, i protagonisti manco a dirlo sono un cavallo parlante, un cowboy e un indiano e la storia si svolge in un villaggio essenziale con le sue case ed alberi sulle colline, che ricordano i dipinti neotrecenteschi di Carrà, il ritmo esilarante e serrato e la storia piena di invenzioni e fantasia aprono all’“immaginario sconfinato, l’innocenza, la crudeltà e soprattutto l’irriverenza dell’infanzia”. Una menzione speciale è stata assegnata a Edison & Leo di Neil Burns (Canada) “per l’originalità del racconto, la complessità dei personaggi e gli alti valori produttivi di un film che ci offre un punto di vista indubbiamente inusuale su un personaggio storico…”.

Tra i cortometraggi in concorso per Future Film Short i più votati dal pubblico del FFF, che si sono aggiudicati il Premio del Pubblico Groupama si trovano: il primo Fard di David Alapont e Luis Briceno (Francia), una storia originale con personaggi molto stilizzati e in bianco e nero che con una lampada speciale acquisiscono fattezze umane e colore, ma naturalmente non sono liberi di recuperare questa natura e vengono per questo perseguitati…., il secondo premio è andato a The man is the only bird that carries his own cage di Claude Weiss (Sacrebleu Productions, Francia), con uomini con la testa rinchiusa in una gabbia che lottano contro una invasione di uccelli nel cielo, tutto condotto con un alto valore di pittoricismo, forse talvolta eccessivo. Il Premio della Giuria – Provincia di Bologna per il miglior corto è stato assegnato a The Lighthouse keeper di David Francois, Rony Hotin, Heremie Moreau, Baptiste Rogron, Gaëlle Thierry, Maïlys Vallade (Gobelins – L’école de l’image, Francia) tutto fatto di disegni semplici e fiabeschi all’interno di una storia surreale, con un guardiano del faro che lotta contro una lucciola gigantesca e teme a causa di una nave enorme e felliniana che sta per abbatterlo, quando vira all’ultimo momento.

Altri lungometraggi in concorso da menzionare per la particolarità sono i seguenti.

lascars1

 Les Lascars di Emmanuel Klotz, Albert Pereira-Lazaro, è un film francese molto divertente che si svolge nella periferia degradata di una metropoli europea popolata da personaggi dei bassifondi, tra questi due sono i protagonisti, che tentano di trovare i soldi per fare una vacanza nell’isola di Santo Rico, per raggiungere il loro obbiettivo ne passano di tutti i colori. E’ tutto in 2D, con disegni fumettistici ben fatti e originali, in ottimi sfondi. Goemon di Kazuaki Kiriya, il film giapponese è una saga epica, che si svolge nel XVI secolo e ha come protagonista Goemon una specie di Robin Hood, che lotta semplicemente per essere libero, ma che alla fine, raggiunto l’amore della principessa, morirà. Gli effetti speciali di questo film di attori veri ricordano quelli tipici delle storie orientali di battaglie, non privi però di una vena poetica. Mai Mai Miracle di Sunao Katabuchi è un film giapponese della famosa casa di produzione Mad House, tutto lavorato in 2D, molto fresco e lirico. Racconta della piccola Shinko che vive in un villaggio e che ha una fervida fantasia con la quale fa rinascere i luoghi dove vive ai tempi di mille anni prima, quando giunge un’altra bambina da Tokio, condivide con lei i suoi sogni. Un film poetico, particolare e fantasioso è In the Attic: who has a birthday today? del pluripremiato Jirí Barta (Repubblica Ceca/Slovacchia/Giappone), in stop motion con personaggi di plastilina e stoffa i cui protagonisti sono una bambola che viene rapita da un uomo/mostro in carne ed ossa e i suoi due compagni di casa: un orsetto e una specie di palla con le gambe e le braccia.

attico

Da scordare per la cupezza e la cervellotica trama è invece King of Thorn del giapponese Kazuyoshi Katayama. Fuori concorso, ma da segnalare per gli appassionati dei film di guerra con i soliti robot giapponesi è Eureka seven: good night, sleep tight, young lovers di Tomoli Kyoda.

Tra gli incontri è stato senz’altro il più atteso: la presentazione del premio Oscar Joe Letteri del making of Avatar, dove forse non è stata del tutto spiegata la matrice artistica che a me pare di ravvisare negli uomini – gatto del film, molto vicini  ai personaggi dell’artista statunitense Daniel Lee, ma è stato introdotto un cinema dove il confine tra reale e virtuale è praticamente sparito, grazie anche ad un nuovo sistema stereoscopico con cui si cattura la realtà. Interessante il fatto che per riprendere l’emozione degli attori è stato sviluppato un casco che la catturava e poi la trasferiva ai personaggi di sintesi. Abbiamo visto l’uso puntuale della motion capture per sviluppare i gesti dei personaggi umanoidi o animali e il procedimento per costruire il paesaggio, che parte da un bozzetto, che a volte viene sviluppato nella realtà e trasformato in 3D successivamente,  una delle sfide più grandi è stata la costruzione del mare e uno degli effetti più particolari deriva dalla particolare luminescenza di cui è dotata la foresta, che deriva dalla tipica luce sottomarina che il regista James Cameron ha studiato nel corso di questi dieci anni in cui ha girato documentari, dopo avere firmato la regia di Titanic. Un altro appuntamento importante è stata la presentazione in due puntate dell’opera del famoso maestro di motion graphic Saul Bass da parte del designer Kai Christmann, in cui sono state presentati i titoli di testa dei film di Bass a partire da Carmen Jones (1954), attraverso Man with the golden arm di Preminger (1955) dove muove il braccio attorno ai titoli, a Around the world in 80 days di Anderson (1956), dove fa una piccola storia in animazione che riassume il film e corre lungo i titoli, a Anatomy of a murder di Preminger (1960) dove il cadavere a pezzi che si muovono attraversa i titoli, fino a Psyco di Hitchcock (1960), dove fa anche lo storyboard della nota scena dell’omicidio nella doccia, nella seconda parte invece sono stati proiettati i titoli che sono stati debitori all’artista fino ai giorni nostri, compresi quelli d’animazione come Monsters & inc. (2001).

Un’altra finestra è stata aperta dal festival sulla stop motion e così è stato invitato un personaggio la cui casa di produzione si è sempre contraddistinta per questa tecnica, David Sproxton co-fondatore di Aardman Animations, che ha proiettato film storici da Wat’s pig di David Lord, al vecchio e in 2D Not without my handbag, a Shaun the Sheep a molti altri, in cui si è visto il magistrale sviluppo di questa produzione.

Gli ultimi due giorni sono stati dedicati, come era successo l’anno scorso, al cinema 3D stereoscopico con incontri di produzioni italiane e straniere che hanno parlato del futuro di questo genere e del successo che sta avendo, con lo sviluppo delle sale che lo mettono a disposizione del pubblico e con proiezioni come Dragon trainer 3D, Toy story 3D e The hole 3D.

toistori


2F MULTIMEDIA SRL - VIA SAN DOMENICO 2 - 50133 FIRENZE - REG IMPRESE DI FIRENZE E PARTITA IVA 04902300484 CAPITALE SOCIALE 10.400 EURO I.V.