|
Tracce di Fassbinder nel Motus operandi
di
Andrea Balzola e Anna Maria Monteverdi
Rumore rosa di MOTUS e intervista a DANIELA NICOLO’
I Motus, fondati e diretti
da Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande,
sono uno dei gruppi italiani di ricerca che con maggiore continuità,
originalità ed efficacia espressiva assimilano ed esplorano
nel linguaggio teatrale l’uso delle nuove tecnologie e dei
media, dal cinema alla televisione, dal video alle nuove frontiere
digitali della post-produzione. Non a caso oggi il loro lavoro è
tra i più richiesti e apprezzati oltre confine.
Rumore rosa è la loro ultima straordinaria
prova teatrale già presentata con successo al Festival delle
Colline torinesi ed ora in frenetica tournée negli epicentri
della ricerca teatrale (da Drodesera a Scandicci, da Zoo Culture
di Catania al Teatro India di Roma).
Dopo aver attraversato l’universo pasoliniano di
Teorema (con L’ospite)
e di Petrolio (con Come un
cane senza padrone), il gruppo riminese di Daniela
Nicolò e Enrico Casagrande affronta un’altra
dimensione poetica stratificata e complessa come quella del regista
tedesco Rainer Werner Fassbinder percorrendo le
due anime delle sue ossessioni artistiche: quella “politica”
con lo spettacolo Piccoli episodi di fascismo quotidiano,
e quella “melodrammatica” con Rumore rosa.
Mentre il primo è costruito a episodi/eventi unici, liberamente
ispirati all’anomalo testo teatrale-cinematografico
Pre-paradise Sorry Now del 1969, il secondo doveva
essere nelle intenzioni iniziali un remake teatrale del film
Le lacrime amare di Petra von Kant del 1972, ma dopo
la negazione da parte Siae dell’autorizzazione
si è trasformato in qualcosa di molto diverso.
Rumore rosa traduce in una felice ed efficacissima
stilizzazione scenica e interpretativa la potenza tragica contenuta
nelle pieghe dell’opera teatrale e cinematografica fassbinderiana
e l’atmosfera melò del family drama americano
degli anni Cinquanta, in particolare quella dei film di Douglas
Sirk. Rumore rosa ospita tre
figure femminili sottratte alla ricca galleria di personaggi in
rosa del regista tedesco, veri emblemi dell’ambiguo dualismo
servitù/dominio all’interno della coppia, anche quella
al femminile (Maria Braun, Veronika Voss, Lilì Marleen,
Lola, Nora, Martha). Lo spettacolo comincia dalla fine
del film (ma anche dalla fine di Fassbinder, che
abbandona i suoi personaggi), dalla separazione e quindi dalla solitudine
delle tre donne: Petra, Marlene e Karin: le prime
due sono “recluse” nelle loro rispettive abitazioni,
la terza vaga con una valigia per la città. Protagoniste
bravissime sono Silvia Calderoni, che viene dal
mondo performativo e della danza, Emanuela Villagrossi,
una delle attrici più intelligenti ed espressive della nuova
scena italiana, già protagonista delle due precedenti piéce
pasoliniane, e la giovane Nicoletta Fabbri.
Abbandonate, perse, distrutte, con una speranza appesa al filo di
un telefono, strattonate dalla vita in un lungo elenco dei luoghi
comuni della doppia condizione femminile –indipendente ed
emancipata o sottomessa a un potere prevaricatore, oggetto amato
o violato- le Petra von Kant del nuovo appassionante
spettacolo di Motus sono tre disperazioni in una,
ingoiano il dramma e lo rappresentano con i segni martoriati sui
loro corpi, con la voce spezzata, con il gracchiare della puntina
sul giradischi di un vecchio refrain d’amore che
si incanta, si inceppa e ripete ossessivamente le stesse parole.
Anche questa volta l’allestimento dei Motus
produce uno spiazzamento percettivo e un’invenzione espressiva
mediante l’intreccio tra il linguaggio teatrale e il linguaggio
dei media e dei new media. Se nelle messinscene pasoliniane l’azione
si sdoppiava e si compenetrava con grande efficacia con ambienti
e scene videoproiettate, in Rumore Rosa
le attrici agiscono su un palcoscenico vuoto come un foglio bianco,
dove di volta in volta appaiono esterni urbani ed interni bidimensionali,
disegnati e animati. I personaggi vivono come incarnazioni provvisorie
dentro un grande story-board (videoproiettato) che ne scandisce
la dimensione spazio-temporale. La condizione esistenziale esasperata
delle tre donne è rappresentata proprio da quel vuoto pressurizzato
di una stanza dal bianco accecante da cui trapela solo qualche tratto
animato di un interno qualunque, un anonimo scorcio di una città
qualsiasi.
|

Catatonia e mutismo, non parole ma ferite:
donne esposte alla vita senza protezione inseguono qualcuno, sono
investite, parlano, non sono ascoltate, o sono interrotte, non arriveranno
facilmente al di là della strada o al giorno dopo, nessuno
le aspetta a casa... Così Daniela Nicolò ed
Enrico Casagrande registi dello spettacolo raccontano il
lavoro sulla definizione psicologica delle figure femminili e la
relativa scelta interpretativa: «Siamo partiti facendo
lavorare le attrici sole con l'intento successivo di incrociare
le loro pseudo-storie: è stato impossibile, si sono innestati
tre corto circuiti celibi, incisi separatamente, come solchi su
vinile nero. Vinile nero in spazio bianco: inizialmente pensavamo
ad arredi, poi più nulla, solo microfoni, neri, e un ventilatore.
Il bianco del plexiglas ha compiuto una sorta di effetto "ibernante"
sulle tre figure, non più personaggi ma simulazioni di essi,
che non hanno sentimenti, pur dichiarando continuamente di averne:
una morte degli affetti dilagata e riflessa senza veli nel pavimento-specchio.
La loro riduzione a icone-fumetto ci ha spinto ad accentuare ancor
più la bidimensionalità della loro psicologia interrotta,
collocando alle loro spalle scenari disegnati da un fumettista,
unico elemento di continuità nella frammentazione dei sentimenti.
Le zoomate, i passaggi di campo fra interni rassicuranti e oppressivi
ed esterni cittadini freddi e deserti, hanno fatto il montaggio
di tre schegge di vita parallele».
|