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 ARCHITETTURA

Città. Architettura e società
Di Fabrizio Pecori

Tracce dalla 10a Mostra Internazionale di Architettura di Venezia

Renzo Piano conferisce il Leone d’oro alla carriera a Richard Rogers: un evento forte e decisamente emozionante per aprire questa edizione della Biennale.
Il mio primo viaggio “autonomo” fuori degli italici confini ha attraversato Parigi e proprio nel Centre Pompidou è nata contemporaneamente la mia fervente passione per l’architettura e l’arte contemporanea: vedere riuniti i due “mostri sacri” che, a partire dal 1969, hanno dato vita al progetto di portare nel cuore della capitale francese un edificio ad alta valenza culturale che somigliava molto più ad una raffineria industriale che ad un tempio dell’arte è stato certamente di forte impatto empatico. «Eravamo due ragazzacci in t-shirt» - ricorda, simpatico e sornione Renzo Piano, come potersi solo lontanamente immaginare la reazione della Commissione che aveva selezionato un progetto così onirico nel vedersi arrivare davanti «due ragazzi alla moda dei Beatles»?
Ma quel centro è stato un modello che ha contribuito nel corso dei decenni a conferire un nuovo volto alle città di tutto il globo, e non è certo invecchiato neppure oggi. Mi pare proprio un ottimo inizio per una manifestazione che, superata la fase “espositiva” che ha caratterizzato le precedenti edizioni, ha ritrovato la propria ispirazione propositiva ed il proprio piglio di riflessione arguta e “visionaria". Attraversando una panoramica complessiva di oltre 130 città di tutto il mondo ha varcato la soglia della “fotografia” della situazione urbana internazionale contemporanea per porre al centro le questioni inerenti lo sviluppo sostenibile e solidale.
Ben lo ha rilevato Richard Rogers nel corso del suo ringraziamento per il premio alla carriera: se ormai il 50% della popolazione mondiale (l’80% se consideriamo solo quella occidentale) vive nelle città, quale altra riflessione diventa altrettanto peculiare per il futuro del globo?
Ed il fatto di caratterizzare questa riflessione con molti interventi e pannelli che sollevano giganti “punti interrogativi” è quanto mai necessario: «Spendiamo tanti soldi per le guerre – osserva Rogers perché non farlo per le città?»
L’esposizione diretta da Richard Burdett - sotto il titolo di Città. Architettura e società - non ha dimenticato neppure una delle tematiche chiave dello sviluppo sostenibile, spaziando dalla globalizzazione ai problemi dell’immigrazione, dall’inquinamento alle incognite della crescita della popolazione, dalla mobilità alla ricerca di soluzioni energetiche…
Mentre nel Padiglione Italia ai Giardini sono presenti progetti ad alto tenore di innovazione per la città futura presentati da 13 qualificatissimi istituti internazionali; lungo i 300 metri delle Corderie dell’Arsenale viene presentata la carta d’identità e la cartella clinica di 16 grandi città dei quattro continenti: Milano, Torino, Londra e Barcellona per non allontanarsi troppo, ma anche Joahnnesburg, Il Cairo ed Instabul per l’Africa ed il bacino del Mediterraneo; Shangai, Mumbai e Tokyo per la magica Asia; Caracas, Città del Messico, Bogotà, San Paolo, Los Angeles e New York per le Americhe.
Megalopoli e bidonville
Il paradigma delle megalopoli viene ispezionato ed attraversato in ogni prospettiva tematica, dando vita ad un percorso che tra sbalzi e discontinuità prevede lo spostamento dalle forme di disagio alle ipotesi di riqualificazione; che non risparmia però neppure le vie della “dissonanza” come il progetto La città degli altri del Padiglione Venezuela ai Giardini, che accompagna gigantografie aeree delle baraccopoli e dei sobborghi con due laconiche citazioni: «Cerca di capire: le nostre città nascono da una società differente. Non possiamo imitarvi. Il nostro mondo (il terzo) è differente. Altre radici ed altro destino. Le vostre ricette, che sono le ricette dello spettacolo, non ci servono. Quindi lasciateci correggere, alla nostra maniera, i nostri errori e le conseguenze delle nostre aggressioni. Non giudicateci senza prima capirci. Nel futuro chissà che non possiamo perfino insegnarvi qualche cosa.» Juan Pedro Posani.
«Questa è l’ora dolce quando il giorno nasce. Superato già il tempo scuro della notte, in mezzo alla gente che si sveglia nella città di tutti, per noi, architetti del Venezuela boliviariano, è inconcepibile una architettura che non si ribelli ad ogni ignominia. Architettura per delineare, proporre e raggiungere la creazione di spazi contro l’esclusione, per le libertà, per l’uguaglianza, per ottenere quella giustizia essenziale ed assoluta che non può attendere oltre. La città sta lì, con il suo corpo pieno di cicatrici. Ci parla con le voci di innumerevoli generazioni. Ci appartiene e gli apparteniamo. Con lei e per lei lavoriamo senza riposo con questa nuova luce: è l’ora dolce quando il giorno nasce.» Farruco Sesto
Dai new media alle cicatrici (e ritorno)
L’indagine del “corpo pieno di cicatrici” delle città mi sembra anche la miglior metafora per riassumere lo spirito di questa edizione della Biennale, intesa ad evidenziare un panorama della ricerca architettonica che, superata l’abbagliante dimensione del virtuale e del mediatico, pare cercare di nuovo l’inserimento fisiologico nella complessa trama del tessuto urbano prossimo venturo.
Non voglio con questo suggerire che si è abbandonato completamente l’orizzonte delle nuove tecnologie (né che ciò possa essere in alcuna misura auspicabile); vi è anzi chi ha tracciato percorsi che cercano nell’evoluzione di Internet la soluzione ai problemi della mobilità.


Il Padiglione Spagna
L'installazione mediatica del Padiglione Spagna


E voglio citare al riguardo almeno due Padiglioni che hanno efficacemente puntato sulle soluzioni informatiche per portare avanti il proprio disquisire di alternative: il Padiglione Spagna che con il progetto Noi, le città utilizza una quantità impressionante di video pannelli e lettori ottici personali che pilotano auricolari per sottolineare la dimensione del dialogo incrociato, del monologo perpetuo e ridondante che è uno dei modelli della quotidianità urbana. Ne esce fuori un microcosmo tutto al femminile dove le voci si intrecciano e si riflettono in una singolarità che pare quasi una condanna da girone dantesco. Ogni testimonianza presentata è interessante e coglie aspetti sostanziali della vita urbana (e non solo); ma puntando il tuo auricolare nella zona di influenza di un videopannello capisci ben presto che non ti è dato discernere il filo di ogni discorso, che viceversa si intesse in una trama fatta di “brandelli d’ascolto” in cui si riflettono le singolarità che ne danno origine, ma che ne trascende l’effettiva peculiarità per proiettarci in un universo mediatico schizofrenico. Ma è poi così dissimile dalle conversazioni su un autobus nell’ora di punta?
Il progetto SweaterLodge del Padiglione Canada, pur articolato e complesso, presenta un aspetto legato alla riflessione mediatica con una installazione magari dai toni un po’ abusati, ma simpatica nella sua semplicità inneggiante ad un futuro a bassa emissione di carbonio: per visionare i video esplicativi è necessario produrre autonomamente l’energia necessaria grazie alla dinamo di una cyclette.
Sarcastico e sardonico il progetto re:orient – architetture migranti del Padiglione Ungheria propone un muro di gatti in formalina che miagolano quando li colpisci violentemente con un pugno o con un calcio, pareti di automobiline appese a fili che possono riconfigurare il proprio assetto in funzione di piccoli motorini alimentati a batteria; ombrelli di pinguini giocattolo che squittiscono a turno, strani ricci a luminosità alternata e molti altri ninnoli che per quantità ed interconnessioni sembrano rimandare ad una possibile “chiave epistemologica” per l’indagine delle città.

L’Agenda per il XXI secolo
Oltre alle numerose iniziative connesse ed agli splendidi cataloghi realizzati con la consueta cura da Marsilio, gli esiti dell’ampia riflessione sul fenomeno dell’inurbamento - che entro il 2005 si stima raggiungerà il 75% della popolazione mondiale - sarà oggetto, al termine della mostra, della pubblicazione dell’Agenda per le città del XXI secolo, vero e proprio strumento di lavoro derivato dagli incontri, dai workshop, dai gruppi di studio e dalle altre numerose proposte, destinato a coloro che determinano o partecipano al governo delle città e dei sistemi complessi che ne regolano i ritmi e le progressioni.

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